28/12/09

Polemiche di fine anno

Tre domeniche fa, in prima pagina dell’inserto domenicale del Sole24 ore, appare un articolo a firma di Eli Gottlieb "Scrittori, quanta invidia!" .

Per chi avesse cinque minuti di tempo da investire, qui trova il podcast:

Fatto ? Bene. Che ve ne pare ? Se la tira ? O dice qualcosa di vero ?
Vomita i soliti luoghi comuni sulla lettura nel nostro Paese ? insomma, se l’avete letto, ascoltato, le cose che dice, fate voi, ma insomma credo che siano macigni, nelle acque dell’editoria nostrana.
Non tarda una settimana, che sul numero successivo, ecco puntuale la risposta.

A raccogliere la sfida, sono Elisabetta Rasy, con un lungo pezzo che è una difesa postuma di Rocco Carbone (*) (tirato in ballo, forse poco elegantemente proprio da Gottlieb circa l’invidia), e poi ancora Stefano Mauri (Gruppo Mauri Spagnol), Luigi Bernabò (di Bernabò Associates) agente letterario, e infine l’editore indipendente, Daniele di Gennaro (minimumfax).

Ognuno, dal suo punto di vista, replica a vario tono all’articolo incriminato. Ma quale paragone ?
I mercati sono diversi, contano i numeri, la “Mid-list” leggi la lista di coloro che non ce la fanno al primo colpo (a vendere cifre consistenti) laggiù spariscono, mentre da noi consente anche altri tentativi (sempre sicuri sia un bene ? verrebbe da chiedere). E soprattutto quanto sono fichi gli indipendenti che pur di far uscire un grosso autore, a breve daranno alle stampe anche la lista della spesa, o della sua tintoria.

Insomma, carburante per le fiamme di questa polemica di fine d’anno. Forse le cose non stanno esattamente cosi. E ciascuno, non in senso salomonico ma perché estesa e sfaccettata è la polemica, ha in parte torto e ragione insieme. Solo un umile lavoro di ascolto e introspezione potrebbe tirar fuori, se c’è, qualcosa di buono da questa discussione.

Infine ieri, domenica 27, la contro replica di Gottlieb.
Messo a posto Carbone (RIP), stringi stringi pare ci dica questo, (su cui convergono analoghe idee di tempo fa): da noi manca o è del tutto assente una editoria di letture. Le uniche carte da spendere sono il supplemento del Sole24 la domenica, il Tuttolibri de LaStampa, e da poco, sempre la domenica, un altro inserto del Corriere della Sera. Niente roba tipo Harper’s, nessun New Yorker, zero The Atlantis (e inserirei di mio un Esquire a cui dobbiamo l’emersione di Thom Jones).
Forse Stilos (che ora, come appare cliccando qui) sembra riprenda le pubblicazioni e al quale suggerisco di abbonarsi.

Spietato il giudizio su Nuovi Argomenti, che a dire di Gottlieb, conterebbe su un numero di lettori che può esser contenuto da un ascensore (anche bene, penso, tipo quelli degli ospedali, piuttosto capienti). Attacca, senza molto garbo Coelho, rea la Repubblica (che non leggo per principio) di averlo sparato in prima pagina dell’inserto Cultura. L’articolo chiude con una replica alla Rasy, “guarda che il buon Rocco Carbone era proprio invidioso” (niente paura, forse il tono, in epoca di sdoganamenti, non è da prendere nella sua accezione peggiore, e viva la faccia).

Che dire ?

Avrei aggiunto, perché è una mia fissa, anche il contributo (o mancato contributo) che può giocare un mezzo di colonizzazione di massa come la televisione. Da noi, nemmeno le spigliate satellitari che sanno cosa cazzo metterci nelle decine e decine di canali di cui dispongono, non sanno prendere in seria considerazioni le potenzialità del mezzo. Aggrappati a sentenze (Saverio Simonelli, di Rai Sat, nel corso di un convegno: “i libri e la tv non vanno d’accordo”). Evviva.

Verrebbe da chiedere, ma li avete mai presentati ?

(*) di Rocco Carbone e del suo Apparizione, è uscita in bottegadilettura, una recensione di Bartolomeo di Monaco, che consiglio di leggere (cliccando qui)

24/12/09

Qualcuno donò al cinepanettone





Oggi ero da qualche parte, confuso fra la gente che correva nei negozi, nella mattinata della vigilia di Natale. Quando cammino per strada non posso fare a meno di pensare. Mi guardo intorno, capto spezzoni di dialoghi di donne al telefonino (oggi diverse, fra i banchi di un mercato, facevano degli auguri esagerati a qualcun altro di la del telefono). Beh, non mi ricordo. Ma devo aver avuto qualche flash circa un possibile racconto. Quello che mi frega è che sul momento mi dico capace di ricordarlo quando voglio, tanto mi pare chiaro tutto il progetto. Poi, puntualmente, quando a distanza di ore provo a ricordarmene, puf ! sparito tutto. E mi incazzo con me stesso per non aver preso appunti, su un foglio, sul registratore del cellulare, insomma una qualche traccia che mi aiuti a ricordare.

Poi, sono tornato a casa. Stasera ho messo su un vecchio DVD che ho trovato da poco. Qualcuno volò sul nido del cuculo, di Milos Forman. E’ un film che ha fatto epoca. Credo sia uscito nel 76 o lì intorno. E lo ritengo uno dei pochi film capaci di condensare insieme, nella stessa storia, toni drammatici e comici. In altre parole, parla della vita come pochi altri. E penso che questo sia il suo punto di forza. Consentire l’impiego di più registri più o meno come può capitare nella vita, se non di tutti, quantomeno della mia.

E’ un risultato mica da ridere, considerato che oggi la formula “di particolare rilevanza intellettuale” è stata conferita ad un cinepanettone, da qualche signore di robusta cultura cinefila. (qui il correttore automatico di word ha cambiato una vocale, e mai come in questo caso ho provato, forte, l’impulso di non correggere) col chiaro intento di consentire a questi divulgatori di scibile umano, creatori di potenti opportunità di elevazione dello spirito critico delle masse di accedere a contributi statali (leggi: soldi dei contribuenti) per la loro fatica intellettuale.

risorse: qui e (update) qui

19/12/09

Quando è morto Charlie Mingus, spiaggiarono 56 cetacei

E c'è in giro una gran confusione. Qualcuno lamenta che si vive in un epoca in cui mancano “le grandi narrazioni”. E' probabile. Di contro fioriscono, ed è un segno dei tempi, micro-narrazioni che si intersecano, si sfanculano, suppurano da un tessuto sociale che va somigliando sempre più ad un vasetto di yogurt lasciato fuori dal frigo per un mesetto, sotto il sole giaguaro di agosto.

Non so cosa metta in relazione lo spiaggiamento di nove cetacei sulle coste del Gargano, con la sasssata (a mezzo miniatura del duomo) ricevuta sul volto del Premier. Sono notizie. Come ancora quella, gustosissima, del falso scoop ad opera di un sosia del segretario generale dell'Onu, tal Ban Ki-moon (che ha già un nome da pirata salgariano, in effetti), cosi come lo scandalo dei preti pedofili sotto il cielo d'Irlanda, e mentre tutto questo accade, cosi, inesorabilmente, come se un'attenta regia ne avesse disposto per incontestabili esigenze di copione la sincronicità, mandando nel frattempo assolto il maggiore indiziato (l'unico !) per un efferato omicidio che ha fornito materiali a iosa ai talkshow della sera, o un campione di rugby (di colore) che fa pubblica abiura delle dodici amanti attribuitegli, pur di non perdere gli sponsor (ah, la potenza del denaro, che ha sostituito l'etica, trovandosi a suo agio). E il furto della targa che sovrasta quella località, il cui nome costituirà un tag indelebile nella storia del novecento come altre poche, che sembra uscita dalle pagine di un'appendice di 2666 di Bolano. Come dire ?

E' quasi Natale. Assisteremo, anche quest'anno, alla rapida nascita e alla altrettanto rapida scomparsa dei cosidetti buoni sentimenti. Come da copione, appunto. Teleton, o la solidarietà per i tanti che in questo momento (quanti sono esattamente ? Perchè nessuno li conta ?) che stazionano difronte ai loro ex-posti di lavoro, mentre tutto questo tango va avanti. Ieri, nei dintorni della capitale, una signora racconta che una donna che gestisce un forno le ha raccontato che cresce il numero delle persone che le chiede “di segnare”, no, non nel senso di Totti. “Poi te li porto” sta ad intendere che l'insopprimibile esigenza di alimentarsi collide con la (momentanea ?) indisponibilità di denaro per soddisfarla. Non moncler, ne Suv, ma farina.

Il carico di narrazioni, quindi. Chi narra cosa ? E perchè l'assurgere a dignità di una storia, di fatti che trovi, se va bene, in cronaca, magari ospitati in trafiletto è legata solo all'intersecarsi con altre narrazioni. C'è il gelo. L'autostrada viene bloccata dagli operai che protestano per la perdita del posto di lavoro. A bordo di un Suv, riscaldato come una sauna di un centro benessere, un'esperienza biologica si imbatte in altre esperienze biologiche. Provate a levare tutto. Fate piazza pulite delle sovrastrutture. Riducete, per un momento, tutto a collisione di esperienze di vite biologicamente inchiodate alla dimensione spazio-tempo. Il primo che si incazza perchè tarda (che so, ad una prima teatrale ?) i secondi che hanno motivo di ricorrere a tale forma estrema di protesta pur di acquistare visibilità e con essa qualche probabilità di soluzione dei loro problemi. Uno scenario, d'accordo. Niente di più. Diritti che confliggono. Da questi, nasce una storia.

Che non ha voglia di raccontare nessuno.


leggende: le 56 balene e i 56 anni di vita di Charlie Mingus

16/12/09

Dilettanti

la faraonica struttura dell'auditorium di Roma ad opera di Renzo Piano

“Roma avrà finalmente un luogo deputato alla musica”.
Con questa roboante affermazione gli ultimi due sindaci in ordine di tempo salutavano la faraonica opera sorta ai piedi dei Parioli, e affidata alla matita di uno degli architetti più quotati dal set internazionale, Renzo Piano.
Un investimento che reputo consistente, che ha conosciuto, in fase di costruzione, problemi di realizzazione, appalti saltati, tempi di consegna dilatati, insomma il meglio del meglio che si possa immaginare per quel che concerne appalti pubblici..

Per pudore mi astengo dall’andare a quantificarla, oggi Roma ha si un “luogo deputato alla musica”,
ma (credo) solo quella acustica. Il concetto di polivalenza (leggi: la possibilità di ospitare concerti che non siano solo di musica acustica) è andato a farsi benedire sotto i colpi di una progettazione, vogliamo dirlo ?, quantomeno dilettantesca.

L’acustica, credo, sia scienza a sé. Costava molto chiamare, nel fiume di denaro uscito, un pool di seri professionisti per affidargli il compito di studiarla a dovere proprio per rendere tale, faraonica, struttura, fruibile veramente da tutti ?

