18/06/19

Dopo le dimissioni di Totti, qualche riflessione.


Dopo le dimissioni di Totti, qualche riflessione.
Ieri, 17 giugno si è consumato in circa 80 minuti di conferenza stampa l’addio di Francesco Totti dalla AS Roma. 

A caldo, c’è qualcosa che non torna. 
Diamo per acclarato l’intento di business del Presidente James Pallotta. In una logica aziendale, se le cose che ha affermato Totti ieri sono vere, qualsiasi responsabile di una società (non dico quotata in borsa ma appena appena capace di galleggiare senza voler “portare i libri in tribunale”) due domande dovrebbe farsele.
Analizziamo i risultati, mettendo da parte un momento quanto detto ieri da Totti. La Roma ha combattuto per anni in posizioni di vertice sia nel campionato “domestico” che nelle coppe, arrivando a lambire la finale nella scorsa stagione. Il management (immagino scelto dalla Presidenza) ha toppato la campagna acquisti-cessioni svilendo la squadra e prendendo giocatori non indicati dal tecnico (l’ex CT Di Francesco). Il giorno dopo l’eliminazione dalla Champions “sono volati gli stracci”. Via Di Francesco (colpevole di cosa?) e via Monchi (qualche responsabilità dovrebbe averla…) si è pensato che “stavamo bene cosi”. Tutti gli altri al loro posto. Se esiste un criterio di responsabilità, andava visto anche il ruolo di chi ha avallato e chiamato queste figure (soprattutto quella di Monchi) a gestire un giochino che è andato male.

Prima anomalia: si “sacrificano” queste due figure e ci si illude che tutto torni a posto. Strano no? Chi ha avallato la campagna acquisti-cessioni? Chi ha deciso che andasse cosi?
Torniamo a Totti. Ieri ha detto che il tecnico (Di Francesco) aveva indicato 5 giocatori. Ne sono arrivati altri, non richiesti. Anche qui, chi ha “deciso”?
In una logica puramente economica. Alla luce di quanto sopra, qualsiasi altra società avrebbe preso delle decisioni importanti, azzeramento dei vertici e rinforzo immediato della squadra per continuare a mantenere un “ranking” e un prestigio anche in vista dell’affaire-Stadio.

Lo Stadio. Da notizie di stampa, se mai si facesse, questo sarebbe comunque di proprietà del presidente James Pallotta e la società AS ROMA, “costretta” a pagare l’affitto ogni volta che dovrebbe utilizzarlo. Una questione non da poco. Il che vuol dire che forse, non ho idea di quanto “chieda” il CONI per l’affitto dell’Olimpico, ma sarebbe carino valutarne la reale convenienza (tenuto conto degli annessi e connessi: centro commerciale, centro direzionale ecc.). Citando solo di striscio che le inevitabili polemiche (e inchieste giudiziarie, inchiesta “Parnasi & Co” hanno portato alla luce: dialoghi surreali fra tecnici che si interrogavano sull’ampiezza degli svincoli dai quali accedere all’area dello Stadio e taglio drastico delle opere “a beneficio della collettività” volute in forza di un malinteso senso di convenienza…ossessionati solo dal contenimento delle volumetrie…ma questa è un’altra storia.

La domanda è: ma Pallotta ci fa o ci è? Tenere al loro posto coloro che ieri Totti ha amabilmente descritto come incapaci è segno di un sostanziale menefreghismo sulle sorti sportive della Società o frutto di una lungimiranza cosi acuta che ai più tuttora sfugge? L’unica modalità scelta da costui è stata una lettera all’indomani del recente “addio” di DDR (del quale stiamo ancora aspettando la querela promessa al giornalista di Repubblica che ha pubblicato indiscrezioni non proprio esaltanti nei suoi confronti).

Il comunicato di poche righe emesso ieri sera, non sappiamo se a firma sua o ispirato dal “board” è ancora più surreale se possibile. Arrivando a definire “fantasiose” le affermazioni di Totti circa un suo possibile ritorno in caso la proprietà del club passasse di mano, e usando  (strumentalmente) l’aggettivo “delicato” per l’argomento citando “fuori tempo massimo” la quotazione in borsa.
Si è detto che questo è il calcio moderno. Una torta che muove una quantità stratosferica di soldi. Difficile stornare la logica del tornaconto economico dalle sorti sportive (risultati) di una squadra.
Detta ancora più semplice, quando Ranieri portò allo scudetto il Leicester la parola più abusata fu “favola”. Ecco, nel calcio europeo questa parola assume tutto il suo significato semantico. Riuscire con pochi mezzi, con una squadra di provincia a “sbancare” un campionato come quello inglese dove ci sono squadre i cui presidenti dispongono di risorse finanziarie “illimitate” (emiri) è davvero una Favola.

