24/03/13

Perché si continua a parlare di Frank Zappa.
















Meglio: perché,  dopo 20 anni dalla sua scomparsa, si moltiplica l’interesse su di lui ?
Probabilmente perché, come certe medicine, il suo effetto è “a lento rilascio”. Zappa ha curiosamente catturato l’attenzione di persone (come mia figlia che è nata un anno dopo la sua morte) che non avendolo conosciuto in vita, ne sono rimaste attratte indipendentemente dal fatto che fosse vivo o meno.
Purtroppo non ha più composto. Eppure, anche depurando l’ansia pubblicatoria degli eredi, già basterebbe la sconfinata discografia che ci ha lasciato (e che vedi bene, proprio recentemente è stata rimasterizzata completamente in un’edizione cofanetto di ben 10 cd).

Facebook è considerata una gran perdita di tempo. E’ vero. Spesso ciò che vi si aggira serve unicamente a riempire in modo insulso, ore di tempo dedicate al tedio. Eppure, talvolta, basta un link, confuso fra le centinaia di roba pressoché inutile, per rivalutare il mezzo. Se non altro, come scambio di informazioni.
Cosi, oggi pomeriggio da un anonimo link a Youtube, è uscita questa roba qua.
Due ex membri del gruppo storico (The mothers of invention) insieme con una folta selezione di allievi musicisti di una fantomatica NTU (prima che il provvidenziale google non mi spiegasse che trattasi di universitari della North Texas University) hanno messo insieme un concerto della durata di poco più di un’ora.
Calzate le cuffie (il video, per fortuna, è in HD), mi sono disposto sul divano e ho dovutamente selezionato il volume al massimo.
Beh. Un’ora di godimento assoluto. Quando sento Zappa, anche bene suonato da terzi, mi commuovo.
La freschezza, forse, il vedere questi ragazzi dannarsi l’anima (non so quanto abbiano provato) eseguire quasi in maniera pedissequa i suoi brani, con una scaletta originale che denota ottima scelta non disdegnando anche quelli di più difficile esecuzione, è cosa che da il metro dell’universalità, e insieme della attualità della sua musica.
La cifra di Zappa è stata quella di non aver avuto modelli cui rifarsi. Forse l’esatto contrario. Pallidi tentativi di imitazione qua e là (vero Elio ?). Ma è sempre l’originale ad avere la meglio.
Ho ringraziato l’amico di facebook che ha condiviso questa meraviglia.  E insieme, mi è tornata in mente questa storia.

Tanti anni fa, estate romana. Rassegna di balletto. Io sto al balletto come Totti al “punto croce”. In una location incantevole (sede guarda caso dell’accademia di Germania) c’è uno spettacolo incentrato sulle musiche di Zappa, Fountain of love. Vado, come sbagliarsi. E’ sera, è estate, fa caldo, lo spettacolo è all’aperto. Un palco frugale, ma luci di scena fanno quello che devono e il vedere ballerini danzare sulle musiche originali (che poi, da vero pervertito, ricostruii in una audiocassetta rispettandone la scaletta). Da sballo. Il coreografo un regista catalano  Cescgelabert, e il corpo di ballo chiamato Balletto di Toscana…(“mica vero, ci sono anche siciliani” mi disse uno degli artisti quando, a spettacolo finito, mi spinsi nel backstage per i doverosi complimenti).

All’uscita mi imbatto in un collega. Dopo le consuete frasi di rito…Che ci fai qui ?  Ho un mio amico che lavora nel corpo di ballo. Tenni a mente quella informazione. Tempo dopo, rincontrandolo presso un cliente tornai a quella sera. Gli chiesi se e come potevo entrare in possesso (posto che esistesse) di un DVD di quello spettacolo. In breve, mi fornii il numero del suo amico, il quale mi diede i contatti per ordinare il DVD direttamente a Firenze, presso la sede del Balletto. La qualità non è un granchè…ma l’emozione di rivedere danzare in maniera splendida sulle sue musiche, ancora oggi, non ha eguali.
Stasera, mentre guardavo avidamente da Youtube la fatica di questi giovani universitari texani è stato inevitabile riandare a quel Balletto.
Molto bella, umoristica e dissacratoria la battuta finale del bassista-presentatore del concerto…Verso la fine, dopo le doverose presentazioni (hanno tutti l’aria di chi si è divertito come un matto): “Goodnight Frank Zappa, wherever you are”.