Anni fa assistetti ad un concerto di Marianne Faithfull. Sostenuta da gran parte dei musicisti componenti della band chiamata Smashing Pumpkins, tenne un concerto di rara bellezza quanto a partecipazione, feeling, e impegno sul palco. Peccato che le sonorità della sezione ritmica, stavo in galleria, sovrastavano tutto il resto. Non ritengo di addebitare il disastro al fonico del gruppo: semplicemente la sala (una delle tre) era inadatta.

Domenica sera si è esibito a Roma, sempre lì, all’auditorium, tal Joe Bonamassa. Trattasi di uno dei chitarristi meglio dotati di tecnica strumentale in circolazione. Contravvenendo ai miei proponimenti (quelli di non rimetterci più piede) non ho saputo resistere e ho staccato il biglietto (nemmeno tantissimo, visti i prezzi che sono capaci di chiedere, me la sono cavata con 25,00 euro), confidando nella possibilità di apprezzare a pieno, uno dei maggiori virtuosi della chitarra (elettrica e non) che sono sulla scena al momento.

Una delusione: mentre risultavano appena apprezzabili quei rari brani “lenti” dove la sezione ritmica (leggi: in particolare la batteria) restava su toni soft, appena il ritmo si scaldava (e stavolta ero in platea) il frastuono copriva addirittura la voce (che assicuro possente di suo) del buon Bonamassa. Poltrone che vibrano (ma uno studio sui materiale fono assorbenti no, eh ? era chiedere troppo ?) riverberi, baccano indistinto, in breve uno strazio.

Incapacità ? Solito pressappochismo ? Sta di fatto che una delle strutture più vecchie, l’auditorium di Via della Conciliazione, anche se realizzato decenni fa, offre un’acustica del tutto diversa: in grado cioè di ospitare sia concerti rigorosamente “acustici” (ho assistito a concerti di duetti per pianoforte e contrabbasso non amplificati riuscendo a distinguere, e ad apprezzare, il suono anche da posizioni molto distanti dal palco, cosi come assistito a concerti “amplificati” di band di fiati, cori di musica classica, orchestre sinfoniche senza avvertire la minima alterazione del suono).

Risultato: un’altra occasione persa, purtroppo a spese dei contribuenti, per dotare Roma di una struttura in grado di ospitare musica che non sia quella acustica (che poi dovrei accertare: non sono mai andato ad assistere lì ad un concerto di musica sinfonica). Di certo non è il posto per eseguire concerti che prevedano l’amplificazione di strumenti a percussione. E di questo, pur non essendo un audiofilo, sfido chiunque ad accertarsene.




risorse: qui un link al concerto

11/12/09

2666 di Roberto Bolaño




















Compratelo, o fatevelo regalare,
in ogni caso: leggètelo !
(clicca sulla copertina)

10/12/09

Il fascino perverso della ricerca della normalità











Balotelli


Per parlare di lui si è smosso anche il buon Gian Antonio Stella, prospettandone con tutto un pippone dei suoi, la possibilità di convocarlo nella nazionale che si appresta a giocarsi i mondiali in quel del SudAfrica, prossimo giugno.

E’ un personaggio, suo malgrado. Ha nemmeno vent’anni, stando all’anagrafe.
Ora non mi interessa scegliere da che parte schierarsi, se fra coloro che “a prescindere” o lo amano o lo odiano. Mi interessa eventualmente indagare l’effetto che l’attenzione mediatica (e sia, mettiamoci anche gli odiosi cori razzisti negli stadi) può provocare sulla personalità del giocatore.

Ieri sera, in mancanza di meglio, ho assistito alla partita di Champions dell’Inter (in casa) contro il Rubin Kazan (spero aver scritto bene, in ogni caso una formazione non molisana, bensì russa).

L’incontro è stato piacevole (ho acceso la tv che l’Inter aveva appena segnato il primo gol).
Poi Balotelli, si proprio lui, si è esibito nell’arte che gli riesce meglio: la balistica applicata agli arti inferiori, e ha tirato da distanza, come dicono i cronisti (che ormai parlano un linguaggio in codice che li omologa un po’ tutti) “ragguardevole” (tradotto: da una cifra lontano dalla porta avversaria):

Bene, costui ha caricato la palla di un effetto cosi strano che sostanzialmente il portiere avversario, per un attimo deve aver sentito l’impulso a trasformarsi in un astronomo improvvisato provando a intuire la traiettoria della palla come se gli stessero spiegando dov’è, e da quante stelle è composta, la costellazione del gran carro, nel cielo stellato (e non so se nebbioso, come e’ di solito) di Milano.

Cosa c’è da dire davanti ad un colpo del genere ? La gioia di qualsiasi sportivo, indipendentemente dalla squadra che tifa: il riconoscimento di una bravura fuori dal normale, talento lo chiamano senza troppe perifrasi.

Ecco qui parte il discorso. Ad un giocatore cosi, fatale che il coro mediatico finisca con l’addossare responsabilità e aspettative. Lasciamo da parte qui qualsiasi rilevanza possa costituire il colorito della sua carnagione. Non è questo in parola, ripeto. Ad una tale pressione, è possibile resistere a lungo ? Mi spiego: è possibile che ad ogni piè sospinto si levino o odi sperticate o infamie da bar sport da bassa padana ? Che male ha fatto ?

Il ragazzo ne deve essere consapevole. E non so in preda a quali meccanismi, riceve impulsi che evidentemente devono comportargli scelte di volta in volta bizzarre. Appena finito un tiro di punizione che lo fionda di diritto negli annali del calcio (in un ipotetica categoria: “le migliori reti da calcio di punizione da distanza impossibile di sempre”) ritorna ad un livello più umano, regalando agli astanti (ma forse soprattutto a se stesso) la più trita delle reazioni a fronte di un confronto con l’avversario (un difensore reo di avergli rubato palla) e platealmente lo atterra da tergo come fosse non nella Scala del calcio (San Siro) ma nel più anonimo dei campetti parrocchiali (sui quali un pò tutti abbiamo sgambato nella nostra adolescenza). Giallo doveroso quanto immancabile, ovvio e di li a poco ritorno a capo chino in panchina, prevenendo altri possibili guai.

Allora scomodiamo la mancanza di maturità, il fatto che “deve crescere” tutto il ciarpame buonista col quale, qui in Italia siamo campioni nell’assolvere ben peggiori nefandezze.

Voglio solo lanciare una provocazione: e se l’alternanza di tali comportamenti fosse dettata da un disagio che per prima lui sembra vivere, stando cosi spesso sotto i riflettori ? Come a dire, guardatemi, non sono un alieno, faccio stronzate anch’io insieme a rare perle, sono uno come tanti non mi state col fiato sul collo ad ogni passo.
Sarebbe già un inizio di un percorso di consapevolezza che non potrebbe fargli altro che del bene, sottraendolo insieme dall’obbligo di una recita, agli strali della critica e a crescere una buona volta, lasciandosi alle spalle questo come altri episodi (le reazioni all’indirizzo di tifosi romanisti, presenti in una sfida a San Siro nel gennaio dello scorso anno, dopo aver procurato- e trasformato, complice una leggerezza arbitrale un rigore inesistente) e affrancandosi da quella dimensione da “fenomeno da circo” cui tutti, a vari livelli, lo stanno inconsapevolmente o meno, condannando.

07/12/09

Più libri più liberi, Eur 2009


Come ogni anno, la piccola editoria scende al Palazzo dei Congressi dell'Eur per ridare vita alla manifestazione che celebra lo stato dell'arte della editoria, specialmente quella definita “piccola”.

Poi, è davvero piccola ? A giudicare dal numero degli editori, certamente no. Dietro le majors, quelle che smuovono le classifiche, che piazzano best-seller, che strappano (a suon di soldoni) alla concorrenza, scrittori da milioni di copie, c'è un esercito, silenzioso, che continua a coltivare il gusto di pubblicare (forse anche troppo ?) coloro che credono meritevoli e che credono nel proprio lavoro, la cui definizione più sarcastica ho sentito dire proprio da uno di loro “editare ? L'arte di perdere meno soldi possibile”. (per la cronaca, il sig. Castelvecchi).


Arriva Giulio Mozzi, gli mostro l'articolo del sole24 di ieri che parla del suo Sono l'ultimo a scendere. Lo legge in una frazione di secondo, in piedi, in mezzo a signore tirate a lucido che trascinano ragazzini recalcitranti fra i corridoi affollati della fiera. Poi, entriamo nella zona gestita della biblioteche di Roma e adibita a libreria (nel senso: sembra, e anzi è, una libreria come tante, con i suoi bravi scaffali, con gli spazi dedicati stavolta agli editori che pur avendo gli stand, in giro per la fiera, ospitano lì i testi che vogliono, per la vendita diretta).


C'è un tic, fra i tanti, che tradisce un sotteso bisogno d'ordine (e che ho scoperto di condividere con Mozzi). Entrambi non sopportiamo i libri esposti male, Ossia i volumi che qualche distratto passante ha preso dalla loro bella pila ordinata, magari sfogliati, e poi rimessi giù di malagrazia. Volendo stilare un'improbabile classifica: si va dal testo appoggiato (volutamente ?) con la copertina rivolta verso il basso (segno di profondo e insoppribile disprezzo per il volume, per l'autore ?) che viene da entrambi opportunamente ricollocato nella posizione originaria (con copertina rivolta verso l'alto) a quello (per distrazione ?) del libro riposto non esattamente sulle altre sue stesse copie, ma magari spostato, che già solo alla vista, è capace di suscitare un sussulto di fastidio. Ecco, le librerie dovrebbero ringraziare gente come noi. Commessi volontari (e non retribuiti) che collaborano al decoro del templio dedicato alla loro (insana ?) passione: la lettura.


Cosi, in questa sorta di “selezione” piuttosto che del reader-digest, della creme-della-creme, ci soffermiamo su quei testi che sembrano usciti dalla penna matta di un Fringberger qualsiasi.. Ne annoto qualcuno, che per originalità già dal titolo, si attaglia alla perfezione: “Giallo omeopatico”, o e di un attuale involontario: “La mafia del culo” (per i tipi Nuova Ipsa edizioni). Continuando con “Igiene del lavoro mentale” (che prontamente il Mozzi acquista), passando a “Curare con il cinema”, per finire con il titolo che giudichiamo il più meritevole per bellezza e originalità: “L'urbana nettezza” (del quale non ricordo l'editore).