Su tutto il resto conta l’assetto che queste grandi squadre si sono date, negli anni. Vere e proprie macchine da soldi. Attorno alla compra-vendita dei diritti tv, al giro delle scommesse, al merchandising girano cifre imponderabili.
La AS Roma, e qui un altro “metro” della statura del suo management, fino ad un paio di anni fa era 17esima nella classifica delle squadre italiane per introiti dal merchandising. Anche la definizione di uno sponsor ufficiale ha avuto un travaglio difficile. E’ lecito aspettarsi che da ieri l’appeal del  “brand” AS ROMA, avendo perso (e in che modo) un’altra sua “bandiera” sarà ancora più drammaticamente legato a risultati sul campo che, oggettivamente, non sono come si dice “alle viste”.

Una squadra da rifondare, un monte ingaggi da rivedere (alla luce dei mancati introiti derivati dall’eliminazione della Champions) qualche altra “dolorosa ma inevitabile” cessione in ossequio al “fair play finanziario” (e patetico averlo citato da parte di Pallotta come argomento a sua discolpa nella prima lettera ai tifosi inviata dopo l’addio di DDR).
Cosa ne sarà adesso? Purtroppo, anche a voler interpretare il comunicato di ieri sera in risposta alla conferenza stampa di Totti, non c’è molto da aspettarsi.

Un arroccarsi sulle proprie posizioni, una mancata presa di coscienza della realtà che anche alla luce del conto economico (posto sia questo l’unico argomento “sensibile” a Boston) non torna. Incapace come è di interpretare i sentimenti di una piazza (di una tifoseria) mai cosi apertamente ostile da quando ne hanno assunto la direzione.

E’ questo il punto da chiarire, se prevale la logica ostinata del tornaconto economico, qualsiasi Presidente da ieri ne avrebbe dovuto prendere atto e cominciarsi a preoccupare seriamente dei “disastri” combinati dalla dirigenza, o (ed è lecito sospettarlo) ha garanzie che a noi non è dato sapere, circa la realizzazione dello stadio, che travalicano qualsiasi “deleteria” conseguenza delle parole di Totti. In ogni caso un quadro a tinte fosche dove anche le parole in libertà di Totti ieri, per tacer dell’affaire DDR, di certo non contribuiscono a smuovere niente. Con buona pace di noi tifosi rassegnati a vederci spogliare, uno ad uno, le figure più rappresentative della società. Soldi ed affetti. Ragione e sentimento.
A Boston, evidentemente, non stanno a cuore né l’una né l’altro.

#dimissioniTotti #ASROMA 

26/04/17

Le ultime lettere di Roberto Bolano.

Le ultime lettere di Roberto Bolano.
Tam tam da qualche in giorno in rete. Titolo “Il gaucho insopportabile”. Ne stanno parlando (scrivendo) amici che seguo. Gente che scrive. Non li leggo. Non voglio mai leggere prima le recensioni altrui. Niente di personale, è un vezzo che mi porto dietro da tempo. E poi con Bolano ho un rapporto particolare. Con la sua scrittura, certo, che purtroppo non è più tra noi ma su qualche stella distante, chissà importunato da Cassini.

Il Gaucho è la sintesi del bolanismo. Posto che sia possibile aggiungere un semplice ismo per tentare di definire una cosmogonia. Ma è il tono, qui, in questo testo scritto poco prima della morte nel 2003, arrivato grazie alla mano fatata di Ilide Carmignani, che ancora una volta, dopo il monumentale 2666 lo traduce in punta di dita, regalando una rara sensazione di continuità e coerenza di voce, dicevo del tono che si fa disteso e non meno lucido, considerando la consapevolezza della gravità della sua malattia, alla quale ha anzi il pregio di parlare senza interrompere (e non potrebbe essere altrimenti) la consueta vena ironica.

Questo buio feroce, di Harold Brodkey  è altro pianeta al confronto. In quel testo Brodkey suppura la sofferenza per l’avvicinarsi consapevole della sua fine quasi con anglosassone distacco. Bolano è il sud america. E’ il “teatro” come lo definisce di una commedia in replica da sempre. Ma non vi è nulla di fittizio, o di impostato. Ce ne parla (scrive) come stesse raccontando le gesta di un qualsiasi Amalfitano (suo personaggio “seriale”, presente su 2666 e in altri scritti, come I dispiaceri del vero poliziotto).

Per chi ama la sua scrittura, questo se possibile è un ulteriore atto d’amore. Nel Gaucho, la somma di tre storie prim’ancora di regalare la sensazione  di “un tanto al chilo” tipico di tanta superproduzione (spesso tale proprio per coprire la vacuità della scrittura) ha un’asciuttezza e una sua logica coerente. E i personaggi; il grande avvocato argentino che all’epoca del crack finanziario del paese se ne torna in un semi dimenticato rifugio sperduto nelle campagne, riscoprendosi altro da se [NO SPOILER: leggetelo!]. Cosi come le altre storie e soprattutto la serie dei capitoletti dedicati alla malattia. Un distillato di poesia, commovente quanto lucida e a tratti auto-ironica, tale da legittimare il sospetto che abbia voluto considerare questo suo, una sorta di commiato, un testamento apocrifo che lungi dall’inseguire qualsiasi forma di sacralità, si incarichi, fino all’ultimo di relativizzare, spolpare fino ad arrivare all’essenza pura, il senso della propria storia, per come si è lasciato conoscere, per le pagine che ci ha regalato.