Per saperne di più:

20/03/13

Smau, Roma.













In forza non so bene di quale sottoscrizione a quale sito mi arriva giorni fa l’invito “VIP” per visitare l’edizione romana dello Smau (acronimo di Salone Macchine e Attrezzature per l'Ufficio).
Avevo intenzione di  seguire un paio di seminari gratuiti sull’iterazione fra web e comunicazione.

Arrivo e tanto per cambiare la segnaletica per il fantomatico “parcheggio VIP” ha la stessa precisione dei recenti exitpoll.  Dopo aver girato un bel  po’ sotto la pioggia, trovo un posto non segnalato dalle striscie, perché mi sono già stancato, e cedo per rassegnazione a trovarmi all’uscita l’immancabile contravvenzione di quel esempio di zelo che sono i vigili urbani del comune di Fiumicino (che per dimestichezza con l’arte di rimpinguare le casse comunali meriterebbero, con titoli, di poter ambire alla poltrona di Via XX Settembre).
Entro, dopo aver percorso un cinquecento metri sotto una pioggia che tuttavia ha il potere di non indispormi del tutto. Cammino lungo il corridoio centrale non mancando di osservarne l’abbandono.

Un alone di tristezza che, sarà il tempo, sarà la giornata, sta lì a ricordarti che ti trovi nell’ennesima opera dell’affarismo romano: una cattedrale nel deserto che torna a vivere, per lo spazio di pochi giorni, di volta in volta per la sagra della porchetta, per una sedicente fiera dell’edilizia e amenità varie.
Mi inoltro nell’unico padiglione che ospita la manifestazione di quest’anno. Siamo in crisi. Gli espositori liquefatti, molti gli spazi vuoti. Cerco sulla cartina le “arene” (piccoli spazi vuoti ricavati fra gli stand) nelle quali si tengono i seminari che mi interessano. Con la mia proverbiale dimestichezza, come un mister Magoo qualsiasi mi fermo all’esterno di una di queste arene. 

La pischella al banco mi bracca con una pistola laser in mano, ansiosa di leggere il codice a barre sul retro del cartellino che mi hanno messo, come ogni bravo congressista che si conviene. Dopo una manciata di minuti, verifico con la piantina che non è quella l’arena che mi interessa. Stanno parlando di windows 8, è gente Microsoft. Ho confuso le arene. 
Cosi arrivo a quella alla quale volevo assistere, che è già cominciata da un pezzo. Ovviamente in piedi, ovviamente da molto lontano, distinguendo appena quanto, da un microfono caritatevole, il conduttore sta appena dicendo.
Da li a poco termina. Mi rimetto in moto. Prima passo al bar, pago per un panino (di silicone) e una cocacola 7,50 euro,  (niente in confronto ai prezzi della Fiera di Bologna). Rifocillato, riprendo il giro fra gli stand. Solita fauna. Gente in giacca e cravatta, COCOCO; standisti, venditori che sembrano usciti (scartati) da un casting per un remake di The big Kahuna.  Volti tristi di belle figliole che compulsano i rispettivi smartphone dietro banchi di stand nei quali l’ultimo visitatore sembra essere passato mesi fa: gridano desolazione.