Si prosegue, sono le sedici e c'è la presentazione, curata da Terre di Mezzo, del recente volume “(non) un corso di scrittura”, in una saletta che prende il nome da un prezioso (le sale si chiamano tutte cosi: rubino, topazio, smeraldo ect...). Siedono Mozzi e il presentatore, Davide Musso. La sala è caratterizzata dalla presenza di un numero impressionante di donne. Sopratutto “anta”. Mi interrogo sul perchè, ma resistendo a stento alla stanchezza, cedo a rapidi quanto improvvisi colpi di sonno che ahimè non mi consentono di apprezzare appieno la pur agile presentazione del Mozzi. Faccio tempo ad ascoltare le immancabili domande del pubblico, alla fine. Una signora chiede “ma lei non ha paura di venire sommerso da tutte queste richieste ? (riferendosi al fatto che Mozzi usa pubblicare i suoi contatti in calce a quasi tutti i suoi libri, venendo poi subissato da richieste di pubblicazione di manoscritti che gli pervengono con metodica frequenza). “Intanto sarebbe un problema mio", chiosa candidamente Mozzi, "ma poi ho un metodo" (e spiega in tre parole la sua “policy”).


Usciamo, Mozzi si attarda a firmare delle copie, sta arrivando Ferrarotti. Deambula, poco dopo, un Valter Veltroni sorridente, e il gran mare di visitatori inghiotte noi, insieme con la voglia di continuare a girare. E' tardi. Sono stanco. Incrocio un po' di gente che non manca di deludermi, dopo di che guadagno l'uscita. E torno a casa.

01/12/09

The call


La felice soluzione di un nuovo utilizzo di elementi d'arredo urbano, l'esigenza di diffondere e sostenere il piacere della lettura, coniugate in questa immagine (cliccaci sopra per ingrandire).

Che bravi 'sti inglesi !

30/11/09

Queste sono le leggi di cui il paese ha bisogno

Nei giorni scorsi, nascosta fra le pieghe di una gran mole di notizie, ne è apparsa una relativa ad una proposta di legge, pare presentata da un esponente della Lega, volta a reprimere il fumo mentre si è alla guida. La motivazione, al di là di una condivisibile preoccupazione per gli eventuali passeggeri (in ispecie se minori) esposti ai danni del cosidetto fumo passivo, sopratutto per eliminare una causa di distrazione per chi guida.

La cosa che trovo curiosa, è che la distrazione oggi la tecnologia è in grado di abbatterla, o quanto meno di ridurla notevolmente. Attraverso un paio di apparati, che se davvero fosse questa la preoccupazione dell'estensore della proposta di legge, avrebbero il potere di azzerare tutte le sue ansie.

Alludo al dispositivo che regola automaticamente la distanza di sicurezza dal veicolo che precede (strumento indispensabile per chi, non vivendo a Roccacannuccia di sotto, è costretto dall'insensata politica dei nostri urbanisti, a quel piacevole intermezzo della giornata costituito dalle code), e che viene per ora montato solo come optionale su auto di prezzo medio alto, e uno straccio di bluetooth (sistema vivavoce) che potrebbe essere montato, di serie, già dalla fabbrica.

Sono due accessori che per il loro impatto sul livello di attenzione alla guida potrebbero benissimo andare incontro all'intenzione che sottende la proposta di legge leghista.

Chiaro che se nessuno ad oggi, abbia pensato a sfornare una leggina (e meno male che nello stesso partito milita un signore, che è remunerato per "semplificare"), che imponga alle case automobilistiche di montarli, entrambi, di serie, forti sono i sospetti che la loro lobby sia davvero forte.

Fumare fa male, indubbio. Fare cassa, preoccupandosi della concentrazione, quando questa può essere delegata (per ora solo a beneficio di chi ha capacità di spesa più alte), lo fa di più.

17/11/09

Ma perché non ve ne restate a casa ?

la nave russa bloccata dai ghiacci, from BBC

















E’ di ieri, poi dici che le superstizioni non valgono: era il 17, la notizia che una nave da crociera sovietica è rimasta bloccata in quel dei ghiacci dell’Antartide.
Per la gioia dei pinguini e delle foche monaca residenti, il centinaio di ospiti, turisti sudditi di Sua Maestà la Regina e anche paganti dell’insolita crociera, che saranno felici di avere un valido motivo per procrastinare il rientro, insieme ad una troupe della mitica BBC (che per ironia della sorte è uno dei pochi canali che il mio digitale terrestre mi consente di ricevere, forse consapevole del disastroso stato del mio inglese).

Ora, resta da chiedersi cosa spinge esseri umani, sicuramente adusi a siffatte temperature, a investire dei denari (non sappiamo quanto faticosamente sudati) per concedersi l’emozione, tutta particolare, di restare bloccati nella “parte più bassa della palla”, in balia dei venti cui affidare l’eventuale disincaglio.

Scorte a bordo non ne dovrebbero mancare, basta essere dotati di un briciolo di acume per prevedere siffatte evenienze. Possibilità di scendere per fare due passi, posto che una lastra di ghiaccio sopporti il grazioso peso di qualche signora magari con un passato da lanciatrice del peso olimpionica, o per infilare nel classico buco nel ghiaccio una lenza e integrare in tal modo
la plumbea dieta del cuoco di bordo, esperto in ricercatezze degli Urali.

Ecco, è di fronte a notizie del genere che uno reprime l’invidia per la distanza che costoro hanno messo fra se stessi e il resto del mondo, liquidando il tutto con la più spontanea delle domande:

Ma perché non ve ne restate a casa ?

Stasera, pesce

spuntino di mezzogiorno









Adesso, scateniamoci con la retorica...per tutti i porci arriva
il giorno di San Martino...tanto va la gatta al lardo...guardati
dalla furia dei calmi, e via di luogo comune.

Ma davvero le immagini scattate da un bravissimo fotografo
in quel del Serengeti (no, non è una marca di occhiali da sole,
peraltro costosissimi), ma un parco naturale della Tanzania, hanno
dell'inusuale.

Da notare che la proverbiale mansuetudine
dell'ippopotamo, uso condividere la groppa con graziosi
uccellini che si sfamano di ciò che resta aggrappato sulla stessa,
in questo caso, mal ha digerito la passeggiata dell'incauto
anfibio sulla propria ed altrui schiena.

Come dire....e checazzo ! lo vedi che stamo a fà er bagno, no ?

qui tutta la sequenza (dal sito corriere.it): clicca

16/11/09

Switch-off


Sono mesi che terrorizzanti messaggi contenenti questa parola ci vengono ammanniti (no, non è un parente) dalle primarie reti tv nostrane.
A breve, da Aosta a Caltanissetta entrerà nel nostro vocabolario comune, cosi come lo stesso movimento, quello di entrare, sarà compiuto dai nostri soldi verso le casse di coloro che vendono un paio di cose (a seconda delle tasche): un decoder, o un televisore dotato di decoder incorporato.

Nel primo caso, te la cavi con meno di quanto occorre per una cena di pesce. Nel secondo, a meno che tu non vada a cena al roof dell’Hilton, con quasi la stessa cifra.
Pagare per essere informati.
Si dirà, beh ? che scoperta è ? Anche pagando il canone, infondo, paghi per essere informato.
L’informazione si paga, ha un costo.
Certo, c’è la cosiddetta free press, quei tabloid che ti regalano se prendi la metro. Ma lì devi leggere, e stando a quanto lamentano un po’ tutti (ultimamente anche la Presidenza del consiglio, con la sua campagna “Passa parola”), non è che l’operazione sia molto diffusa.

Per startene in poltrona, in canotta, birra e rutto libero di fantozziana memoria, devi pagare.
Cosi sarà che uno tornerà ad apprezzare quanto gli viene dato. Se è gratis, viene da pensare, non vale niente, è gratis appunto. Se pago, forse, presterò più attenzione a quanto mi viene offerto in cambio.
Per ora dal mio decoder (si, ho eseguito pedissequamente le operazioni richieste) sono spariti tutti i programmi di mediaset (beh…sai che dramma…) ma soprattutto La7, che invece potevo vedere solo in analogico (va a capire dove diavolo hanno piazzato le antenne…).

Domani salirò sul tetto. Forse acquisterò una nuova antenna logaritmica, provando a collegarla con quella esistente, nella vana speranza di captare nell’aere, i segnali spariti dal mio televisore.
Poi, dopo un po’ viene da chiedersi: “…e se lasciassi le cose cosi come sono ?”.

11/11/09

Si parla troppo di silenzio, di Aldo Nove.
















[per problemi di server, e non solo, l'esperienza della bottega di lettura riparte su una nuova piattaforma: qui. Questa è la mia lettura del titolo del post].

Settimana scorsa, per lavoro, ero a Milano. E’ una città che mi piace, e con la quale ho avuto uno di quei flirt a distanza. Ogni volta che ci torno mi sembra sempre più viva, pulsante. A Milano, fino a fine dicembre, c’è un’antologica su Edward Hopper. Non sono riuscito a vederla. Mi riprometto di farlo a Roma, dove è prevista per febbraio 2010. Ho portato con me questo libro, leggendolo nei tragitti in metro.

[continua a leggere in bottega di lettura]

01/11/09

Alda





"e la non ragione ha sempre fatto il mondo!"

31/10/09

Il pasticcere, non trotzkista

Cabina della domenica.
Sto passeggiando da solo. Ho lasciato tutti gli animali a casa. Fanculo. Oggi non ho voglia di guinzagli. Transito vicino alla parrocchia, sul marciapiede c'è una cabina telefonica densa di annunci sconci scritti con pennarello indelebile, di vari colori.

Suona il telefono, giusto mentre sta uscendo un oceano di gente dalla consueta funzione domenicale.


Pronto, dico con tono professionale e senza pensarci su (alla stregua di un condannato cui hanno appena letto i suoi diritti, prima dell'ultima passeggiatina verso la sala dell'elettric-chair).


Si, pronto, è la pasticceria ? -una voce di ragazza, fresca come il bucato di marsiglia.

No, guardi ha sbagliato numero, questa è una cabina telefonic…

Non mi interessa, le avevo ordinato una Saint Honorè per le 12 di oggi, è pronta ?

No, le ripeto, cerco di sembrare più persuasivo ed amichevole possibile per prevenire altri attacchi…infondo sono solo di passaggio, ecchecazzo…

Poche storie, senta. E' pronta o no ?

Ma che cosa ?

La torta, quella che le ho ordinato.

Quale ? dico rassegnandomi ed entrando nella parte (controvoglia)

Come quale, quella con la scritta "Come oggi, per sempre, tua Fliflì" ha capito ?

Fliflì ? chiedo io, perplesso.

Si, Fli flì che c'e' di strano ?

No, nulla è insolito, non trova ? chiedo…

Lei non è tenuto a fare considerazioni, lei deve aver preparato questa torta, è pronta o no ?

Sto per mandarla al diavolo quando decido di entrare nella parte.

Si, appena uscita dal forno, dico, ignaro di tecniche di pasticceria.

Dal forno? Mi chiede se possibile ancora più inacidita. - Ma mica si fa al forno quella torta lì !

Ah no? Dico per prendere tempo, convinto d'essermi andato a cacciare da solo nel classico vicolo cieco, intanto un pensionato con pochi denti sbatte le nocche della mano sul vetro della cabina facendo cenno di sbrigarmi…

No, ma lei è sicuro di essere un pasticciere ?