Il Gaucho ci consegna l’ennesima prova della genialità e dell’umanità di un uomo che vorremmo ancora qui con noi, a raccontarci altro, senza una fine, impossibilitato ad avere un limite, sempre nel suo stile, mai urlato, mai sentenziante e quando mai lo diventa ne percepisci sotto il grande portato di condivisione, la generosità di una visione quasi sussurrata ma alla quale è impossibile, e ci mette in guardia da ciò, tentare di ascrivere altro da ciò che asserisce attraverso la sua scrittura. La complessità di questo autore richiede piacevoli riletture. E’ tanto il sub-strato che ci arriva attraverso le sue parole, forse al di la delle sue stesse intenzioni. Ma siamo noi distratti, confusi dal rumore di fondo, dai canti di sirene che cantano una notte sola. Bolano è una sinfonia che muove al passo delle onde. Come queste non cessa di arrivare sulla sabbia, in un ultimo rantolo riottoso e cancellare tutti i nostri preconcetti-disegni, per poi ricominciare.

Da leggere, per chi lo apprezza e per chi ancora non lo conosce ma ama la scrittura che fa soffrire e talora ridere insieme. Operazioni, ben inteso, da compiere con la stessa medesima grazia.


23/04/16

le nostre Auschwitz, prossime venture.












Sono sempre più frequenti i casi di maltrattamenti ai danni di anziani e bambini.
Anche qui, come per i cosiddetti “femminicidi”, anzi volendo includere anche quelli, danno il metro dei valori di una società, malata nelle fondamenta.

E’ lo scenario avvilente di quest’Italia degli “anni 10”. Complice l’occhio spietato di telecamere nascoste, quello che sta emergendo è un ritratto a tutto tondo del degrado morale dentro al quale è condannato a rimanere chi è in qualche modo espluso dal ciclo produttivo.
Un’idea distorta di welfare, che è diventato anch’esso un business. Nel totale vuoto legislativo, certo non casuale, la società che invecchia, l’imminente arrivo nella terza età della generazione dei baby-boomers (periodo a cavallo degli anni 50-60 del secolo scorso) fa fregare le mani di improvvisati imprenditori pronti ad arricchirsi nella sfera dei servizi. Ecco la nascita come funghi di case di riposo. Luoghi nei quali anziché trovare conforto, assistenza, solidarietà, condivisione, gli “anziani” vengono lasciati preda di personale raccogliticcio, ingaggiato con criteri opachi, formato in modo discutibile, lecito pensare anche sottopagato.

E la frustrazione aumenta. Vivere con fastidio il lamento del vecchietto, l’inevitabile errore o capriccio, in luogo di comprensione genera rabbia, abbiamo visto, spesso violenza. La peggiore perché esercita su un inerme, incapace di difendersi. Quella più brutale, rivoltante.
Le immagini che con via via maggiore frequenza di anziani malmenati da personale (fa niente qui apprenderne la nazionalità: la crudeltà non conosce latitudini, confini) fanno irruzione nel nostro quotidiano, inducendo a pensare a quale modello di società siamo destinati.
Non generalizzo. “Sono casi isolati” arriva presto l’assolutoria frase di circostanza con la quale scacciare questo tetro scenario di violenza pret-a-porter.

Già sarebbe da discutere un modello sociale nel quale le famiglie, incapaci di gestirle in proprio, espellono gli anziani, destinandoli in questi lager, più o meno edulcolorati. Perché?
La “crisi” sta contrastando questo fenomeno di abbandono. La pensione degli anziani il viatico col quale sopportare il fastidio di tenerli ancora in casa. Ma il fenomeno della crescita di queste “case di riposo” sta a dimostrare che evidentemente c’è anche tanto benessere in giro, e giù di rapporti sociologici che si incaricano di dirci come siamo, al solito, brutti, sporchi e cattivi. Si mettono lì gli anziani perché fa fastidio tenerli in casa, anche bene accuditi da una badante. Ed ecco come in questi luoghi, quasi fossero una soffitta, viene scaricato chi, esaurito ogni straccio di ruolo che ruota intorno alla possibilità di produrre reddito, inutile, un peso, finito. Un cronicario.