Quasi per sincronicità squilla il telefonino. Anzi vibra, giacchè è d’uopo metterlo in silenzioso per non disturbare il relatore (preoccupazione soverchia: come detto la distanza fra me e i vari relatori è prossima a quella fra noi e la cometa di Halley, tanti gli spettatori in piedi che affollano per altri metri gli stantii perimetri delle “arene”. Un collega che non sento da anni. Mi chiede se posso segnalargli una ditta per dei lavori di manutenzione per un lavoro fatto almeno un paio di decenni fa. Simpaticamente ha anche lui (siamo rimasti in pochi, in Italia) a disporre di un numero che inizia per 337. Scherziamo pensando che a breve verremo contattati dal WWF per sottoporci ad adeguata tutela. Parliamo, è mio coetaneo. Ne ha piene le palle anche lui. Mi dice che sono giorni che il telefono non squilla, mi svela il proposito di raggiungere un figlio (che provvidenzialmente ha sposato una ragazza australiana) per fare qualcosa in Australia. E’ tutto cosi decadente.

Vedere queste Aziende, queste persone, aggirarsi frenetici ma leggere, inconfessata, la domanda inespressa di un po’ tutti: “che cazzo ci stiamo a fare, qui ?”.
Allora non sai come interpretare, il voler essere venuto. Aggrapparsi, contro ogni ragionevole dubbio, alla speranza che la locomotiva Italia prima o poi riparta (carbone o non carbone), o adagiarsi in questo torpore malcelato da un attivismo che sa di forza di inerzia. Non so se ho reso. Restare sospesi fra queste due interpretazioni. Avendo, in ogni caso, la certezza che non dipenda da nessuno dei presenti. Ma con diverse sfumature sulla scala dell’io speriamo che me la cavo (gli ostinati) e il “basta che se magna” (i pragmatici, immarcescibili, romani).

Assisto ad un paio di altri seminari. Uno è cosi istituzionale (taccio per carità di patria il nome dell’Azienda) che persino i conduttori sembrano imbarazzati (e in questo senso fantastico circa il senso della realtà di coloro che l’hanno partorito, dai loro comodi e parassitari posti di lavoro felpati e arredati all’ultima moda).

Suona tutto falso. E nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Metti che poi arriva davvero, ‘sta ripresa ?

02/02/13

Ciao Zeman, e grazie per tutto il pesce















(dedicato a Lui e ai piacitori della pagina Kansas city 1927 di Facebook)

Succede.
Succede che a volte non va come vorresti che andasse.
Cosi, un uomo di nome Zeman, viene chiamato a dirigere una squadra appena abbandonata dopo un anno da un tecnico (ben prima di Monti) asturiano stavolta. Arriva “il Boemo” per eccellenza. Sir Zeman, il profeta del calcio pulito. Del calcio spettacolo.

E’ estate ed è noto, in quella stagione, tutto è lecito azzardare, pensare, sognare.
Il nostro arriva in una società gestita da danarosi americani che tutto sanno tranne che di calcio. Saranno bravissimi con altre cose, tant’è che si sostiene abbiano una montagna di soldi.
Arriva il Boemo, e tutta l’estate è un fiorire di commenti entusiastici della stampa “specializzata”…si fanno pronostici, si applaude alla campagna acquisti. Tanti giovani, alcuni talenti già affermati, altri di sicuro avvenire. La società è gestita dagli stessi manager che l’anno prima hanno portato a Roma l’homme vertical, lui se ne è andato. Loro (Baldini e Sabatini) no.

Ora, chi scrive non è un addetto ai lavori. Sono ancora attaccato ai valori di un calcio che definirei “romantico”, facile scatti l’empatia per questo burbero signore, vagamente celebrato da tutta un’editoria che si prodiga in istant-book, che macina (o tenta di macinare) profitti alle sue spalle.
Arriva il nostro e subito un rinfocolare la leggenda. I gradoni, i duri, estenuanti allenamenti coi quali forgiare i giovani muscoli al suo tipo di gioco: tutta velocità e chilometri e chilometri sul campo. Fiato gambe e testa. Schemi che sconvolgono ed abbagliano, quando per porzioni di partita su questo o quel campo di calcio italiano, la Roma si sia trovata a giocare e che non possono, non debbono, sfuggire all’ammirazione del più smaliziato intenditor di calcio, quale che sia la squadra per la quale egli tifa.
Zeman è questo: sacrificio e sudore. Ma ti ripaga, per quei momenti, brevi o lunghi che siano, contro questa o quella squadra, vuoi di cartello che la meno blasonata di provincia.
Il caso vuole che a siffatti ordinamenti taluno non si sia abituato. Logica vuole che l’allenatore sia il timoniere, colui che ha in capo la responsabilità delle scelte. E’ lui che fa la formazione, non la piazza, non le radio, non tutto quel circo mediatico che alle sue spalle vive e lucra. Ma a Roma no.