E lei è certa dell'amore che giudica eterno, Fliflì ? (rendendole pan per focaccia…)

Mi passi il titolare, lei è un incompetente.

Piano con le offese io ho solo risposto alla sua chiamata, vuole parlare col titolare, bene, glielo passo, ne ho abbastanza.

Faccio cenno al pensionato con il vestito della domenica che bussava sul vetro…."E' per lei" gli dico, porgendogli la cornetta.

Esco dalla cabina, nel sole incerto della domenica mattina. Devo arrivare al bar all'angolo dove mi aspettano le paste della domenica. Fliflì ne sarà contenta. Cazzo di tipa…nulla è per sempre, o no ?!

20/10/09

Another snake in the wood


D’accordo, come parodia è pessima, ma davvero il succedersi di ritrovamenti di pericolosi serpenti a sonagli in quel della pineta di Ostia, comincia a preoccupare i frequentatori, e fra questi anche lo scrivente.

A distanza di pochi giorni, sono stati rinvenuti da impavidi appartenenti al Corpo Forestale dello Stato (CFS per gli amici), due esemplari definiti “molto pericolosi”, di serpente a sonagli, il cui antidoto, nella patria di Rita Levi Montalcini, non è presente ma va richiesto, a quanto ho capito, in Belgio (ah, il fulgido periodo coloniale…) o in qualche altro paese europeo di sicuri trascorsi coloniali.

“Generi coloniali”, fino a qualche anno fa, la scritta ancora resisteva in qualche sperduto paesino dello stivale, a testimoniare, su qualche bottega, gli antichi fulgori dell’Impero. Ora, se recitata a degli studenti di un qualsiasi corso di media superiore, potrebbe, al meglio, strappare un sorriso, venendo scambiata facilmente, per una bizzarra maniera di chiamare, che so, una profumeria.

Il fatto che a distanza di pochi giorni, siano stati avvistati tali esemplari deve costituire motivo d’apprensione fra coloro, che a vario titolo, frequentano detta pineta. La cosa non manca di assumere un risvolto erotico. Innumerevoli sono infatti i tratti di detta pineta (aggredita con metodica costanza, da anni, da incendi dolosi), infestati da prostitute e trans, soprattutto nelle ore pomeridiane e serali. La presenza di serpenti, prim’ancora che reminescenze bibliche, rimanda a fantastici giochi erotici con essi, praticati dalla mai dimenticata Cicciolina (in arte: il vero nome Ilona Staller) dalle pagine di qualche rotocalco porno, che deve aver a mestiere irruvidito la mia adolescenza (e con essa la capacità ottica delle mie diottrie).

I serpenti, ci mancavano. Antichi mestieri verranno rispolverati. I famosi incantatori (oggi agilmente sostituiti da telepredicatori d’ogni sorta e colore, che vomitano le loro sentenze dagli schermi televisivi ad ogni ora del giorno, e della notte), torneranno a popolare i vialetti, una volta alberati, di ciò che resta della Pineta (un tempo, al suo interno si tenevano gare di automobilismo…).
I serpenti che conferiranno la giusta dose di thrilling alla dichiarazione del pensionato di turno, alla moglie imbigodinata e dalle calze calanti immortalata da Aznavour “cara, vado a fare due passi in pineta”.
“Hai preso l’antidoto ?” si sentirà rispondere, come una di quelle false cautele che insieme, liberano l’animo dalla speranza che gli capiti a tiro il rettile, e tacitare la propria coscienza con la più comoda delle coperte (psicologiche) “ma io, infondo, glielo avevo detto….” (di non andare).

Ecco, chiunque li abbia depositati lì, al di la delle intenzioni, andrebbe ringraziato. Sta regalando porzioni consistenti di brivido (e con essa la dovuta attenzione massmediatica che comporta) agli ignari praticanti (nell’ordine) di footing, bike o semplice camporella.

qui "more info about" come dicono a Camisano Vicentino

18/10/09

Linguaggio piano (massacrare, prima coniugazione)

dal sito corriere.it:













(poi ha un senso invocare la tessera del tifoso con giornalisti che titolano cosi una pesante sconfitta ?)

ps. ignoro chi sia l'emulo di WALL-E, ritratto nella foto.

16/10/09

Perchè non agli Ostrogoti ?


L’altra sera, mentre ero intento alla preparazione di un frugale pasto, ho tenuta accesa la televisione per rendermi edotto circa le condizioni del mondo, ascoltando un tiggi.

In ossequio ad una moda consolidata, esaurite le “highlights” (come vengono chiamati in gergo gli eventi più importanti della giornata) e obbedendo a quella legge non scritta che recita che le previsioni meteo siano l’elemento principe di conversazione fra estranei, dalla redazione del tiggi hanno pensato bene di inserire un servizio su questa precoce ondata di freddo, indagando le abitudini degli italiani circa il loro atteggiamento su quella simpatica operazione che prende il nome di "cambio di stagione".
Cosi l’alacre intervistatore, calato nelle vie del centro (non importa qui di quale città) ha aperto i microfoni e intervistato (a caso ?) i passanti.

“E’ stancante”, “non l’ho ancora fatto”, “Mi faccio aiutare da mia madre…e si che non sono più una ragazzina” ha detto, ridendo, una donna. Ma la dichiarazione, a dir poco agghiacciante, e che indurrebbe a riprendere in mano i manuali di storia, l’ha resa una signora, in età avanzata, che alla domanda “cosa ne ha fatto degli indumenti dismessi ?” ha candidamente dichiarato: “Li do ai mongoli”.

14/10/09

Sono l'ultimo a scendere, a Roma (2)

Giulio MOzzi e Gaja Cenciarelli al 433 di Roma, 13.10.09

E’ una costante che alla collettività letteraria vengano assegnati spazi definibili da carbonari. Nel sotterraneo di un bel localino (il bar-ristorante 433) di via del governo vecchio, in Roma, si è tenuta l’altra sera una presentazione dell’ultima fatica di Giulio Mozzi.

Presenti i bei nomi della nostrana produzione letteraria, non nell’ordine: Leonardo Colombati, Monica Mazzitelli, Peppe Fiore, Michele Governatori, con la leggera ironia di Gaja Cenciarelli che ha condotto, dando ottima prova di entertainer (chissà…ce la vedo bene come conduttrice di un talkshow finalmente “intelligente”), Mozzi ha esposto, da par suo, le tesi portanti del lavoro, sottoponendosi (volentieri) al fuoco di fila e alle punzecchiature che pure la Cenciarelli non gli ha risparmiato (a partire dal garbato rimprovero per aver storpiato il suo nome, proprio nell’ultima pagina, quella dei ringraziamenti---fra i quali, a sorpresa, si è ritrovato anche lo scrivente). Ha trovato anche modo di sovvertire i clichè classici di questo genere di eventi, regalando all’attenta platea, anziché letture dal libro in oggetto, il capitolo due “work-in-progress” del suo “famoso” romanzo in via di completamento.

Nelle chiacchiere prima dell’inizio, però, sono emerse le considerazioni più stringenti su questo lavoro. Che tento di esporre, riassumendole qui, in forma di punti di considerazione.

Intanto: la mia curiosità di necrofilo si è soffermata sul momento creativo. Forse vale a poco, ma mi interessava sapere se, nati dalla mano felice di chi li ha scritti in primis per il web, questi racconti (o miniracconti o semplicemente “gag” come li chiama l’autore) abbiano goduto, anche nella trasposizione su carta, della stessa “freschezza”. Salutando questa, qualora fosse acclarata, come una forma di scrittura sulla quale andrebbero rivisitati tanti tabù e luoghi comuni che la vogliono ridicolmente confinata nel perimetro di uno schermo di un pc.

L’altra osservazione, è legata invece alla novità “strutturale” di questo “ordigno letterario”.
Non è propriamente un romanzo. Non è nemmeno una semplice raccolta di racconti. Azzardo la battuta che forse è un libro “palindromo”, nel senso che il lettore può, a suo piacimento, prenderlo, aprirlo a pagina 150 e cominciare a leggerlo da lì, per poi tornare eventualmente indietro, senza che questo alteri minimamente il senso complessivo del lavoro.

Sono novità non da poco. Credo che a costituire tali fortunate coincidenze, Mozzi debba essere compiaciuto. L’assoluta novità del lavoro, va oltre la spicciola fruiibilità del libro, che si presta, forse al di là delle sue stesse intenzioni, a fare da “apripista” verso una nuova struttura letteraria,
che crea in qualche modo un precedente. Indubbio che sia la qualità intrinseca della scrittura, quale che sia il “mezzo” sulla quale si declina, ma resta forte il sospetto che con tale operazione si possa aprire una nuova stagione e che, al pari di altre scritture “pensate” per l’esclusiva pubblicazione su carta, si faccia spazio, in un’ottica di reciproca contaminazione, anche questa maniera di raccontare, coraggiosamente spinta, da chi si definisce, con immensa modestia e un forte retrogusto d’ironia, “sono un prosatore veneto”.

12/10/09

Il faraone












Il faraone riposa nel suo letto.
Per sempre. O per un po'.
Ha chiuso gli occhi.
Sembra che dorma.
E' maestoso, nel suo regale aspetto.

Il faraone ha chiuso gli occhi.
Il respiro che si è fatto più lento,
si è fermato del tutto.

Il faraone incute rispetto,
la sua è una corsa finita.
Il faraone riposa,
lo vestono, lo compongono,
pietosamente gli chiudono la bocca,
fermata nell'attimo dell'ultimo respiro,
come a cercare altra aria.
Il faraone.

Il faraone rimane tre giorni in casa,
cosi.
Lo piangono, nell'ordine, un po' tutti,
i figli, i nipoti, gli amici.
Il faraone è bello, maestoso
anche nel suo riposo.

Il faraone finisce la sua corsa,
cosi.
I risvegli nel mare,
verso l'Africa,
forte dei suoi vent'anni,
a bordo di una nave.

Il faraone che incontra chi
sarà capace di rubargli il cuore,
ci scappa, e nascerò io.
Poi altri figli,
e viaggi, e ritorni
e fallimenti e rapide
riprese.

Il faraone che si rimette sui libri,
a quarantacinque anni,
quattro figli, un lavoro.
Riprendendo gli studi,
lì dove si erano interrotti,
per la morte del padre,
e per la necessità di
sostenere la famiglia.

Il faraone, chissà perchè,
sembra non sia affine all'idea
di una fine.
Vivrà oltre, e starà in giro,
o a casa sua, o magari
anche qui, intorno.

Il faraone.
Il faraone ha lasciato
una radiosveglia che si
attiva tutte le mattine,
all'ora che aveva impostato.
Rientrando nella sua casa, vuota,
mi sorprendo ad ascoltarla.
Una presenza che gli prescinde.
Un atto, consacrato nei chip
di un transistor, come ultima
volontà, da rispettare.