Il parallelo va all’estremo opposto. I bambini. Di pari passo ai casi di anziani malmenati, di scoperte di case di riposo che competono per sensibilità con Auschwiz, ecco i casi degli asili nido, nei quali stessa sorte capita ad un’altra fetta della popolazione inerme: quella dei bambini. Anche qui frequenti gli scoop. E sempre le onnipresenti telecamere ci restituiscono, impietose, un concentrato di umanità due punto zero. Stavolta ad opera quasi sempre di stimate connazionali. Fa paura. E si rimane basiti davanti a scene che documentano maltrattamenti contro chi non può, come gli anziani, difendersi. E il danno collaterale: in luogo di amore e attenzione, chissà i disagi e a quale idea di società formare questi “futuri cittadini”.

Arriva veloce l’assuefazione. Il pericolo è questo, il considerarli “episodi” e non figli di una cultura da provare a cambiare, e presto. E sempre questo maledetto rapporto con la capacità di produzione di reddito al quale abbiamo finito di delegare il titolo per appartenere alla società.
Entrambi, gli anziani cosi come i bambini, e aggiungerei in questo senso anche le donne vittime di “femminicidi”, sono l’espressione di un’incapacità di ri-progettare una società al cui centro ci sia una visione laica e di rispetto quasi “biologico” per la vita, quale che sia la fase nella quale si trova un cittadino. 

Paradossalmente l’enorme progresso scientifico, l’attenzione posta nella ricerca dei gangli vitali delle cellule, testimonia la sete di conoscenza del misterioso “moto a luogo” cui sono soggette le cellule, la loro riproduzione, confligge con l’incapacità di trasporre la stessa attenzione a chi, ospitando ancora questo concerto (fa niente se agli sgoccioli come nel caso degli anziani, o agli albori in quello dei bambini) porti l’uomo più che erectus, “produttore capace di reddito” (…presto, un acronimo please) ad ignorare che stiamo assistendo ad una degenerazione antropologica. 

Abbiamo consentito che in luogo di una mutua assistenza verso i più deboli, si sostituisse ad essa una fruizione della stessa in chiave speculativa. Asili nido privati che sorgono come funghi, grazie all’incapacità dell’amministrazione pubblica di gestirne di propri. Case di ricovero (o di riposo) che seguono lo stesso percorso. Affidati a personale chi sa come selezionato, che abbiamo visto di cosa è capace. La punta di un iceberg? Rischio di generalizzazione? Probabile.

In altri termini: ti scarico o non ti considero in quanto incapace di produrre reddito, ma ti trasformo, con sedicenti servizi rivolti a te, in un’opportunità di produrlo. Un ossimoro

08/10/15

The Martian. Elogio “funebre” del Sindaco Marino.

















Ci si è messo anche Crozza. Diciamolo subito: la vicenda di cui si sta celebrando il tristo epilogo ha avuto nell’interprete principale uno che ci ha messo pesantemente del suo (e prima il Papa, e poi gli scontrini...).
E’ quanto sconsigliano di fare quelli del famoso Actor’s Studio. Attenersi al copione. L’attore ha voluto strafare. Si è fatto prendere la mano. Fino a che adesso sta facendo la fine di Matt Dillon, tutti via sull’astronave, lasciandolo solo (per quanto ancora? Minuti, ore, qualche giorno?) sul Campidoglio.

I “fatti”. A volte nel bizzarro modo di proporre candidature succedono cose strane. Marino arriva alle elezioni contro un Alemanno alla frutta, forte del risultato di alcune primarie.
Marino è un “absolute beginner” per quanto riguarda la Capitale, tanto di più (ma qui vado a braccio) per occupare lo scranno non dico di un qualsiasi comune, ma della città di Roma.

Ora, per coloro che hanno in sorte il vivere lontani dalla città, il degrado cui si imputa l’inefficienza del Comune è figlio di decenni di sistematici ladrocinii, col beneplacito di tutte le parti politiche che si sono succedute alla più alta carica del Comune.

Non ha vita facile, il nostro. Come Matt Dillon dovrà far forza ad altre sue attitudini ma forse proprio la professione medica deve averlo indotto a ritenere che l’infezione fosse cosi diffusa da convincerlo a portare le carte degli appalti degli ultimi anni sul tavolo di un magistrato appena sveglio e sufficientemente libero da potersene occupare con serenità professionale.

Il resto è storia di cronaca. Nera, purtroppo. Gli intrecci fra il bisonte amministrativo e la criminalità ci mettono poco a venir fuori. Si rompe il giocattolo. Marino a dirla tutta non se ne è neppure troppo vantato. Ma è un dato, oggettivo. Con buona pace di tutti coloro che oggi si indignano per qualche cena maldestramente “accollata” alla collettività.

Ben altri banchetti, per anni, si sono consumati su quel Colle. Indisturbati.
Oggi, gli autori di quel “vivi e lascia vivere” che ci ha portato a vivere in una città mai libera dal giuoco papalino e avvezza, stante l’indole tipicamente capitolina, a farsi scivolare di tutto addosso. Dai Camion ristoratori sotto ai monumenti, ai tavoli sui marciapiedi dei ristoranti del centro, alla lobby dei tassisti, a quella dei vigili urbani (autori quest’ultimi della celebre "Capondano night fever"), dai gestori della lobby dei balneari a tante piccole micro categorie di cittadini che prim’ancora che al bene della città hanno, da sempre, privilegiato i cazzi propri e tacitamente sopportato chi faceva altrettanto nei loro confronti.