Roma è una piazza difficile, chiosano tutti. Anche l’ultimo dei commentatori (tv o stampa che sia) ha imparato questa giaculatoria. E’ vero. Tifoseria attaccata alla maglia come poche. Però anche uno spogliatoio, una serie di giocatori ai quali il nostro indirizza il più sintetico e logico dei giudizi: “chi non si allena bene non lo chiamo”. Via cosi i De Rossi, e gli Osvaldo. Il primo, forte di un papà nella dirigenza della società, anche  bene del settore Primavera, si vede attaccato da una sorta di “lesa maestà”. E via con la fronda. Va in Nazionale, bontà sua segna, insieme all’italo-argentino, e giù la stampa a seminar zizzania…”ma come, questi li lasci in panchina poi vengono qui, in azzurro, e fanno cose strabilianti ?”. Tutti a dar giudizi, la strada del Boemo è segnata. Lui sembra non curarsene, fedele al personaggio: tira dritto per la sua strada, continuando ad alternare risultati a sorpresa. In breve la Roma ha il miglior attacco del campionato (il più prolifico, almeno, visto il numero dei gol segnati) ma altresì la peggior difesa (maggior numero di reti subite). Anche un cretino capirebbe che a tanta mole di gioco (chi ha contato i gol “mangiati” fin qui della squadra ?) non risponde una difesa degna di questo nome. Da anni tallone d’Achille della squadra, quale ne sia l’allenatore.

La difesa fa acqua. Inutile qui dilungarsi sulle colpe. Salvo la  sorpresa di Marquinhos, una timida rivalutazione di Piris, il lungo infortunio di Burdisso che ce lo riconsegna irriconoscibile se non a tratti. Troppo poco. Aggiungiamo la nota dolente dell’estremo difensore. Colui che ha il compito di sostare fra i pali. Qui si consuma il carosello. Parte titolare l’olandese dal cognome subito contratto in slang “Stek”…(che elemburg già so’arrivato sul raccordo…), per poi cedere il passo al rumeno Lobont (senza infamia e senza lode) infine per approdare all’acquisto estivo Goicoechea (del quale si favoleggia la “bravura coi piedi” quasi fosse un plus di cui andare fieri, al cospetto dei dettami di gioco del Boemo).

La colpa non è dei portieri. Questi ultimi possono poco se una difesa tenuta ostinatamente alta prevede in luogo di tanti piccoli Mennea (per restare ad un esempio italiano) timide comparse di ciò che dovrebbe essere un terzino moderno. Trovarsi soli davanti ad un avversario che ti arriva a cento all’ora non è colpa tua: è segno che qualcuno non ha fatto argine come doveva. Punto. Aggiungiamo che le papere sono figlie dell’insicurezza comminata a piene mani da un combinato disposto fra una supposta Dirigenza e un Allenatore pervicacemente convinto della giustezza dei propri schemi.

Vogliamo dare ragione agli schemi del Boemo. Diamo per buono che siano essi validi e capaci di dimostrare un calcio diverso, meno noioso e catenacciaro di quello cui ci hanno abituato secoli di trainer venuti su alla scuola del “primo non prenderne”. Perfetto. In questo caso una Dirigenza degna di questo nome, forte della supposta capacità economica della Proprietà, si mette sul mercato e sceglie gli interpreti migliori per questo tipo di gioco. Hanno sbagliato in estate ? Ci sono gli esami di riparazione in gennaio. A gennaio è stato acquistato un solo altro giocatore, greco (tanto per restare in tema di tragedia) che abbiamo visto giocare per uno scorcio di gara, peraltro insufficiente a giudicarlo appieno, proprio la scorsa domenica in quel di Bologna. E gli altri ?  Quale che sia la motivazione addotta dal tecnico, una dirigenza degna di questo nome, chiama la Proprietà, rappresenta le difficoltà (leggi: facendosi aiutare da un valido traduttore) ma fa in modo e maniera di spiegare che se non si trovano gli interpreti adatti a tale tipo di gioco, difficile si possano raggiungere dei risultati. Invece niente.