Il faraone l'hanno portato via
in quattro. Sono usciti da casa,
un sabato mattina,
con la sua bara in spalla.
Tre di loro alti un metro e ottanta,
uno, più piccolo, forse un metro
e sessanta, sessantacinque.
Uscendo ho detto a mio fratello:
lo vedi ? hanno montato il ruotino.
Avrebbe riso anche lui,
il faraone.

Il faraone è mio padre.

24/09/09

Sono l'ultimo a scendere, di Giulio Mozzi (1)





Ha una copertina bellissima. E’ la raccolta, ragionata, di una serie di post che mi hanno deliziato, dal lontano 2003, sul web, a mano di Giulio Mozzi, sul suo antesignano diario in rete (qui per i necrofili: anno 2003-2004).

Preso da poco, lo porto con me per leggerlo appena posso. Sono giorni di fuoco, code per uffici, ieri all’ASL, oggi all’INPS (con orari disumani: arrivato alle 11 mi sono sentito dire che i numeri erano esauriti e che se ne riparlava pomeriggio. Alla domanda, a che ora ? La guardia giurata, paziente, ha risposto: gli uffici aprono alle 15 ma le conviene venire qui prima per prendere il pre-numeretto: che ho scoperto è un sistema fai-da-te per evitare di scannarsi all’apertura dei cancelli).
In breve, alle 14 e 20 sono in coda, con mio bravo pre-numerino in mano, il 54.
Apro il libro, continuo a leggere (va detto che per la sua struttura: brevi capitoli che sono poi i post, sebbene riveduti e corretti, che come detto erano già stati pubblicati online, il testo si presta a questi ritmi di lettura: dovrebbero dispensarlo nelle sale d’attesa).

Una signora anziana, e ci sarebbe da farne un testo a se, circa i dialoghi che si instaurano in circostanze di code collettive, mi si avvicina e con fare educatissimo mi chiede: Cosa legge ?
Le mostro la copertina. Lei recita il titolo e il nome dell’autore. Poi dice, Giulio Mozzi ? non lo conosco. E’ bello ? Sto per chiederle, da stronzo, chi ? Il libro o l’autore ? ma mi trattengo e le rispondo: divertente da morire. Lei mi guarda con sguardo pieno di riconoscenza.

Non so se avrà mai modo di sincerarsi di quanto le ho detto.
Mi piace pensare che si.


PS. C’e’ un refuso, a pagina 75, fasciolo in luogo (credo) di fascicolo.

Anche a Bari c'è il Procasma ?


La tanto invocata libertà di stampa, regala, in una stagione come questa, improvvisi scorci d’ilarità. Alludo alle brevi di cronaca, territorio ad hoc, per chiunque volesse, fuori dai clamori della cronaca “lunga” o ufficiale, farsi un’idea approssimativa del nostro paese, anche bene in sedicesimo.

La notizia è questa: sull’autostrada Napoli-Bari viene fermata un’auto per un banale controllo. Aperto il bagagliaio, risulta contenere ben 1702 (non uno di meno) animali classificati come esotici (con mio vivo disappunto, essendo un’amante del genere, nessun serpente). L’elenco comprende, numerose varietà di pappagalli, tartarughe marine, enormi quantità di topolini bianchi (che un briciolo di politically-correct, impedisce di chiamare albini), e ancora criceti, scoiattoli e addirittura dei camaleonti.

L’occasione si presta per qualche creativo, al soldo di qualche casa automobilistica, come formidabile spunto per magnificare in via alternativa le discrete capacità di carico di detto veicolo (nella fattispecie una Fiat Multipla, auto rispetto alla quale ricordo la fantastica battuta di un mio amico, quando uscì sul mercato: “la multipla ? è bella quella di sopra”, volendo in tal modo sottolineare il fatto che sembrava fosse stata progettata da due mani diverse: una che si è presa cura della parte di sopra, un'altra di quella di sotto).

Ora, sebbene resti da encomiare il ruolo di stabilizzatore psichico, la positiva influenza sull’umore, che generano gli animali (domestici e non) in coloro che se ne prendono cura, e in tal senso farsi una ragione che a Bari, ci saranno 1702 persone che ricorreranno ad altri metodi per placare il loro disagio di vivere, è molto forte, in chi scrive, il sospetto che il Procasma abbia aperto una filiale in quel del capoluogo pugliese.

19/09/09

Altri libri

Sto tentando, faticosamente: problemi di vita pratica me ne impediscono una lettura spedita, di finire il secondo tomo di 2666. Questo non mi ha impedito, facilmente suggestionabile come sono alle buone critiche, di farmi del male in diverse librerie, in questi giorni, con questi titoli (doverosamente, a questo punto, in lista d’attesa).

Una (la prima, l’unica ?) raccolta di racconti di Amy Hempel “ Ragioni per vivere”, Mondadori, 20 euro.

Il tanto celebrato (fonti Tuttolibri, Sole24 ore Domenica e tam tam di amici) premio Pulitzer Elizabeth Strout “Olive Kitteridge”, per una forma di ossequio mai placata verso i signori che compongono quella giuria (che già per aver premiato La Strada, di Mc Carthy meritano tutto il mio rispetto)

E ancora, di Roberto Bolano, edito da Sellerio, Chiamate telefoniche. Per una forma di passione verso questo argomento che ha caratterizzato i miei primi balbettamenti sul vecchio blog (vedi apposita voce nel sommario).

Buon ultimo, non essendo fra gli illuminati che si sono bagnati nella luce di Infinite jest, questo suo recente (e postumo…) Questa è l’acqua.

Prevedo, a breve, la necessità di rifare le molle del divano. O di cambiarlo del tutto.

03/09/09

Adoro la televisione, non solo al mattino

Souza Wallace, no, non è parente
Citando la celebre frase del colonnello interpretato da Robert Duvall, mentre ero in vacanza, fra un libro e l’altro, sfogliando i quotidiani, mi sono imbattuto in un paio di curiose notizie. Ho qualcosa di irrisolto con la televisione. Poi, quando mi imbatto in notizie cosi penso che l’arte di occuparsi di quello che viene vomitato da questi schermi domestici è ben lungi dall’esser compiuta: la realtà, senza nemmeno inserire la freccia, supera qualsiasi immaginazione.

In Brasile, un personaggio buffo (tale Souza Wallace, no che non è parente di Edgard Foster), che assume su di se una molteplicità di funzioni che sembrano tradire l’ansia di evitare di sostare ai bordi di un laghetto di pesca sportiva, cacciando pacificamente trote annoiate, insieme candidato a sindaco (o “alcade” di marqueziana memoria), telepredicatore,
conduttore di una roba tipo la nostra “Vita in diretta”, viene pizzicato da ciò che resta di onesto nel corpo della polizia locale, come mandante di enne omicidi ai danni di poveri bottegai, trucidati per una manciata di spiccioli e opportunamente immortalati da una troupe della televisioncina locale, della quale, ovviamente, è una sorta di patron. E’ stata la frequenza di questi episodi, insieme con la sospetta tempestività con la quale i cameraman immortalavano il tutto a mettere il dubbio nella mente degli investigatori. Risultato: c’è chi per l’audience è disposto a uccidere (anche bene per interposta persona). Un congegno talmente assurdo da sembrare uscito dalla penna del miglior Bolano.(qui l'articolo)

L’altro giorno, invece, stavolta da tutt’altra parte dell’emisfero. La morte in diretta. Nel corso di un reality (sembra che a qualsiasi latitudine non si sia in grado di proporre altro), un partecipante ad un ability (che come termine mi ricorda troppo prepotentemente l’agility, competizione per cani addestrati che danno spettacolo) ha avuto un malore mentre tentava con un grazioso peso di sette chili sulla schiena di percorrere a nuoto le sponde di un laghetto in Pakistan. Pronta l’offerta dell’Unilever (sponsor del capolavoro) di risarcire i familiari. L’audience, anche qui, ha subito impennate tali da augurarsi, nel tempo, il ripetersi di simili, infausti, accadimenti.(qui l'articolo)

La morale: piuttosto che continuare a immaginare format per programmi che non vedranno mai la luce, prendere in considerazione l’ipotesi di aprire una modesta merceria nel centro di Bucarest.

30/08/09

for ever and ever

Orchestra Mantovani
Mi hanno sempre affascinato le grandi orchestre.
Un vezzo, come uno di quegli amori che, avendolo sempre fra i piedi, ti accorgi, alla fine, che non puoi farne a meno.
Sopravvivo benissimo anche senza, ovvio.
Trovo però che hanno sempre esercitato un certo fascino su di me. Ho provato a sondarne il motivo.
L'ammirazione per gli arrangiamenti, l'esecuzione diversa dall'originale, l'esercizio automatico che il mio orecchio musicale mette in moto non appena individua, alla velocità della luce (pardon, del suono) tre note coincidenti.
Intuisci il grande, paziente, lavoro che c'è dietro. Le ore di prove, l'arte di accordare strumenti (e persone) cosi diversi. Dai fiati, agli ottoni, agli archi, ai tratteggi dei pianoforte. In breve, un esercizio intelligente che può, anzi riserva, il suo sporco tre per cento di felicità.

Ammetto che in tutto ciò, abbia giocato pesantemente, la passione di mio padre per questo tipo di musica. Magari, anzi senz'altro, quand'era giovane ci avrà sballato sopra. Va a capire.
Anni fa, quando qualcuno mi chiedeva di cosa mi occupassi, trovavo interessante rispondere: il compilatore di selezioni musicali per compagnie di volo. Alla faccia perplessa dell'interlocutore, aggiungevo...hai presente quando sali a bordo di un aereo ? Hai mai sentito la musica che si ascolta a bordo ? Si, proprio quel genere che assolve ad un paio di funzioni: colmare il silenzio e il brusio di chi sta per prendere posto, e insieme, stemperare la tensione mandando appunto brani che per la loro leggerezza, e la perfezione dell'esecuzione, in genere ad opera di grandi orchestre, contribuisce a sopire l'ansia per il decollo imminente.
Mi davo un tono, e più di qualcuno, a fronte di tanta autorevolezza, credo sia stato disposto a crederci davvero.
Questo tipo di musica, che rappresenta una versione colta dell'arte di fare cover tutt'ora imperante, è stata territorio indisturbato, per anni, di una cosa chiamata filodiffusione. Di sottofondo in studi medici (appena impercettibile), cosi come nelle lunghe notti insonni (alla guida, o su qualche libro) sospinta nell'aria dai canali radio nazionali, magari intorno alle cinque di mattina. Non so cosa mi piaccia di più, se il suo essere demodè, la preziosità degli arrangiamenti, o semplicemente l'ottima qualità delle esecuzioni.
So che si tira dietro un mondo. E so che quel mondo, fatto di gente che ha vissuto in Italia, da gente che si è fatta il culo, e che si ritagliava a stento, in tutto questo culo, porzioni di felicità le ha potute condire con questa musica, che in qualche modo mi appartiene, in quanto figlio di qualcuno cosi.

28/08/09

Saper stare agli scherzi











Gli olandesi mi stanno simpatici.
D’accordo, in un desolante panorama di stati europei, ci vuol poco ad emerge quanto a originalità, coraggio nelle decisioni impopolari, e distinzione dal piattume clerico-destrorso.
Dall’eutanasia, alla tolleranza circa le personali inclinazioni sessuali, l’idea che me ne sono fatto è di un insieme di persone che hanno trovato un equilibrio, impostato un modus-vivendi improntato al rispetto dell’individuo, e che fa perno su un concetto di libertà che mi trova più che concorde.

Tanta felice combinazione di caratteri sociali, porta inevitabilmente ad accettare gli eventi della vita con singolare estensione del senso dell’umorismo.

La notizia è questa. Nel 1969, a pochi mesi dal mitico sbarco sulla Luna, la Nasa pensò bene di mandare in tour (alla stregua di un importante gruppo rock) l’equipaggio di Apollo 11, in diverse capitali europee. Nel corso di tali visite, come si conviene, i nostri pensarono bene di utilizzare a mò di cadeaux dei reperti del suolo lunare. [ricordo ancora, bambino, una visita col mi babbo nella sede di un museo, fra i bianchi marmi dell’EUR, per osservare, da dietro apposita teca blindata, la prova provata del viaggio del secolo].

Apprendo, da articoletto di spalla pubblicato sul sito del corriere, che l’indomita curiosità olandese, a costo di innescare un'empasse diplomatica, ha portato un gruppo di mattacchioni ad analizzare uno di questi reperti, stabilendo che si tratti non di pietra di origine lunare, quanto di banalissimo legno adeguatamente fossilizzato.

Immaginate fosse successo da noi ? Interrogazioni parlamentari, convocazione dell’ambasciatore per non meglio precisati chiarimenti, tensione nelle relazioni internazionali (come se non bastassero quelle già in tavola) importanti tromboni, chiamati ad esecrare tale, vile, comportamento. In Olanda no, lì alimentano ancora, insieme ad un sacco di altre belle cose, anche un discreto senso dell’umorismo. Lo terranno esposto, al Rijksmuseum di Amsterdam comunque.

Bellissimo il commento attribuito alla signora Xandra van Gelder, portavoce del museo nel quale il reperto è esposto: «È una bella storia, con molte domande che non hanno ancora una risposta. Comunque possiamo farci una risata».

22/08/09

Tre testi

dettaglio ornamento frontale basilica S.Croce a Lecce







Il lato positivo della vacanza è interrompere. Fermare il ciclo infernale di giornate scandite dall'affannosa produzione di reddito che piega al suo dispotico volere ogni singola attività del quotidiano.
Contrariamente a quanto facevo da giovane, in vacanza i risvegli arrivano sempre prima. Andando a letto prima evidentemente l'organismo ha bisogno di meno ore di riposo, oppure, le stesse sono sufficienti e ti consentono di svegliarti, come si dice, “al levare del sole”.
Sono gli attimi più belli della giornata. Seduto fuori, in fronte alla direzione di quella palla arancione che lentamente sale senza ancora scottare, debitamente munito di Autan (di cui a breve diverrò titolare di quote, visti i robusti consumi), ho dato fondo a tre testi, dei tanti che mi sono portato dietro.




L'ultimo scapolo, di Jay McInerney.
Sono racconti. Per chi avesse letto, a fine anni '80, l'altro suo “Le mille luci di NewYork”, lo spaesamento, appena finito di leggere il primo racconto, è grande. “Che cazzo fa ? Ripete il finale del primo romanzo ?”. McInerney ha una mano felice, e insieme, deve nutrire una qualche ossessione per il pane. All'uscita del tunnel da una notte colorata, al solito, da droghe, pompini esigiti, pin up e drag-queen, immortalati (ancora oggi) nelle notti senza fine spese fra un locale e un altro, fra restroom dove la cocaina scorre a fiumi, il nostro arriva nei paraggi di un forno. Ha le tasche vuote, e trova congruo scambiare la propria giacca griffata, per un pezzo di pane appena caldo.
Il resto dei racconti sono un caleidoscopio dell'umanità (quasi sempre dell'Upperclass) che informa l'America. Scritti in maniera impeccabile, cosi altrettanto tradotti e resi dall'abile lavoro di Paolo Bianchi, i racconti si sorreggono di fulminanti dialoghi, aventi di volta in volta per oggetto, rapporti di coppia alla frutta, beghe familiari e tutto il corollario cui ci ha abituato fino a poco tempo fa un altro grande “fotografo” della società america, Truman Capote.
Letto d'un soffio. Consigliabile a chi volesse capire come si confeziona un racconto.



Poi ho approcciato una raccolta di racconti di Paolo Cognetti (Una cosa piccola che sta per esplodere). Edita da minimumfax, la raccolta contiene una manciata di racconti. Mi ha colpito la cura con la quale sono scritti. L'attenzione al dettaglio che non risulta mai stucchevole, il passo, l'incedere della narrazione, dalla quale arriva la voce dell'autore: mai perentoria, non affrettata, quasi sussurrata. Un insieme di ritratti che colgono gli aspetti magari meno vistosi, ma degni del lavoro di ricerca di chi, come l'autore, dotato di occhi incisivi, esplora derive sociali come l'anoressia (splendido il finale del racconto di un gruppo di ragazzine della buona borghesia internate in apposita clinica svizzera), cosi come della degradazione delle periferie, viste con gli occhi di due adolescenti. Stilisticamente perfetto.



Infine, superando l'invidia per aver visto come il filone Fringberger è stato trattato, come si dice, “molte leghe più avanti” ho attaccato da dove avevo interrotto (pag.50 circa) il tomo uno di 2666 di Bolaño. Beh, ne è valsa la pena. Non avevo mai letto nulla di suo, prima (sebbene, in paziente attesa alberghino sugli scaffali in giro per casa gli altri suoi testi editi da Sellerio). Merita. Mi ha colpito, una volta finito, e tornando alla disponibilità di una connessione internet (ah, la salutare astinenza per qualche giorno....) aver letto da qualche parte che il lavoro (che consta di due volumi) sia stato scritto da Bolaño, consapevole della gravità della sua malattia (era in attesa di un trapianto di fegato) per lasciare alla famiglia (evidentemente in non floride condizioni economiche) una sorta di eredità, in termini di diritti d'autore. Bolaño è un maestro del montaggio. Se avesse fatto il regista se la sarebbe battuta con Fellini. Leggerlo è un'esperienza che consiglio a chi vuole capire come si padroneggiano i tempi di una narrazione. Sovrapposizioni, rimandi, digressioni, un torrente che ti investe e nel quale non hai paura di perderti, essendo appunto grande la capacità di gestire più livelli narrativi. In altre parole, ti fa fare ginnastica, mentre lo leggi, ma la fatica è ampiamente ripagata. Su tutte, la parte dei critici (le prime 200 pagine del volume) meritano la lettura per l'ironia che è bravo Bolaño a far trasparire, senza ricorrere ad alcuna “strizzatina d'occhio” al lettore.
Va da se, che compatibilmente ai tempi della ripresa (ahimè per problemi familiari ho dovuto anticipare il rientro) tenterò di dar fondo anche al tomo due dell'opera, confidando nella comprensione di una trama tanto complessa.

Ed è tutto, per ora.

21/08/09

Lecce



Lecce è un bar dove ti capita di entrare la mattina, presto, per un caffè ed essere accolto dalla musica di Mantovani che esegue Smoke gets your eyes, cosi, soavemente.

Poi anche il caldo, certo. Ma lenito da una brezza che non smette mai. E poi ancora la luce delle albe e dei tramonti, con i suoi raggi lunghi, che infiammano le mura costruite con questa vecchia pietra che hanno intorno, un giallo che si ammanta di tonalità diverse ad ogni ora.

Il cibo, e il colore ancora, della terra. Rossa e pietrosa, e uliveti tirati a lucido come nemmeno boutique del centro.

20/08/09

schegge


immagini dalla troposfera.
update: ieri, 20 agosto,
il N(m)ostro si è ripetuto sui 200 mt. WR anche lì.
La Giamaica, che posto !

08/08/09

Libri in valigia

Staccare la spina, si dice cosi, con una espressione non molto felice, ma che rende.

L’altro giorno ero in centro. C’è stata una simpatica scenetta, nell’atrio di un importante negozio di biancheria per la casa (dovevo trovare da regalare una tovaglia per un tavolo circolare monumentale di un amico). Trilla il cellulare, esco dal negozio e mi soffermo nell’atrio. Sull’esiguo marciapiede il frastuono del traffico mi impediva di comunicare correttamente con l’interlocutore.
Nel mentre, un’avvenente signora, evidentemente per le stesse ragioni, si introduceva nell’atrio del negozio per poter sostenere adeguatamente la sua conversazione telefonica. Il rimbombo delle nostre voci, lei che sollecitava qualcuno ad avvalersi di un medico, la mia che chiedeva di ripetere, ad alta voce, quanto aveva appena detto la persona con la quale ero al telefono.
Finite le rispettive telefonate, ci siamo guardati. C’è stato un attimo da intesa profonda, come nemmeno due coniugi alla vigilia delle nozze d’oro. “Era mia mamma, non ci sente molto bene” è scoppiata a ridere. Anche la persona con la quale parlavo, non sta messa molto bene ad udito, le ho risposto. Mi ha sorriso. Le ho sorriso anch’io.

Visto che ero nelle vicinanze, sono passato da Remainders. Per chi volesse ci sono 3 o 4 copie de Il Culto dei Morti in Italia, di Giulio Mozzi (che altrimenti è prelevabile qui, gratuitamente e in pdf).
Ho vagato un po’ per gli scaffali e ho preso:
Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno di Antonio Moresco, Collages di Anais Nin e a prezzo pieno, Una piccola cosa che sta per esplodere, di Paolo Cognetti.

Ho intenzione di portarmi dietro, per finirlo, L’ultimo scapolo di Jay Mc Inerney e 2006 di Bolano (secondo tomo).

Sono cinque volumi, sebbene in vacanza e alcuni non molto lunghi, dubito possa finirli tutti nel giro di pochi giorni.

E con questo è (quasi) tutto.

Buon Ferragosto.

Cortesforza



Nel giro di pochi giorni, è la seconda.

05/08/09

Esplorazione del concetto di sequestro collettivo.

Ad opera di non meglio precisati “pirati somali”, da diversi mesi (11 aprile scorso), una decina(*) di nostri connazionali, marittimi imbarcati su un rimorchiatore di nome Buccaneer, sono tenuti in ostaggio sulle coste del Corno d'Africa (come si chiamava una volta).

Pochi giorni fa, la teutonica e granitica compagnia proprietaria di un'altra nave mercantile, che ha subito stessa sorte, carica d'ogni bene tecnologico (telefonini, computer, tv et altre mirabilie) destinate al Kenia, ha acconsentito al pagamento di un riscatto e liberato l'equipaggio. Non ho difficoltà ad immaginare come possa aver ingannato il tempo (aprire le confezioni e leggere, in tutti gli idiomi del mondo, imparandole a memoria, le istruzioni per l'uso di ogni singolo apparecchio).
Dubito che costoro rimpiangano, in luogo della scelta sciagurata dell'imbarco, il non aver cercato di acquisire una più tranquilla licenza da tassista, in qualche capitale occidentale.

Quello che andrebbe sondato è il rapporto con il disagio della privazione della propria libertà individuale , condiviso con gli altri, sfortunati, compagni di viaggio.
La bizzarria del codice di navigazione, consegna uno status particolare al comandante. Un equilibrio sofisticato di diritti e doveri. Il resto dell'equipaggio, ai sensi del codice, sostanzialmente ha le stesse responsabilità di un gruppo di trichechi, chiamati ad eseguire un numero, dalla gabbia di un circo.
Come si sta a bordo di una imbarcazione, sotto il sole cocente, aspettando che le diplomazie, come si fosse al mercato, stabiliscano la congruità della contropartita per la loro liberazione ?
E la consapevolezza di non essere soli incide sul livello di fiducia in un esito positivo o no ?

Il recente caso del signor Vagni, lascerebbe intuire che no, non è necessario essere una squadra di calcio, puoi, potresti farcela anche da solo. E' tutta questione di ? Culo ? Soldi ? Condizioni ambientali ?

La negoziazione, ci dicono, è un'arte. Oggetto di adeguati corsi di studio presso le più prestigiose università del globo.
Certo, mentre sei sulla tolda, o nella stiva, o a dormire in una branda, all'interno di una cabina, dando di tanto in tanto un'occhiata a qualche foto di familiari lasciati in Italia, non deve costituire un gran conforto sopravvivere in quella condizione, con l'acqua da bere razionata, con cibo di pessima qualità, vedendo passare giorni e giorni, sempre lo stesso ciclo (a quelle latitudini, per disposizione astronomica la durata della luce è perfettamente uguale a quella delle tenebre. 12 ore a testa) di giornate immagino tutte uguali, spese nella speranza che l'incubo finisca.

Nessun moto di compartecipazione per le vicende delle soubrette di corte. Nessun sussulto di compiacimento per il ritorno in formula uno, per i colori del cavallino, del tedescone pigliatutto, totale assenza di pathos per lo Strega, andato a Scarpa. Ignoro, se e quanto, abbiano la possibilità di tenersi aggiornati su quanto accade nel bel paese.

Quello che sospetto è che la condizione di sequestrati collettivi, non appartenga solo a loro.

* (10 italiani, 5 rumeni, 1 croato)

02/08/09

La differenza

Ci sono tre libri italiani importanti in giro

Cosi si intitolava un post sul blog vibrissebollettino, di Giulio Mozzi, uscito qualche settimana fa.
A vario titolo, e mai espressione fu più calzante, i tre libri in parola sono
Il tempo materiale, di Giorgio Vasta
L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco e
Il mio nome è Legione, di Demetrio Paolin.

Mozzi sa il fatto suo. Se ritiene che questi tre testi siano dei "libri importanti” c’è poco da fare: vanno letti !
Cosi ho fatto.
Condizionato dalla possibilità di reperimento, i primi di giugno, mi sono messo a cercarli e li ho trovati. Quello di Falco e Vasta, con una certa facilità, quello di Paolin l’ho dovuto invece ordinare in quanto la sua casa editrice (Transeuropa) non risulta essere, almeno qui a Roma, nelle librerie più grandi, ben distribuita.

Con tempi dettati dalle incombenze del lavoro, intervallati da altre letture “spot” come le chiamo io, quelle cioè che ti “impongono” (non so bene in forza di quali meccanismi mentali) di essere letti subito, li ho terminati, tutti e tre, in poche settimane.

Ora, mi piacerebbe conoscere il criterio col quale, secondo Giulio Mozzi, questi tre sono “tre libri importanti”. Perché proprio questi tre ?

Questa la mia interpretazione.
Nel panorama letterario italiano, inflazionato dai Camilleri, dai Faletti, dai Moccia (stando ai primi tre autori italiani nelle classifiche di vendita fonte Tuttolibri-La Stampa) questi sono tre libri a-tipici. Non è in discussione, qui, il loro potenziale di vendita (credo, conoscendolo, che non fosse questo l’obiettivo del discorso di Mozzi). Allora penso piuttosto alla “qualità” della scrittura.
Ed è un criterio che condivido. Se volessimo tracciare una riga, ipotetica, fra vendita e qualità, questi tre lavori, ciascuno per la propria parte, sono dei segnali più che incoraggianti circa lo stato dell’arte della capacità di narrare oggi in Italia.

Nessuna competizione o scomodo paragone fra loro. Sono, ripeto, ognuno per la propria prospettiva, tre autorevoli punti di vista sull’attuale, o ancora meglio, sul nostro recente passato.
Se volessimo capire, per altre vie, cosa è stato l’ultimo quarto di secolo, nello Stivale, questi testi risulterebbero imprescindibili. Hanno, in altre parole, la capacità di cogliere, con gli strumenti propri della narrazione di ciascuno, il “rumore-sordo” che ha pervaso questi ultimi anni, più che con i logori strumenti della sociologia, con quelli, lasciatemelo dire, della poesia.

La loro qualità è tanto maggiore, quanto (sebbene depurati dalle inevitabili assonanze con autori stranieri, penso a Houellebecq per Vasta, a Cheever o certo Carver per Falco e al miglior Cortazar ma anche Izzo, per Paolin e indipendentemente dalla forma narrativa scelta: romanzo per Vasta e Paolin, racconti in forma di romanzo per Falco) sono sviluppati da “giovani” scrittori, oggi quarantenni che hanno vissuto “di striscio”, essendo appunto all’epoca adolescenti, gli sconvolgimenti dell’ultima parte del secolo scorso.

Ecco allora, il distillato di questo discorso è una consegna, dura e inappellabile. E’ la denuncia di un disagio che ha informato le loro esistenze, come quelle di tanti altri. Un rimprovero, nemmeno tanto garbato a quelli che gliel’hanno fatto subire, e che contribuisce, per la freschezza del modo di narrare, per l’autorevolezza della loro scrittura, al tentativo di metabolizzare quello che è stato, in Italia l’ultimo scorcio secolo.

01/08/09

Il mio nome è Legione, di Demetrio Paolin

la copertina del libro



Se qualcuno arrivasse per caso su queste pagine, e si prendesse la briga di scorrere i nomi, in basso a destra, dei “Bottegai” potrebbe facilmente trovare, debitamente inserito in ordine alfabetico, il nome dell’autore di questo testo, pubblicato da Transeuropa.

In base già solo a questo, scrivere qui in bottega, intorno ad un testo scritto da un sodale, fa un certo effetto. Questo è il primo libro di Demetrio che ho letto. E che mi ha incantato.

Lasciando da parte un retrogusto di invidia per la sua intrinseca bellezza, trovo che si tratti di un testo complesso, che l’autore (qui il suo pregio) ha saputo rendere con una prosa leggera, anche se dura. Dandogli il peso che meritano, ho sentito dietro il suo incedere il profumo del miglior Cortazar, certi echi di Izzo. Ma sono paragoni che suonano sempre ingenerosi, diciamo assonanze, che in alcuni passaggi hanno saputo evocarmeli.

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31/07/09

I love you babe











C’è una scena che mi perseguita da qualche giorno.
Mi capita spesso di viaggiare in autostrada. Talvolta incrocio, superandoli non senza un pensiero, dei carri funebri full-accessoried, fa niente se pieni o vuoti. Sono una sorta di segnalibro, un post-it frettoloso appiccicato nella memoria che ti impone di dialettizzarti, almeno per il tempo di un sorpasso, con il concetto della morte.

Succede, che per un insopprimibile desiderio di esorcizzazione, se accade che in quegli attimi la radio sia accesa, mi soffermo sullo stridore apparente fra il mondo che quella canzone si tira dietro, e il film che si cela dentro quell’auto.
E' da un po' di tempo che ho in testa una scena come questa.


C'è un carro funebre, c'è un'autostrada, ci sono due uomini a bordo, vivi, ce n'è un terzo, di cui non sappiamo nulla, se uomo o donna, sappiamo solo che riposa all'interno di una bara in mogano, alloggiata nel vano alle spalle dei due uomini.
L'altra cosa che connota la scena è che dallo stereo (ce ne sarà pure uno, nonostante il tipo di vettura) sta uscendo la canzone I love you babe, di Gloria Gaynor. L'auto procede veloce, è una mattina estiva, di pieno sole, fa caldo ma c'è l'aria condizionata.
Gloria Gaynor, canta cosi bene che sembra si trovi anche lei nell'abitacolo. Probabilmente ad entrambi, ricorda qualcosa, forse la loro giovinezza, magari erano adolescenti negli anni '70. L'apparente incongruenza fra la vitalità che esprime questo brano, con ciò che è in grado di evocare, e la non proprio allegra circostanza di un tragitto, probabilmente verso un cimitero, verso altri parenti in lacrime, verso tutt'altro che non sia la promessa di amore eterno cantata dalla signora Gaynor, non deve ingannare. Si gioca tutta sul filo di un rasoio. Il dialogo fra questi uomini, la musica che gli fa da sottofondo, e la bara, silenziosa, trasportata nel retro.

Ecco. Ho in mente una scena cosi.

Poi, dal "mondo reale" arrivano scene come queste

qui, da youtube, il brano in parola.

28/07/09

Quel giorno sulla luna, di Oriana Fallaci


Ammetto: si tratta di una mania. Come tale, merita tutta l’auto indulgenza che si deve a tali tic.
Troppo suadente il piccolo banner, non ricordo più letto dove, probabilmente in calce a qualche articolo sulla versione online del corriere.it.
Questo libro ha fornito ampi stralci per il numero dell’EUROPEO di luglio che celebra il quarantesimo anniversario della prima passeggiata sulla luna, come si conviene.
Ho trovato il tempo di leggerlo in un fine settimana. Ed è stato come rimmergersi nel passato: quarant’anni fa. Un dietro le quinte di grandissima classe. Ignoravo che il testo fosse stato redatto ad uso e consumo delle scuole già dai primi anni ’70. E la mia stima verso la scrittrice Orianna Fallaci, è sbocciata come un fiore a primavera.
Parlo di scrittura, perché se è di un esempio che c’è bisogno, per classificare il giornalismo d’inchiesta, l’arte del reportage, signori: questo è un testo da incorniciare.
La più grande dote della Fallaci è quella di sparire. Ma con garbo. Lei, semplicemente, agli occhi del lettore avido di info sull’argomento, non c’è, eppure informa ogni singola riga dei suoi articoli.
Un gioco a nascondino, dove quello che tu credi sia frutto di paziente lavoro di editing, spesso è addirittura fedele trascrizione di dialoghi telefonici (con linee pessime) fra Houston e la redazione del Corriere della sera, in quel di via Solferino, in Milano, Italy.