La parabola di Marino, che proprio in forza di questo suo essere “Marziano” a Roma mai ha goduto della simpatia dei cittadini, è il simbolo di una sconfitta. L’immarcescenza della logica beghina, bottegaia, terribilmente provinciale che condanna quella dovrebbe essere la Capitale del mondo del turismo, ad una dimensione che è insieme lo specchio dell’arretratezza, del perdurare delle logiche di caseggiato, dell’improvvisazione, quando non del malaffare vero e proprio.


Applausi allora. Il digiuno sta per finire, le fameliche bocche di tutte queste categorie, appena scalfite (invero avrebbe potuto fare molto, ma molto di più) potranno a breve riprendere a mangiarsi Roma, o ciò che ne rimane.

05/10/15

Fenomenologia della pulsione urinaria.

Da giorni sta “passando” (tranquilli, è un gerundio) in tv uno spot che sulle prime mi ha sconcertato nel tentativo di comprenderne la logica sottesa.






Lo spot, ambientato in una camera da letto, vede nell’ordine:
una sveglia che segna l’ora (ovviamente diversa ad ogni inquadratura), una moglie distesa a letto e dall’espressione via via più incuriosita, con un vago accenno, peraltro molto contenuto, di incazzatura. E poi c’è quest’uomo, in un pigiama, che esclama all’indirizzo della moglie esterrefatta, frasi tipo “ho sentito un rumore…”, “…avevo sete”, “qualcuno (chi? Vivono da soli? Hanno figli in casa? Sono entrati i ladri?) ha lasciato la tivu accesa” e ancora il più classico “…ho sentito un rumore strano”.

La narrazione dello spot cambia inquadratura. La scena è della moglie che esce (o entra non ricordo) da una farmacia con un medicinale per curare la prostata (e immagino contenere la pulsione a urinare frequentemente soprattutto la notte).

Happy ending, lui porta un vassoio con la colazione a letto (la camera, va detto, stavolta è ovviamente illuminata dal sole del mattino)…e pronuncia qualcosa di carino (che pretende di essere spiritoso).

Ora. Mi sono chiesto cosa intendesse. Quale fosse il sottotesto. No, non sono ancora del tutto rincretinito. Ho delle ottime chances, ma non è ancora il momento. Ho faticato a comprendere la sequenza di frasi dell’uomo. E alla fine credo di esserci arrivato.
Quell’uomo, profferendo quelle frasi (ideate da un criptico copy) sta semplicemente scusandosi. Si sta scusando con la moglie per le frequenti “visite al bagno” per fare plin-plin.
Lascia intendere che ci sia della vergogna, dietro.

Guardiamola, proviamoci, dal punto di vista di “lei”. Questa donna ha un marito con un problema. Ok. Ammetto che se hai il sonno leggero ti può rompere le balle essere svegliato/a nel cuore della notte enne volte, quale che sia il motivo.

Ma se gli scappa di fare pipì è una malattia? E’ una cosa di cui vergognarsi? E perché?
Probabilmente una moderata assunzione dei liquidi aiuterebbe a contenere questi tour della liberazione.

Le ipotesi, le soluzioni.

La più ovvia: dormire in camere separate. Casa permettendo, ovvio. Vuoi mettere la libertà di fare quello che si vuole senza infastidirsi a vicenda? (puoi leggere, scrivere, guardare la televisione, dormire, russare se del caso) senza che ciò arrechi disturbo.

Parlarne con il partner. A volte il dialogo scongiura tragedie, traumi, separazioni. Sei un aficionados “delle tavoletta alzata”? Ammettilo, fai “coming-out”, liberatene, vivi meglio insomma questa naturale pulsione che gli altri vogliono demonizzare, pur di vendere qualche pillola magica che ti trasforma di colpo in una di quelle piante da interno che vanno annaffiate a ritmi equinoziali.

A che pro? Anni e anni di liberazione sessuale, l’emancipazione della donna trasfusa nella narrazione spottistica, ad una posizione subalterna, di vessazione, impossibilità ad espletare una funzione altrettanto naturale come quella di dormire, se possibile indisturbata, una manciata di ore per notte.

E’ veramente triste, raccontare l’intimità di una coppia in questo modo. L’orizzonte è il pannolone (magari dispensato dal Servizio sanitario nazionale, tagli o non tagli). Ma lo spot è fastidioso al di la della sua reiterazione. Fa il paio con un altro, fortunatamente sparito dagli schermi, cui sarebbe spettato, in un ipotetico festival del cattivo gusto, il premio dei premi, il “certain regard” della cafonaggine nella quale si faceva insistito riferimento “alle perdite di urina” e agli immancabili “cattivi odori”.