Infine, la “peggiore settimana della mia vita”. Sabato scorso, a ciel sereno il Boemo sbotta…”in società non ci sono regole”. Messaggio in chiaro please. Che vuol dire ? Con chi ce l’ha ? Coi giocatori ? Con i Dirigenti ?
Forse con quest’ultimi. Ammettiamo fossero loro i destinatari della bordata. La partita di Bologna, quasi con noia ripropone lo stesso schema: un film già visto, attacco prolifico, spettacolare, quanto inconcludente, difesa che si apre come una margarina lasciata per distrazione vicino ad un fornello acceso.
Lunedi prende la parola Sabatini. Tuona che il tecnico ha osato criticare la società. Mica si fa un esame di coscienza. Mica si chiede della validità dei suoi acquisti. Mica si interroga se si è dialettizzato bene col Boemo. Niente di tutto questo. Zeman è ufficialmente sulla graticola, Esposto al pubblico ludibrio. La Società (o meglio, il sig. Baldini e il sig. Sabatini) badano sostanzialmente a pararsi reciprocamente il culo, ignari del secondo flop (la scelta del trainer) in poco meno di due anni. Salvo poi alla vigilia dell’incontro in casa col Cagliari finire a tarallucci e vino, come niente fosse accaduto.

Siamo a ieri sera (e dire volevo andare allo Stadio). A petto di un primo tempo “decente” (anche se in avvio preso il solito gol per dormita collettiva della difesa) si riagguanta il pareggio grazie a San Capitan Totti, che a dispetto dell’età, dei miti cresciuti in questi ultimi tempi è l’unico, dall’alto dei suoi 36 anni ad uscire dal campo guadagnandosi la pagnotta e inseguendo quel miraggio che ha ogni giocatore in attività nel nostro campionato: quello di raggiungere quota 274, ad opera di Piola Silvio, vatti a ricordare in che anni.

Morale.
Volti terrei, facce da circostanza, la sua no, è la stessa. La tenerezza del mister nelle interviste del dopo partita col suo desiderio di restare altri cinque anni, la polpetta avvelenata, la testa che la piazza richiede (ma quale ? Quella di quattro scemi dietro ad uno striscione? Quella delle radio che campano incassando pubblicità per raccogliere la solitudine dei numeri primi: di quelle migliaia di romani attaccati alla maglia più e come di una ventosa su di un vetro). No, il culo al caldo dei due signori in parola (perché non definirli geni a sto punto?) è garantito. Che a pagare sia il profeta. Che se ne vada. Che noi restiamo al nostro posto, capaci di chissà quale altra stronzata, con buona pace dei dollari che i danarosi americani si apprestano ad investire per il nuovo stadio e in un delirio di merchandising mondiale).

Una triste parentesi. Dalla quale non esce bene nessuno. I giocatori, d’accordo, molti dei quali per limiti non a loro imputabili, sebbene a chi li ha scelti. Zeman stesso, incapace in un ambiente come quello romano di saper dare la guazza, ma troppo fedele a se stesso ai limiti dell’autismo, sordo fino all’ostinazione difronte agli evidenti squilibri che la squadra ha denotato. E infine a loro, a questa coppia di sciagurati che sapranno per carità fare il loro lavoro, ma di motivazione e tempismo ci capiscono quanto Fantozzi di biologia molecolare. Che vadano a casa, si. Anche loro.
E’ ingiusto che a pagare sia solo il Mister.

E che si riapra infine, dopo un doveroso repulisti: via primedonne, fuori chi non lotta, una nuova stagione, dei nuovi successi all’altezza dell’affetto che la tifoseria tutta dimostra per questi colori.
Ciao Zeman,
mi mancherai.


16/12/12

Tutto tutto, niente niente. Ma proprio niente.














Buona la prima, si dice nel mondo del cinema quando una scena risulta girata in modo da non richiedere una seconda. Lo stesso potrebbe dirsi per questo film, dopo Qualunquemente.

Al successo (?) del primo segue questa seconda prova. Sostenuto da robusti finanziamenti pubblici, ben pubblicizzato dalla RAI che ci ha anche messo soldi, il film non decolla, nonostante la moltiplicazione di Albanese, in una versione aggiornata della Santissima Trinità: oltre a Cetto la qualunque, stavolta il nostro veste i panni di un santone frikkettone, e (in ossequio ruffiano al politically correct) va giù contro la Lega, interpretando un rozzo funzionario ultrà di quel partito.

Non so chi abbia scritto la sceneggiatura. Ma il film è un continuo tentativo di agitare il nulla. Il festival dello stereotipo. E una resistenza impegnativa contro il desiderio di restare sveglio.

Questo è lo stato della nostra cinematografia.
Una satira che tutto fa, tranne che risultare graffiante nei confronti del potere.
Già detto, ma è mia particolare sensazione che questo genere di operazioni anziché portare acqua alla coscienza critica dello spettatore, si avvita su se stessa (posto che siano queste le aspirazioni recondite) risultando la solita melassa che spinge all'accettazione, supina e ovina, dello status.quo.

Si dirà, ma è un comico, che cazzo vuoi ? Si, certo. Ma allora o ti addentri nei territori dell'iperuranio della comicità, oppure funzioni da cristallizzatore. Lasci inalterato tutto.
Tranne il portafoglio. Dal quale è uscita la banconota per staccare il biglietto.

Ma per favore...

10/12/12

L'importanza di essere indipendente















L’importanza di essere indipendente. Nuovi modelli di produzione e distribuzione fra carta e rete

Sabato c'è stato questo convegno nel corso della fiera della piccola editoria Piùlibri, all'Eur.
Presenti sul palco, Andrea Cortellessa, Fabrizio Venerandi, Fabio Masi (titolare dell'unica libreria sull'isola di Ventotene), il responsabile di :due punti edizioni (casa editrice palermitana con ottimo catalogo) e il giovane responsabile di Oilproject un sito di contenuti per l'apprendimento gratuito.

Come si vede, un variegato panorama di protagonisti del mercato editoriale. I temi trattati sono stati pertanto di strettissima attualità.
Ha esordito Fabio Masi, il libraio di Ventotene (carino il nome: Ultima spiaggia). Ha prefigurato la nascita da noi, sulla scia di quanto già avviene in Europa (se non ho capito male, Francia in particolare) di un accordo con le major (case editrice più grandi) che destinano l'uno per mille a favore delle librerie cosiddette indipendenti, cioè coraggiosamente al di fuori dei circuiti istituzionalizzati delle mega librerie in mano ai brand più famosi.
L'idea è condivisibile, e in un paese che avesse a cuore la pluralità come valore, potrebbe senz'altro vedere la luce. Sulla funzione e l'importanza di continuare ad esistere delle piccole librerie si potrebbero stendere tomi. Spesso sono l'unico avamposto (immaginate su un Isola di appena 800 persone, dati ISTAT 2010) per portare una scintilla in una prateria.

Ha preso poi la parola Fabrizio Venerandi (di Quintadicopertina). Il suo, per evidenti motivi(1), era l'intervento che più mi interessava e infatti non ha mancato di sollevare una serie di spunti interessanti.
Intanto ha sgombrato il campo dall'illusione che la pratica di editare un ebook, sia di per sé sinonimo di indipendenza. Ha giustamente fatto presente come, il paradosso attuale, vede riproporsi nel digitale le stesse dinamiche del cartaceo. Ovvero, non esiste qui una “distribuzione” intesa come catena (costo) a sé stante, ma il suo posto vedi bene è stato preso proprio da coloro che hanno prima creato la tecnologia (hardware) e poi gelosamente custodita. Atterrisce quanto da lui affermato, circa la totale libertà che l'autore deve essere costretto a controfirmare all'editore-sito vetrina, pena vedersi escluso dallo scaffale digitale.
E poi ancora la guerra dei formati (che ricorda un po', per chi ha una certa età, l'antagonismo fra il sistema VHS e BETAMAX all'avvento di quegli ordigni chiamati videocassette). Ovvero, una casa (la Apple sul suo Applestore) ma anche altre, possono sbarrare l'accesso (leggi: rifiutare un ebook) adottando un formato che sia leggibile su un device invece di un altro, arrivando addirittura al rifiuto qualora questo addirittura non soddisfi i requisiti di formattazione (rientri fatti in un certo modo...etc.).

Ora, a me sembra (e se ci fosse stato tempo mi sarebbe piaciuto porre ai presenti questa domanda) che stiamo vivendo nel paradosso. Ossia, la tecnologia ha messo il turbo. La diffusione di “device” come i tablet cresce in maniera esponenziale (alla faccia della crisi) mentre langue l'offerta di contenuti. In questo risiede la limitatezza della considerazione degli ebook. Dati AIE dell'anno scorso stimavano a percentuali bassissime il numero di fruitori di questi ordigni In altre parole, dicevano, la lettura di un testo su un ebook (o tablet che sia) è prerogativa esclusiva di un cosiddetto zoccolo duro costituito dai lettori forti. Nel frattempo sono cresciuti anche da noi subito le piattaforme come Bookrepublic e altre, che vendono ebook a prezzo psicologico ovvero 3,99, 1,99 perché qualche stratega del marketing ha deciso che cosi devono costare, mutuando logiche più propriamente da supermarket o da pompe di benzina. La cosiddetta indipendenza, di cui profuma l'editoria digitale si scontra quindi dal lato vendite con queste muraglie. La visibilità sul web è condizionata dal passaggio e dalla cessione di autonomia (in alcuni contratti si dà addirittura allo store online la facoltà di modificare il testo). E in questo, a mio avviso, c'è già il de profundis dell'italian way all'editoria digitale. Per brevità di tempo nessuno ha segnalato l'altra grave incongruenza che vede gli ebook penalizzati anche dall'IVA. Mentre nel resto d'Europa viaggi a percentuali al di sotto del 10% qui da noi, mi pare bene, è il 21% venendo equiparato l'ebook ad una sorta di videogioco.

La cosiddetta autonomia dell'autore digitale (o del suo editore) si scontra contro questa regola. E se sopravvive lo fa grazie all'amore per l'avventura dei pochi che hanno intravisto in questo strumento una possibile opzione, e non una semplice alternativa alla carta. Non è una sfida, a mio avviso. Sono semplicemente due esperienze di lettura differenti. Quello che trovo strano è che nessuno si sia accorto che dalla coesistenza delle due opzioni possono nascere stimoli interessanti al mercato editoriale in toto.
Immaginate la possibilità, per me che compro un volume cartaceo importante (non importa qui dove...se in negozio o in un sito online) e contemporaneamente acquisto il diritto (tramite un codice stampato sullo scontrino) ad eseguire il download dello stesso testo in formato elettronico. O ancora, e qui siamo veramente nell'iperuranio della degenerazione da supermarket, ma tant'è la testa degli strateghi di marketing delle maggiori case editrici non è cosi diversa, se acquisto un tot di libri (di carta) accumulo un certo bonus che mi consente di scaricare dal loro sito gli ebook scelti da un catalogo.