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17/07/09

Quaranta anni e non dimostrarli

la copertina del numero dell'Europe in edicola


A giorni, cade (si dice cosi…) l’anniversario dei 40 anni dell’impresa lunare di Apollo 11.
Con l’enfasi dovuta ai compleanni “rotondi”, assisteremo, in varie salse, ad un fiorire di dejavù,
tale da rendere edotto anche chi (e sono tanti) non ha potuto vivere tale evento, in quanto ancora non nato.

L’impatto, invece, sulla psiche individuale e collettiva, che tale evento provocò, all’epoca, meriterebbe una trattazione più approfondita. Pressappoco, la sera del 20 luglio di quaranta anni fa, ero un adolescente, afflitto dal complesso di volersi liberare dei calzoni corti (vissuti come un’onta, a quell’età, ed inutile zavorra dalla quale liberarsi per lanciarsi nel mare aperto della vita).
Ero in vacanza, una masnada di cugini, zie, tutti orbitanti intorno, piuttosto che alla luna, nella grande, vecchia, casa di famiglia, che si riapriva d’estate consentendo, come in ogni grande famiglia che si rispetti, di dare una giusta cornice a conflitti che duravano un’estate, salvo poi riproporsi la stagione successiva.
In questo clima cosi frizzante, la trepidazione dell’attesa, il Tito Stagno che dallo schermo dettava, preso nella parte, tempi e modi della discesa sul satellite, entravo ed uscivo, completamente esente dal sonno, dal giardino e con il naso in su, osservavo, chi sa, forse illudendomi di scorgere un puntino, la grande sfera luminosa, che per una bizzarra coincidenza, era in plenilunio proprio in quei giorni.

Vorrei ritornarci su (non sulla luna: sull’argomento). Perché, per quanto relegato in qualche angolo buio della memoria, credo che abbia svolto il suo sporco lavoro, nel rendermi quello che sono, oggi.

Attratto da qualsiasi cosa ruoti intorno all’argomento, non ho potuto fare a meno di prendere, obbedendo ad una curiosità mai domata, l’ultimo numero dell’Europeo.

Come recita la copertina, è un bel carnet di pezzi di ottimo giornalismo. Lo sto leggendo, fra una pausa e l’altra, in questi giorni. In modo particolare, e fa un certo effetto, i servizi di Oriana Fallaci.
Lo stile della sua scrittura, la vividezza delle descrizioni, l’acume delle sue domande, rivolte di volta in volta ai vari protagonisti di quell’avventura, mi confermano, pur non essendo mai stato un suo fervido ammiratore, che si tratta di una donna dotata di dosi cospicue di intelligenza, e assistita da una grazia unica.

Non ho potuto fare a meno di esplodere in una sonora risata leggendo questo breve passaggio di un’intervista ad un uomo del back-stage, intorno alla fede di Neil Armstrong,

“ ….riempiendo il modulo per la sua biografia, rispose alla domanda “A quale religione appartieni ?” con la parola “Nessuna”. Qualcuno che lo conosce bene mi ha detto “Più che ateo lo definirei agnostico. Prendere posizione su tale argomento è una fatica superflua per Neil. Io credo che Neil non creda a Dio per una ragione assai semplice: Dio non è un aeroplano”.


Tempo fa, mentre eravamo seduti nei tavoli all’aperto di un bar del centro di Padova, parlavo a Giulio Mozzi di un libro che stavo leggendo [vedi nota infondo] proprio sull’argomento. Mozzi mi regalò un dejavù, affermando che il suo babbo possedeva i filmini in superotto (non è il nome di un nuovo concorso della Sisal: ma lo standard imperante prima dell’avvento dei VHS e dell’attuale DVD, tanto meno del blueray) usciti in bundle con il mai dimenticato settimanale EPOCA.
Ecco mi domando se poi qualcuno si prenderà la briga, in questo festival della memoria, anche solo per soddisfare la curiosità malandata di altri come me, di riversarli su un supporto meno desueto.

E in ogni caso, questa mia, a valere quale candidatura, nemmeno tanto larvata, di offrirmi a farlo.
Buona lettura !

risorse:
recensioni su Polvere di luna di Andrew Smith
qui, qui e qui.
Questa invece una serata al Procasma, dedicata al tema: qui

09/07/09

Istantenee cattive

Sparizioni.
Giornate di fuoco, in tutti i sensi.
A sera, totalmente rincoglionito, accendo la tele. Capto, non so come, facendo zapping in uno stato pre-catatonico, un servizio di un tg, credo il tg1. Vedo operai che irridono alla protesta di attivisti di Greenpeace e di qualche altro gruppo contro il G8, in un paio di luoghi. Uno, credo di aver capito è il petrolchimico di Brindisi. Resto allibito vedendo la scritta “GO HOME”, composta da corpi umani, di operai (“sicuramente prezzolati” ci giurerei verranno definiti), , al loro indirizzo. L’altro luogo non me lo ricordo, forse nel centro di Roma, dove si sono incazzati contro l'imbrattamento di un neonato dentro un negozio, doviziosamente devastato. Mi chiedo se sto già dormendo e si tratti di un sogno, cosi stamattina compulso le edizioni online del gotha dei quotidiani online (corrsera, la stampa, repubblica). Credo sia una notizia: i contestatori che vengono contestati, no ?
Niente, è stato un sogno.

Polemiche della Madonna.
Walesa non vuole il concerto della discussa popstar proprio il 15 agosto (festività dedicata alla Madonna dell’Assunzione), programmato all’aereoporto di Bemowo in quel di Varsavia.
Qui il gustoso servizio.

Tafazzi.
E’ il personaggio famoso che, munito di “conchiglia” si sommistrava potenti bottigliate sulle “parti basse”. La ola della stampa italiana, alle notizie della stampa estera, che tanto per cambiare ci discredita, in quanto Italia, in quanto paese sede de sto benedetto giotto.

Vado a lavorare, i buffi mi chiamano.


Update: uniche conferme al delirio di stanotte queste foto su Kataweb

08/07/09

Il tempo materiale, di Giorgio Vasta

la copertina del libro, fra l'altro, premiata


Ho finito stamattina all’alba la lettura di questo romanzo. E’ stata una lettura faticosa, sofferta.
Vasta ha una prosa ricca, ricercata, ti impone di apprezzarne ogni piccolo aspetto.
C’è molto lavoro dietro, si percepisce. Se invece l’autore smentisce e spergiura che gli è venuto giù cosi, di getto, allora taccio e mi inchino ad uno dei “mostri” in circolazione. Bravissimo.

Quando leggo un romanzo del quale si parla tanto in giro, evito accuratamente di leggere alcunché.
Mi convinco, in questo modo, di affrontarlo senza preconcetti di sorta, disponendomi davanti al testo con i terreni strumenti di lettura di cui dispongo.

E’ un testo scomodo, questo di Vasta. A tratti verrebbe di inserirgli un accento sull’ultima vocale del cognome. E se cosi fosse, se all’occhio sprovveduto di un ignaro lettore, arrivasse con quest’accento, in copertina, non ci troverebbe nulla da ridire:. Vastà scrive come Houellebecq,
In tanti, troppi passaggi, riecheggia quel sottile piacere nella descrizione del dolore, animato da ansia, e la deriva dei suoi pensieri concentrici dona, a tratti, il piacere della vertigine.

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03/07/09

Il resto mancia

La notizia è transitata in quelle che vengono definite “brevi di cronaca”. Ovvero è scivolata nei nostri padiglioni uditivi, o bulbi oculari, con la stessa incisività e attenzione che si dedica ad una mosca, entrata per sbaglio in auto, e che fa jazz sul parabrezza.

Una coppia di giovani turisti giapponesi, innamorati ci dicono i cronisti, ma è un dettaglio, decide di pranzare a due passi da Piazza Navona, in un noto ristorante romano.
L’affabile cameriere, che credo abbia la stessa padronanza che ho io con la lingua, tergiversa evitando di portare uno straccio di menù e conquistando la loro fiducia con l’abilità di un mago Silvan in pensione, gli serve un pasto composto da portate a base di pesce, accompagnato da vino (Sauvignon) e dessert (per i dettagli del pasto cliccare qui)

Arriva il momento del conto e sulla carta di credito dei due malcapitati viene addebitata una cifra di circa 600 euro (comprensiva di 115 euro di mancia, credo inserite a titolo di rimborso per le prestazioni da cabarettista in pensione del simpatico cameriere. In breve, dopo un inutile richiesta di spiegazioni i due decidono di rivolgersi alla polizia. Il resto è cronaca: irruzione nel locale delle forze dell’ordine, mancanza di spiegazioni valide, proclami di guerra del sindaco, ispezione degli organi competenti (non ho capito se Nas o Asl), riscontro di gravi carenze igienico sanitarie. Punto.

La storia è emblematica. Pur evitando di generalizzare c’è tutta intera la misura di un paese che non vuole crescere, la quintessenza del provincialismo arruffone che tanto ci penalizza, prim’ancora che agli occhi del mondo, a quelli, sbadati e superficiali, di noi stessi.

Truffare turisti, per un malinteso corrente che muove dalle mitiche imprese immortalate da Totò (intento a cercare di vendere il Colosseo a degli sprovveduti turisti), dev’essere considerato peccato veniale. Tanta severità (minacciata la chisura del locale, revoca della licenza, divieto di riaprire per i titolari anche sotto altro nome o ragione sociale) si spiega solo come il classico tentativo di chiudere la stalla, come si dice, quando i buoi sono ormai scappati.

La domanda è: che cazzo facevano la Asl (o i Nas) dormivano ? C’è voluta la denuncia dell’episodio per indurli a gettare il loro occhio amorevole, nei locali del ristorante ? Eppure stiamo parlando del centro di Roma, che non è proprio una locanda in qualche landa desolata di qualche provincia sperduta. I controlli. Chi controlla i controllori ?
Allora, il furore del sindaco, i proclami minacciosi, valgono come quei tormentoni estivi: ballano per una stagione sola. Passato il clamore, tutto come prima.

Piuttosto, volendo essere conseguenti, e dotarsi di un minimo di coscienza civile, perché non rendere permanente, anche bene per legge, visto che si primeggia anche nella promulgazione delle stesse, il divieto di occuparsi di cibi (a qualsiasi titolo, foss’anche quello di condurre, in qualità di autisti, dei furgoni frigoriferi preposti allo smistamento degli alimenti) a coloro che vengono “beccati” in frodi, adulterazioni, rei di “gravi carenze igienico sanitarie”, e che attentano (non trovo altro verbo più adatto) alla cosiddetta salute pubblica ?

C’è tutta la miopia, in questa che sembra appunto, la classica notizia di colore, di un pachidermico e burocratico sistema, che fa fatica a crescere. Interessi, chisura di un occhio, quando non di tutti e due, a fronte del “tengo famiglia” che ci relega, inevitabilmente, e con buonapace dei miliardi profusi in roboanti quanto inconsistenti campagne di marketing del preposto ministero brambilliano, fra le macchiette, degni della stessa considerazione di un paese da terzo mondo.