Come me, immagino tanti altri, magari in quel momento stanno spalmando marmellata su una fetta biscottata e non ha alcuna voglia, nemmeno immaginaria, di vedersi riproporre temi che un briciolo di buon senso vorrebbe tenere fuori dall’esplicito di uno spot per quanto paraculo e accattivante possa essere stato pensato e realizzato.

In altre parole. C’è un limite che nessun codice potrà mai incaricarsi di stabilire, ma che attiene alla sensibilità di ciascuno. Quello di non vedere “sdoganate” funzioni corporali sulle quali, non a caso i nostri nonni, avevano un bel tacere o facevano ricorso a garbati giri di parole (di cui peraltro la lingua italiana è feconda fucina), senza che vengano sfruttate in modo cosi esplicito e volgare dalla sacrosanta esigenza di comunicazione di questa o quella casa farmaceutica (o di sussidi terapeutici, assorbenti et similia).

Adesso, scusatemi, vado al bagno.

PS. Sul punto, e solo vagamente in argomento, si veda una sequenza spassosissima nella sua tragicità, di un film interpretato da Jack Nicholson, credo si chiami “A proposito di Schmidt”. C’è lui che, freschissimo vedovo, va in bagno per fare pipi. Sta per “abbassare la tavoletta” e mettersi seduto per farla…quando gli sovviene il suo attuale stato civile e con un gesto di liberazione si alza, si mette di spalle alla macchina da presa e con un sospiro di sollievo si occupa dell’operazione come da chissà quanto non faceva,  lasciando intuire allo spettatore mediamente attento quanto vessato fosse fino al momento. (per la scena, andare al minuto 40:50 del film, qui- ).

30/12/14

Il posto.














Adesso lo sappiamo con certezza. Siamo costantemente osservati, “profilati”.
Evviva. Lo siamo per tanti motivi, la privacy sta divertendosi a modificare i suoi confini, come il delta di un fiume, nei secoli.

Ciò nonostante, o forse, proprio grazie a ciò, vorrei spendere qui due parole intorno ad una cosa banale, un’inezia si dirà, ma che è rivelatrice forse e più di tonnellate di carta di rapporti Istat, Censis et compagnia cantando. (e fra l’altro, gratis).

Una massima zen, citata ne L’ultimo samurai, indimenticato film di qualche anno fa, recitava più o meno: “ dare importanza alle cose di nessuna importanza”.

Ecco. La scena, vissuta personalmente almeno un paio di volte, ma chissà quante altre invece ripetuta lungo tutto lo Stivale.

Prendete un punto di ristorazione: a me è capitata, entrambe le volte, in un centro commerciale.
Non ha importanza qui l’insegna, se Mc Donalds, Giovanni Rana (eh si, il merchandising vuole anche i tortellini cotti da altri, mica solo da se stessi in rabbiose serate solinghe…) o Vattelapesca take-away).
E’ invalso l’uso di prendere possesso dei tavoli (in genere, soprattutto nelle ore di punta appena appena adeguati alla quantità di pubblico) prim’ancora di aver preso in mano il fatidico “vassoio” col cibo sopra.
In altri termini: ancora devo mettermi in coda per decidere cosa cazzo mangiare, ma intanto delego (fa niente qui, oppure no, sarebbe bello “profilare” anche questo) qualcuno, un mio amico, un parente, un figlio, un nonno a “occupare” un tavolo libero, costringendo per una bizzarra concezione del tempo (il nostro si sa, vale sempre qualcosa in più di quello degli altri)...coloro che hanno già il vassoio in mano a guardarsi spauriti all’affannosa ricerca di un posto dove potersi sedere tranquilli e trangugiare il pasto.

Un'inezia? Provate a mettere il naso in questo genere di posto, vedrete quanto è diffusa. Nonostante i gestori più ispirati al politically correct non si risparmino l’affissione di qualche blando cartello ammonitore (chissà, diretta applicazione di qualche rigoroso diktat magari scritto da qualche civile funzionario straniero della multinazionale, alla stregua degli avvisi che trovate nelle metropolitane di tutta Europa, che recitano, più o meno, ahò occhio ai fingerpicking (borseggiatori, per quelli di Afragola).