Insomma, è sconsolante riguardare ad un anno di distanza (simili dibattiti si sono tenuto anche nell'edizione dell'anno scorso e non erano rose e fiori nemmeno allora) al panorama italiano. Siamo ancora nel mare magnum....la confusione regna sotto il cielo, è vero, ma la situazione non sembra per nulla eccellente. C'e' da lavorare e tanto. C'e' da sconfiggere quest'idea tutta “efficentista” che vede già sbarrato il mercato ebook se non si è “ostaggi” in qualche modo di questa o quella piattaforma di distribuzione online. Difficile immaginare da noi, fenomeni come quelli della absolute beginner americana che, inserendo timidamente il suo ebook sugli scaffali elettronici di Amazon si è vista premiata, prima dal passaparola, e quindi successivamente da un editore cartaceo, diventando l'ennesimo “caso letterario dell'anno”.(2)


Infine, gli interventi di Oilproject e di :duepunti edizioni. Il primo, di cui non sapevo nulla, mi è sembrato un valido modo di interpretare le potenzialità del web. Inteso qui come condivisione gratuita di saperi. Certo forte dev'essere la funzione di vigile del sito. Ma chiunque, ritenendosi sufficientemente edotto intorno ad un argomento, ha liceità di “postare” i propri contributi (vere e proprie lezioni) a beneficio di chi intenda approfondire e sopratutto a costo zero. Il sito ha vantato nel 2011 ben 250000 click. E continua a crescere. Ma voi lo sapevate che esisteva ? Io no. E ne sono felice, di aver appreso che esista una cosa cosi, che pare al solito all'estero vada già alla grande da qualche tempo.

:due punti edizioni ha invece portato l'attenzione intorno al proprio Manifesto (che ogni visitatore ha ricevuto in copia, all'ingresso). E' il grido accorato di chi, operando nel mercato in veste di editore, sopratutto medio-piccolo, tenta di sopravvivere per non restare schiacciato sotto il peso dei grandi attori (le grandi case editrici). Chiunque abbia a cuore la pluralità come valore dovrebbe leggerlo. E in un gioco economico che sembra ispirato più a logiche di un war-game, che non a quelle di un sano coesistere di istanze diverse (e da qui attingerne già solo per questo, in ricchezza di scelte) assume, il loro sforzo, il sapore di una scommessa.

(1) Evidenti perché Cletusproduction ha una sua ragione sociale. qui 

(2) Amanda Hocking, esordiente americana che ha venduto su Amazon un milione e mezzo di copie del suo “Switched” (in Italia lo pubblica Fazi), qui 

Risorse:
il sito di quintadicopertina: qui 
il sito di Oilproject: qui 
il sito di :duepunti edizioni: qui 
La libreria di Ventotene non ha un sito ma Fabio Masi ne parla qui

18/11/12

7 psicopatici, di Martin McDonagh














Staccato il biglietto sulla forza di qualche recensione letta di striscio e qualche megaposter appeso in città da qualche giorno. Pensavo fosse uno spettacolo teatrale.

Invece è un film, che mi ha lasciato perplesso. No, nessuno spoiler. Tranquilli. Chi vorrà, potrà andare a vederlo indipendentemente da queste righe. In ogni caso.

Sono uscito dalla sala perplesso. Il cast è eccezionale: attori bravissimi e famosi (su tutti mi è piaciuto Christopher Walken), il plot anche. Un meta-film. La storia di uno sceneggiatore in crisi creativa, attorniato da personaggi strampalati. La sceneggiatura che sta scrivendo narra di psicopatici, ma nella mente dell'autore (un bravo Colin Farrell) c'è un finale a sorpresa.

Sembra una parodia (mal riuscita) di un film splatter di quelli che ti aspetti sia girato dal Tarantino di Pulp fiction. Forse negli intenti del regista lo è pure. Ma qualcosa suona stonato. Forse l'epilogo, forse qualcosa è fuggito di mano. Non convince. O meglio, potrebbe farlo alla grande, vista l'idea di partenza.

Mi aspettavo un film dal quale esci con le mascelle slogate dalle continue risate. Invece in sala si ride poco....forse colpa solo delle mie troppe aspettative. In ogni caso da vedere, se non altro per passare un'ora e mezza immersi in un'atmosfera sulfurea, con ritmi incalzanti, e con un'ottima fotografia.

La colonna sonora, degna di nota.
Insomma, un ottimo soggetto, ma girato un po' frettolosamente.

Immenso Tom Waitts nel finale.

Bah.


risorse: qui oppure il trailer su youtube: qui