Cercando di capire questo comportamento, ne viene fuori un profilo sconfortante. Lasciando da parte l’educazione (quest’ultima ahimè, mai cosi in disuso). Nell’atto di sovvertire un ordine logico, il movente non è la logica, di convivenza, che troverebbe “normale” accettare l’idea che la priorità del posto spetti a chi ha già il cibo in mano, ma la propria. La propria logica evidentemente reputa più importante assicurarsi “ora per allora”, di prendere il posto a prescindere. Non ho un cazzo in mano, al limite sfrutto un indumento, un cappotto, i sacchi della spesa, le buste di qualche boutique per occupare i posti a sedere, come in festival sull’assenza, e in tutta franchezza ostento noncuranza delle regole “civili” in quanto reputo più importante il mio (e quello dei miei eventuali commensali, della “mia” tribù) bisogno di trovare una seduta per consumare un pasto in santa pace. Ad osservarli si percepisce anche quanto radicata e normale sia tale convinzione. Hanno le espressioni più serene della terra, l’unica apprensione che possono, potrebbero manifestare è per la qualità (o quantità) di cibo che il “delegato alla coda” sarà in grado di riportargli, nonché il livello di temperatura.

Del resto, non gliene importa una sega. Non si pongono assolutamente il problema, anzi, dov’è il problema? C’è un posto libero? Lo prendo.

E’ l’ansia del posto fisso. Tu intanto fa il concorso, e “prenditi il posto”. Ecco l’Italia che vogliamo dimenticare è stata anche questa. La vulgata che voleva la possibilità di sfuggire ad un futuro di stenti, all’ottenimento di un posto fisso (indipendentemente se in banca, al comune, alla provincia, alla regione o in qualsiasi ministero). Il posto come amuleto contro la sfiga. Il posto come giusto corrispettivo all’incertezza dei tempi. Una coperta di Linus, l’affrancarsi dall’affanno, una meta.

Cos’altro? Il dispregio degli altri. Esisto io e metto le mie esigenze un gradino sopra quelle degli altri (coi quali, per bizzarra contraddizione posso anche fare lo splendido mandando auguri sentiti per ogni ricorrenza, intrattenendo piacevoli discussioni ad una fermata del tram, bus o metro che sia). A me non me ne frega un cazzo, in queste circostanze, degli altri. Io intanto occupo il posto.

Questo “tic” rivelatore, fa il paio con l’altro caso diffuso, della pratica di scavalcare una coda ad un semaforo. E’ normale, da Bolzano in giù. Una volta mi è capitato di farlo a Merano (BZ) ma per sbaglio, non conoscendo il semaforo che aveva i verdi “splittati”, mi ero messo in coda non accorgendomi che per girare a sinistra dovevo appunto stare sulla coda di sinistra. Io ero sulla destra. Ricordo ancora oggi le occhiate di fuoco (nessuno osò apostrofarmi con rimarcati colpi di clacson) ricevute dagli automobilisti cui avevo ingombrato la strada per consentirgli di girare a destra.

Venite sulla Cristoforo Colombo, a qualsiasi ora del giorno o della notte: è pratica diffusa.
C’e’ sempre qualcuno (non importa la cilindrata, il prezzo, o il modello dell’auto che lo trasporta) che ritiene il proprio tempo essere più importante di quello degli altri che, coglioni, si sono messi in coda, come si dice con un avverbio svuotato di senso “regolarmente”. E’ diventato regolare questo di comportamento. Godo, ahimè raramente; sol quando una pattuglia di vigli si apposta carognescamente poco avanti al semaforo e graziosamente li ferma, immagino e spero non per fargliela passare con un buffetto.

Tu vivi male, fratello. E’ vero, do ancora importanza a queste stronzate.
Sono talmente stronzate che però, giorno dopo giorno, granello dopo granello, sgretolano quel residuato bellico del concetto di convivenza civile, che ha uno dei suoi fondamenti nell’osservanza CONDIVISA di regole, fossero anche le più piccole, le più insignificanti.

E queste lo sono, come recitava quella massima zen.

Sia come sia, un buon 2015, speriamo migliore di questo.



13/09/14

Perdere un cane, oggi in Italia



















Mi è toccata in sorte l’esperienza di perdere un cane.
In passato ne ho avuti diversi che purtroppo sono morti chi per vecchiaia, chi per malattia (quasi sempre razza Boxer, la maledetta lesmaniosi).
Ma mai quella di privarsene per una fuga.

Forse, nella gamma dei dolori che provocano questo genere di avvenimenti, il peggiore.
Sono dovuto partire per qualche giorno. Ho affidato, ritenendo di far bene, la piccola barboncina Olly nelle mani di mia figlia, ventenne, che l’ha avuta piccolina, per poi affidarmela dopo poco tempo. Da quattro anni Olly vive con me..

Per un insieme di errori, il mio quello di affidargliela, il suo, che una volta accettato l’incarico ha pensato bene, per leggerezza, di lasciarla incustodita in un giardino di una casa di amici senza aver verificato prima la possibilità che scappasse, insomma Olly è sparita.

Sparita a Lavinio. Un gruppo di case, venute su nel tempo, tagliate da strade regolari, a ridosso del mare. Quartiere di tipiche seconde case al mare dei romani e di pochi residenti stabili.

Cosa può essere successo? Olly, alla disperata ricerca dei suoi padroni potrebbe aver preso l’iniziativa (va a sapere cosa provano i cani…) di uscire attraverso un varco sufficiente a far passare il suo piccolo corpicino. Una volta fuori, poche alternative, entrambe tragiche. Complice la notte, il mantello scuro, le dimensioni ridotte, l’assoluta incapacità di abituarsi alle auto (ogni volta che entravo in casa con l’auto, o stava sulle mie ginocchia o chiusa, al riparo, dentro casa), essere finita sotto una macchina, oppure (come mi auguro) presa da qualcuno che transitava da quelle parti, e che avendola notata, complice la sua abitudine di far le feste a tutti, potrebbe averla presa con se.

Dettaglio non trascurabile: al momento della fuga indossava ancora la pettorina nera per il guinzaglio, segno inequivocabile ai più, che è di proprietà di qualcuno e che non è un randagio.

Da allora il buio.

A poco, finora, sono valsi decine e decine di annunci stampati su fotocopie e disseminati nella zona (bar, edicole, parrocchie, studi veterinari) né l’obbligatoria denuncia di smarrimento fatta alle autorità). A poco ancora il tentativo dettato dall’intuizione che trattandosi di seconde case potesse essere, anziché ancora in zona, magari a Roma, come quello di far uscire un’inserzione a pagamento sul quotidiano maggiormente diffuso a Roma, nell’edizione della domenica che conta maggior tiratura e quindi maggior numero di lettori disposti anche ad aver tempo, essendo domenica, a leggerlo, e sensibili al lato economico della faccenda, come quello della ricompensa. Solo la solidarietà di persone stupende, come un conduttore radiofonico di una radio di cui non ho capito nemmeno bene il nome, che mi ha chiamato e fatto raccontare "in diretta" la storia e un galantuomo della Protezione civile, che si è offerto di condividere "con i suoi uomini" l'appello e la ricerca.

E poi ancora Facebook. Non si ha idea della quantità di pagine che raccolgono gli appelli disperati di persone nelle mie analoghe condizioni. Una Spoon river della sofferenza che solo chi ha avuto un rapporto con un animale domestico (essenzialmente cani e gatti) può capire. C’è un’umanità in Italia che si affida alla rete nella speranza di rientrare in possesso dell’amato bene.

La personalità umana, come un diamante, è ricca di sfaccettature. Nell’economia degli affetti di ciascuno, lungi dall’ergersi a giudice delle emozioni altrui, è facilmente intuibile capire quale peso abbia nella sfera dei propri affetti. Certo, al riparo di derive, ma la compagnia di queste bestiole è un ottimo viatico per le rispettive solitudini.

La mia casa è vuota senza un animale di pochissimi centimetri, ma capace di colmare un vuoto molto più grande di lei. Fatale che ancora la cerchi, mi venga di chiamarla, di ripetere gesti ormai divenuti rituali, come quello del biscottino al risveglio, o del lancio della palla da tennis in giardino che aspettava, ansimante, con la linguetta di fuori, per poter scorrazzare a palla sull’erba.

Non è un dolore facile da descrivere. Ti accompagna. Ti si incolla dentro, come una nota stonata in un quadro dall’equilibrio perfetto.

Eppure. Olly era dotata di microchip. Vieni ad apprendere che esistono veterinari compiacenti che sono in grado di asportarlo. Vieni a sapere che rari o inesistenti sono i controlli “random” delle autorità preposte, l’assenza di una banca dati nazionale (degli animali smarriti). Insomma, nell’evolutissima Italia, nella patria della civiltà giuridica, non esiste per il cittadino che incorra in questa “disgrazia” alcuna tutela, ancorché normativa.

Certo, il possesso di un cane trovato dotato di microchip è ritenuto reato. Ma nell’immaginario collettivo deve essere ritenuto grave come quello di  parlare amabilmente con il cellulare all’orecchio mentre si guida.

Con il passare dei giorni, al dolore che solo chi possiede un animale può intuire, subentra una sorta di elaborazione del lutto. Tieni d’occhio i siti, metti e rimetti annunci. Ti affidi a quel briciolo di compassione che solo chi possiede o ha posseduto un animale è in grado di comprendere.

Sto meditando di aprire una pagina facebook dal titolo, come fosse quello di un film, tipo “Olly torna a casa!”. Non è escluso che lo faccia. Includendo le foto i filmati le note e i pensieri che una convivenza di anni ha contribuito a consacrare al pari, quasi, di un rapporto con un altro essere umano.

Intanto, oggi, sabato 13 settembre, sono due settimane che quella sagoma nera, pelosa e scodinzolante, non riempie con la sua perenne allegria le mie giornate.

Torna, ti affidi a quella cosa che chiamano speranza. Speranza che qualcuno, posto non sia morta finita sotto un auto, che l'abbia presa in custodia, possa aver compassione sufficiente per restituirla ai legittimi proprietari.

Grazie.



questo è l'annuncio fatto uscire sul Il Messaggero, domenica 7 settembre: