24/12/10

Del regalare libri a Natale

E’ Natale, ancora una volta. Le librerie, d’incanto, diventano i luoghi da dove poter comodamente osservare i tic della nazione. L’altro giorno ne ho scelta una, dove mi reco spesso, per la cortesia delle commesse, la loro discreta competenza, il loro modo gentile di guidarti e portarti con mano.

Prima riflessione.
Scegliere un libro da regalare, sto arrivando a considerarlo un atto di grande arroganza. Non si capisce perché, tomi e tomi di bon ton sconsigliano, a meno che non si sia più che intimi, di regalare profumi. Un’ingerenza immediata, nei gusti della persona cui il regalo è destinato.
Perché non dovrebbe essere altrettanto anche con i libri ?

Si obietterà, ma io regalo solo autori (o testi) che ho già letto, in un’ottica di condivisione. Ok, e se per caso la percezione di un testo (dando per scontato che sia soggettiva) fosse diversa da quella che abbiamo avuto noi ?

Il libro, ammettiamolo, è un oggetto pericoloso. Regalando un testo a “quella” persona, commettiamo il più facile degli errori. Supponiamo che abbia il tempo di essere letto, intravediamo condiscendenza, mettiamo alla prova il nostro (e altrui) livello di comprensione della persona cui è destinato. Una faccenda scomoda.

Ci sono varie tipologie di “donatori” di libri. Fatale che poi, nelle classifiche dei best-seller in questo momento in Italia, figurino nei primi quattro posti ben tre testi di cucina. Vorrà dire qualcosa ?

Già me li sento…ahò il mangiare è l’unica cosa che ci è rimasta (per chi può ancora permettersi di farlo due volte al giorno…co’ sti chiari de luna…), famogli sto regalo…vedrai che apprezza.

Cosi le scorciatoie da classifica, il sapiente battage pubblicitario, l’eco perverso fra esposizione pubblicitaria in tv e disposizione delle pile in libreria fanno il resto. Sono testi che vendono, sono testi che con il loro realizzo consentono alle case editrici di poter pubblicare anche altri testi meno “popolari” e (si spera) di più alto profilo.

Rimane che si tratta, ancora una volta, di una pessima abitudine, dura a morire.

Il gesto, del dono di un libro, in buona sostanza andrebbe misurato. Calibrato con discrezione, magari dopo aver indagato i gusti del destinatario. C’è una variante, per persone il cui rapporto è in crisi di comunicazione…e il sottotesto è…”ecco, lo vedi ? era questo che ti volevo dire e non ci sono riuscito…lo delego a qualcun altro…lascio che per me parlino le sue pagine”. Allora scatta la ripicca…hai voluto stupirmi, regalandomi un libro di poesie, ti spiazzo con un manuale di pesca…(che magari fosse quella alla Trota, in America…). Il dono di un libro è affare pesante.

Maneggiare con cura.

La mia lista della spesa…(ovvero cosa ho regalato, a chi, e soprattutto perché)

Un cofanetto di 4 cd di Stevie Wonder con testo a fronte e bio stringata. Ad un amico che ha bisogno (secondo me) di ascoltare buona musica per scrollarsi di dosso un periodo di pesantezza (emotiva, lavorativa ect).

L’ultimo di Tabucchi. Parla di viaggi, e troppo semplice donarlo alla stessa persona di sopra (che peraltro ha sempre viaggiato come regola di vita)

Momenti di trascurabile felicità, ad una ex cui serve una riconsiderazione romantica degli ultimi anni della sua esistenza.

L’ultimo di Lodoli, ad un cognato, insegnante anche lui, di simpatie sinistrorse…

La biografia di Marilin Monroe (ricca di foto inedite) ad un fratello cui farebbe bene, anche bene mediante questi stupidi succedanei, riscoprire l’iconizzazione della bellezza femminile.

Il testo culinario della Parodi, ad una mamma, anziana, di una mia amica, cui non dispiace esibirsi ai fornelli…

L’ultima (la prima ? l’unica ?) fatica di Barbara d’Urso…Storie di donne travagliate…autografata dall’autrice che con piglio da fastfood era proprio presente, al momento, in libreria a dispensare dediche a perfette sconosciute.

Mi è stato sconsigliato l’ultimo di Veronesi XY, troppo cruento per una signora…(ma sarà vero ? Veronesi ha una scrittura che non mi dispiace…).

La biografia di Keith Richards ad un amico malato peggio di me per gli Stones.

E altri ancora di cui taccio per pudore e per noia.

18/12/10

Venerdi 17

cassia bis








Può succedere, certo. Ultimamente succede un po’ più spesso.
Può succedere che per una volta le previsioni meteo ci azzecchino. Può succedere che tua figlia ti dica, con lo stesso tono predittivo di Dustin Hoffman ne Rain man “Quantas ?! Non cadono mai ! “. Hai presente ?
Una di quelle sentenze pronunciate con tale sicumera da non lasciare spazio a dubbi. Mia figlia aveva sancito, “Papà, domani nevica “ (viviamo a Roma, ndr). Alla mia domanda, innocente: “Perché ?”…mi sono sentito rispondere…”l’ha detto il meteo di Sky! Quelli non sbagliano mai !”:
Mai sentenza fu più corretta.

Ieri, venerdi 17, mentre ero appena fuori Roma a divertirmi a fare il babbo Natale postmoderno (non indossa il classico costume, non guida Renne ma una banale Ford, non consegna strenne ma al peggio del vino passabile ai suoi clienti) in compagnia di un amico, ci ha sorpreso una tempesta di neve.

Ora, il mio livello di gradimento della neve, da epoca non sospetta, sta al piacere che può provocare l’accorgersi di esser stato immortalato da un autovelox. Semplicemente non la sopporto. Non sopporto tutta la letteratura che ci gira intorno, da Rigoni Stern a Massimo Boldi (mi si perdoni l’accostamento). Odio i cinepanettoni, odio tutto ciò che ha a che fare con la montagna che non siano le passeggiate estive sui rilievi (cosa che per lungo tempo mi ha attirato). Ma non parlatemi di neve, e i suoi derivati.

Cosi, all’accorgersi che il tentativo di venire fuori da una timida salitella del paesino dove abbiamo pranzato (in un locale degno di pinguini quanto a climatizzazione), mi sovviene che, sepolte fra duemila cianfrusaglie e a puro titolo scaramantico, dispongo di catene.

Ci fermiamo, in qualche modo, e cominciamo a compulsare il manuale con le istruzioni di montaggio. Dopo diversi minuti e tentativi infruttuosi si accosta un’utilitaria. A bordo due donne. Una ci vede e comincia a ridere. Di quelle risate contagiose, immotivate quanto assurde. Facile andarle dietro. Scende una ragazzetta che non sfigurerebbe in un catalogo Panini di campionesse di wrestling. posto che la disciplina fosse solo un po’ più popolare da noi.. La ragazza con un piglio autoritario (mi sento solo di suggerirle di indossare dei guanti che prontamente le porgo) ci monta le catene come nemmeno al box Ferrari in una delle giornate più ispirate.

Commosso, ho pensato bene di lasciarle un paio di bottiglie di ottimo prosecco e lesti prendiamo la via di casa. Commettiamo l’errore di immetterci sulla Cassia bis. Una sorta di autostrada, dotata di un paio di generose corsie per carreggiata. Quella che ci ospita, in direzione di Roma sembra piuttosto sgombra. Troviamo un benzinaio aperto, facciamo il pieno e proseguiamo. Alla prima salita la coda. Vediamo la sommità della salita, sgombra. Ci sono “solo” un paio di camion che evidentemente sprovvisti di qualcosa in grado di fargli superare il dislivello ( catene, ruote da neve, marce ridotte, diosolosacosa) impediscono agli altri disgraziati come noi di procedere.

Restiamo fermi due ore due. A mezzo metro per volta, la salita assume il valore del paradiso per un cattolico praticante. La mèta è la, la vedi, ciò nonostante ti industri per fare del bene, nel frattempo.
Alla radio sentiamo di tutto, le polemiche per il rilascio dei manifestanti, wikileaks, l’Inter, i sorteggi di Champions, i consigli per andare di corpo meglio in previsione delle mangiate delle festvità, gli ultimi amori della pin up di turno. Insomma, mi addormento. Dormo per un tempo che non so stimare. Alla fine, mentre cala l’oscurità, dio sa come, si apre un varco che consente il passaggio a singhiozzo di un auto per volta. Non senza privarci dell’elegante scambio di battute fra una signora che ci ha appestato con i gas di scarico da una BMW X3 e i poveracci autisti del camion fermo “Guardi che dobbiamo andare a casa anche noi, sa ?!” gli grugnisce sull’incazzato uno di loro, e lei, avvelenata come una biscia “Ma io ho tre bambini a bordo”: In due battute l’immagine del paese.

Procediamo a trenta all’ora. Raggiungiamo il Raccordo che non ci sembra vero. Il fondo stradale a quel punto e’ migliore. Decidiamo di accostare, sulla corsia d’emergenza dentro a un tunnel. Tentiamo l’operazione di smontaggio delle catene: non credete, altrettanto complessa quanto il montarle. D’improvviso mi è chiaro il concetto di “Galleria del vento”, test al quale vengono sottoposte le auto per stimarne l’aereodinamicità (leggi, resistenza al flusso del vento, capacità di penetrazione dell’aria attenuando l’attrito). Una folata gelida e continua si incarica graziosamente di condire tutto il tempo necessario all’operazione di smontaggio: Che e’ comunque molto (un pensiero amorevole alla ragazzetta di prima, questo si, nel mentre).

Svolta l’operazione, procediamo, sono quasi commosso dal trovare la strada sgombra e poter avvicinare velocità degne di tal nome. Ci fermiamo per un generoso caffè e pipì connessa in un autogrill sfigatissimo popolato da zoccole est europee e personaggi dickensiani.

Ma il castigo del venerdi 17 non ha ancora esaurito le sorprese in serbo per noi. All’altezza dello svincolo con l’autostrada per Fiumicino, preavvisati da un anacronistico quanto inefficace cartellone a led che sovrasta le tre carreggiate, veniamo avvisati rispettivamente che le code sono da lì fino alla Prenestina (per i non romani, parliamo di una roba equivalente a 20 km, e nel contempo che le condizioni meteo sono "avverse". Ho sempre nutrito curiosità per coloro che sono preposti alla compilazione di questi messaggi. Mi sono sempre chiesto quale fosse il loro livello di istruzione, quale il loro background culturale, di cosa si sono nutriti, quali i libri che hanno letto, i film che hanno apprezzato e dei quali chiacchierano amabilmente davanti ad una tazzina di caffè, al bar con i colleghi o davanti all’omnipresente macchinetta che pure devono avere nella stanza dei bottoni, la stanza da docve immagino digitino questi distillati di letteratura misti a messaggi che variano il loro tenore dal calibrare la paura, moniti e finta premura. Condizioni meteo avverse, ma va ? L?italiano e’ una lingua fantastica. Di un umorismo involontario, a volte.

La maledizione del 17 si espleta regalandoci ben un'ora e tre quarti per percorrere poco piu’ di cinque chilometri. Assistiamo come Tantalo, con un mix di ammirazione per la loro incoscienza) i disperati che incuranti di tutto transitano a 150 km/h sulla corsia d’emergenza. Indirizziamo i nostri improperi agli occupanti e alle loro rispettive qualifiche di auto civetta con il lampeggiante che ci sfrecciano a destra incuranti del nostro supplizio. Fumo non si sa quante sigarette, tento di cambiare stazione radio, vado da un’insulsa Shakira ai Vespri medioevali (che stile, quelli di Radio3). Insomma cedo, su tutta la linea e rimando mentalmente, come un mantra, i nomi dei sindaci di questa città, degli assessori all’urbanistica, che si sono succeduti da una trentina di anni in qua, mandandondoli cordialmente in quel posto.

Esaurita anche la verve necessaria per incazzarmi, alla fine individuo un varco e decido, a costo di allungare di altri chilometri, di uscire da quel girone infernale.

Tempo altri venti minuti sono a casa.

E’ finita, mi dico. E’ finita.

11/12/10

Una giornata felina

Un_felix








Oggi ho sfamato un gatto.
Ho preso la Stampa e un paio di pezzi di pizza, e sono arrivato al pontile.
Ho trovato una panchina, baciata dal sole. Mi sono seduto e ho cominciato a mangiare, sfogliando il giornale, facendo attenzione a non macchiarlo.
Mentre stavo cosi, si materializza davanti a me un gatto. Messo un po' male in arnese, ma di un'eleganza unica. Mi guarda. Lo guardo.
Ci guardiamo per un po', silenziosi.

La dignità del suo sguardo mi spinge a fare d'istinto un gesto, portando verso di lui la mano con una briciola di pizza.
Doveva proprio essere affamato perchè se l'è presa, con la consueta eleganza, e dopo averla debitamente odorata, depositandola sui cubetti di porfido del pavimento del pontile, l'ha inghiottita d'un colpo.
Ho continuato. Leggevo il giornale, e allungavo la mano con le briciole.
Siamo andati avanti cosi per un po'.

Poi mi sono ricordato. Anche stanotte ho sognato un gatto. Era quello che abita qui con me.
Stava a letto, non sono nemmeno sicuro si trattasse, nel sogno, del letto dove dormo di solito. In ogni caso la scena era tranquilla, non si percepiva alcuna tensione. Solo, trovavo insolito avergli concesso un simile lusso. Al peggio, il gatto staziona, d'inverno, su un plaid appoggiato su una poltroncina, nel salone.

Ho associato due intenti d'una giornata felina.

06/12/10

Del perché non mi è piaciuto l’ultimo di Woody Allen.

la locandina del film di Woody Allen











Ho preso coraggio, sostenuto dalla necessità di sorridere o di lasciarsi scappare qualche sonora risata davanti all’umorismo intelligente del grande regista.
Sono uscito dalla sala con un rimando prepotente, non ricordo ad opera di chi, della frase “fenomeni che da noi sono sopravvalutati ? Woody Allen, per esempio: snobbato in patria colleziona aficionados da noi”.

Il film ha il suo più grande difetto nella trasposizione dei tempi. Risulta pensato come quelli di una commedia teatrale, ma trasferito “di peso”, senza adattamenti, al grande schermo, perde la caratteristica che ne avrebbe fatto un prodotto gradevole.

Lento, noioso, vagamente prevedibile, e con un inedito finale “semi aperto”, cui sembrano essersi votati (con qualche decennio di ritardo) i registi dopo aver copiato gli scrittori (penso al maestro in assoluto: Raymond Carver).

L’ironia non manca, certo. Qualche sincera risata ti scappa nel seguire le peripezie di un Anthony Hopkins in forma smagliante, alle prese con una spumeggiante (e un po’ mignottta) ventenne.

Cosa vuol essere ? Forse la celebrazione dell’età adulta alle prese con l’eterno tema dell’amore.
Qui Allen riesce, il ritratto a tutto tondo della consapevolezza dei limiti del corpo, a dispetto dell’eterna giovinezza che sembra portarsi con se l’amore, e chiunque lo prova, ancora.

E’ una trama da palcoscenico, e la sua invenzione su pellicola, lascia l’amaro in bocca.
Peccato.

26/11/10

La stanza degli animali, di Giulio Mozzi

la copertina del libro


Segnalato quasi con timidezza dal proprio sito, ho preso questo piccolo volumetto di Giulio Mozzi,
edito da duepuntiedizioni, La stanza degli animali.

Si legge d’un fiato, contando su un numero sparuto di pagine. La mia lettura è avvenuta sui comodi divani di uno studio dentistico mentre ero in dolce attesa del mio turno. E mai attesa fu più gradita.
La scrittura di Mozzi ha del terapeutico. Il ritmo della sua narrazione a volte ossessivo, a volte immediato e spedito come il taglio di un bisturi, permette di lasciarti prendere per mano per farti un giro gratis sull’ottovolante della sua fantasia.

Il lavoro si muove intorno ad un dramma, dove però l’effetto di un avvenimento sconvolgente quasi non si percepisce. Viene lasciato in background, a far da tappeto, riducendolo in modo quasi ignobile a puro pretesto. Dal lavoro di scavo viene fuori invece tutto il resto, il passato di un padre,
la sua relazione con il figlio che narra, e il rapporto con i luoghi, le cose.

Ed è da queste “tangenze” che viene fuori il meglio di Mozzi, dall’andare ad indagare anche i semplici oggetti, con il loro carico, non detto, ma portante emozioni, affetti, conflitti, osservati con un distacco asettico, dove a prevalere (questo sembra esserne lo scopo sotteso) siano piuttosto le infinite variabili che si ribellano ad un corso di narrazione prevedibile e scontato.

La sorpresa, in altre parole. La ricomposizione di un fatto a partire da una differente maniera di mettere in relazione le parti che lo compongono, e che danno vita, qui la magia, ad un altro modo di narrare. Attenzione, non un puro e solipsistico esercizio di stile. Qui siamo in un nuovo territorio, lasciato alle spalle l’autocompiacimento dello sperimentatore della prima ora, Mozzi regala al lettore un’opportunità, segnando con suo stile un’altra maniera di raccontare oggi in Italia.

Ecco, se mai la valutazione dovesse prescindere dal testo in sé, questo piccolo volumetto possiede la grazia di lasciarsi leggere con un’attenzione inversamente proporzionale al numero delle sue pagine, lasciandoti, alla fine, con uno strano retrogusto.La capacità di spostare il tuo sguardo altrove, come nemmeno un navigatore satellitare saprebbe fare, in una giornata di nebbia. Dando al lettore la possibilità di dirsi appagato, lontano da effetti speciali e fuochi d’artificio, per una storia raccontata con un tono di voce quasi sussurrato ma deciso e impietoso.

C’è un autore che me lo ricorda, in modo prepotente, quando Mozzi scrive cosi ed è Williams Carlos William. (in particolare il suo Patterson). Non suoni irriverente nei confronti di entrambi, ma sono tante le assonanze, di ritmo, di poesia, di modo di guardare, con questa meraviglia trattenuta e controllata, e che lascia parlare le cose, affinando l’esercizio percettivo dei sensi, concedendo, per tutto il tempo della lettura, piccoli attimi eterni di felicità.

Da leggere.

24/11/10

Inception


Cosa c’è da dire su Inception ?

Niente. Andate a vederlo. Anche senza aver calato prima lsd.
Un gioco. Mind game, ecco. E infondo, l’avverarsi (per la sola durata della pellicola) di un miraggio, quello della condivisione dei sogni.

Quante volte, quante volte, al risveglio o anche durante il giorno, al semplice sopravvenire di qualche dettaglio che funzioni da ancoraggio, ci vengono a galla, inaspettati, spezzoni di sogni, che prim’ancora che percepiti con metodica fedeltà ci rimandano il loro inconfondibile sapore.

Personalmente sono attratto dallo stato di semi veglia, in genere post prandiale, durante il quale, va a capire perché, il cervello riannoda in automatico i fili del sogno interrotto la notte prima, consentendo, come fosse un consumato sceneggiatore, di riprenderne la trama.

Il film, se si elude questo passaggio condiviso, risulta altrimenti incomprensibile. Mentre invece ti incolla alla poltrona, prendendosi gioco di unità di misura come il tempo, le distanze, le assonometrie.

L’idea è carina, ma volendo astenersi da qualsiasi spoiler, posso solo suggerire di andare a vederlo con un briciolo di sospensione dell’incredulità. E’ una favola, ben raccontata, ritmo, e se in condizioni di media sobrietà, ha anche il pregio di risultare mediamente comprensibile a chiunque.

Male che va, in una delle prossime serate grigie, e umide, e fredde, tappati in casa, il fuoco nel camino, del Calvados in un bicchiere largo da brandy, sprofondati su una poltrona, si presta ad esser rivisto, con la debita concentrazione (visto in un multisala che di suo, sembrava disegnato dall’architetto che ha curato le scene).

Bello.

19/11/10

Stanno tutti bene

De Niro ha una maschera che ti perfora. Tratto da un romanzo, qualcuno sostiene invece sia il remake di un omonimo film di Tornatore, stasera ho visto Stanno tutti bene.
Se non fosse per l’immancabile bella canzone nel finale (di Paul McCartney), mentre scorrono i titoli di coda, ho notato che lo sparuto pubblico che assisteva alla proiezione, contrariamente a quanto accade di solito, ha indugiato un bel po’ prima di spostare le chiappe dalla poltrona. (Fuori pioveva svogliatamente).

Stanno tutti bene, è un film ben montato, agile, che ti prende toccando inevitabilmente il rapporto che bene o male ognuno di noi ha avuto (o non ha avuto) col proprio padre.
E’ un ontheroad atipico. Dove a muoversi, dopo la morte della consorte, è un anziano padre in pensione, in vena di “sorprese” per i propri quattro figli (che tema, la vecchiaia, l’incedere degli anni, l’avvicinarsi della morte, da Estwood di Gran Torino, al Nicholson di A proposito di Smitdt, sarà che la popolazione invecchia e con essa anche questi grandi mostri sacri sui quali sembrano attagliarsi questi soggetti).

E’ Americano, si. Ma non si fa fatica a ravvisarne le dinamiche anche nella nostra (tutta speciale) famiglia italiana. Ci sono i cavi del telefono. C’è il caucciù col quale li ha ricoperti “per chilometri e chilometri” durante l’attività lavorativa, questo anziano padre di colpo, alla morte della moglie, in pensione, ansioso di darsi un ruolo a partire dal rapporto con i figli. Questi cavi portano le voci, e sono le considerazioni del protagonista, durante i suoi lunghi viaggi in treno a indurre gli ignari passeggeri a condividere insieme a lui i ricordi…(a tratti mi ha ricordato una poesia di Carver, quella su una cabina telefonica, c’e’ una donna che lui osserva, dalla sua mimica cerca di interpretare la qualità delle notizie che ha appena ricevuto, c’è l’indifferenza del mezzo, capace di trasportare, insieme, notizie belle insieme a quelle meno.

Bello, a tratti commovente, e magistralmente interpretato da un De Niro ispirato come poche altre volte. A dispetto degli anni, la capacità di rendere la solitudine e la stoica commozione davanti al risultato dei suoi sforzi, e l’ossessione della stessa domanda, rivolta a tutti i figli “sei felice ?”.

Andatelo a vedere.

16/11/10

C'è lo zampino di Steve Bishop ?

Dalle brevi di cronaca (che adoro) del sito corriere.it (rilanciata anche alla radio) la notizia dell'arresto per un banale controllo di un giovane vietnamnita, (tale Pham Hai Nam), che circolava con una carcassa congelata di tigre nel bagagliaio.

Steve Bishop, brillante conduttore del Procasma (noto locale alla periferia di Roma, famoso per la stravaganza di ospitare anfibi, rettili e ogni altra forma animale proibita) ha subito precisato. "Respingo con sdegno ogni e qualsiasi accostamento al fatto: come noto il requisito principale dei nostri amici animali ospitati nel locale, è che siano in vita".

Respingendo pertanto qualsiasi illazione in merito.
Resta il fatto che al giovane trentanovenne vietnamita, pare sia stata trovata in tasca una piantina di Roma, con un cerchio misterioso fatto a penna, intorno alla zona dove insiste il locale.

"Le indagini continuano", cosi ha detto un portavoce dell'ufficio speciale che reprime l'importazione illegale di animali esotici.

12/11/10

Prove tecniche di regime







Un tempo si diceva "mettere la mordacchia"...(qui , per maggiori delucidazioni).

Non sono d'accordo su quasi niente di ciò che scrive, ne del modo in cui lo scrive.
Ciò nonostante trovo barbara la disposizione attuata ieri dal Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti.

06/11/10

Animal Kingdom , di David Michôd

james frecheville









Una vita che non andavo al cinema da solo.

Succede che ho qualche ora di tempo. Succede che è sabato pomeriggio, che è presto e che nel multisala danno 4 film. Andare al cinema al buio, senza cioè sapere nulla di ciò che si va a vedere, è una cosa che mi ha sempre entusiasmato. Si, d’accordo, somiglia alla roulette russa, ma almeno, se dopo prendi la tramvata, puoi anche non prendertela, per una volta, con la critica compiacente di qualche cosiddetto esperto di cinema che si guadagna (male) il pane gestendo una rubrica dedicata, fa niente se in tv o sulla carta stampata.

E l’esperimento magicamente è riuscito.
Girato da un esordiente australiano (David Michôd) il film è un piccolo gioiellino.e rimanda già dal titolo a quella vena di apparente incogruenza fra questo e il contesto della storia che narra. Un po’ come faceva Carver coi suoi racconti : Elefante, è un’epifania degli affetti familiari, e il dettaglio del nome di un gioco che il protagonista faceva con il suo babbo da bambino.

La storia in sé è abusatissima. Qui è il modo di raccontarla che ne fa un piccolo cammeo.
Stupendo il montaggio, vera e propria colonna portante del film. Mai didascalico, mai un’indulgere gratuito (come ci hanno abituato cosiddette grandi firme della regia mondiale ultimamente).
Animal Kingdom, è il doloroso percorso di iniziazione alla vita di un adolescente coptato in una famiglia di malavitosi.

La storia è tutta nel conflitto interiore di questo ragazzo (interpretato sullo schermo da un assoluto esordiente di una bravura stellare, James Frecheville) con il mondo nel quale entra in contatto controvoglia, più per vincoli familiari che per reale convinzione.
L’incedere degli eventi lo porterà, non senza dover soffrire, ad affrancarsi da questa dimensione,
e l’epilogo, anche se amaro, rappresenta insieme una condanna a restare inchiodato a quel mondo, ma insieme la biblica liberazione dal male (rappresentato qui da uno zio piuttosto malvagio),

Bella la colonna sonora, le scene, già detto, montate con intelligenza, con scorci di Melbourne molto suggestivi, zoomando su dettagli e allargando il fuoco. Fresco, ben girato, il film, cosi recitavano le didascalie sui manifesti all’entrata della sala, ha vinto il Sundance film Festival di quest’anno, ed è stato definito il miglior film crime australiano.

25/10/10

Burlesque al Procasma

Flamenco visto da Botero







Intanto ti becchi una bella denuncia...stronzo ! Poi lo vediamo se il tuo intento era o non era quello di tirare in ballo una Onorevole della Repubblica.

Capto questo dialogo dal viva voce dell'auto (una banale BMW x5, color aragosta) di Steve Bishop.
Sali, ti do un passaggio, mi aveva detto poco prima, scostando gli occhiali con la montatura in tinta con la carrozzeria. Immaginate un nano, da circo, al volante di un auto cosi: due cuscini ricamati all'uncinetto sotto il culo, pena il doversi far raccontare cosa c'è al di la del parabrezza.
Per quanto elettronicamente assistita da ogni sorta di diavoleria telematica, l'auto se il conducente non arriva almeno a vedere la strada di la dal cruscotto, non è un romanzo: mica te la possono raccontare. E visti i tempi di reazione di Steve, roba da scegliere di andare in taxi tutta la vita.

Sto per invitarti ad un evento straordinario. Il Procasma ospiterà il primo Festival del Burlesque della capitale. Mai, fino ad ora, si era visto qualcosa di simile. Inoltre sto preparando delle sorprese per i nostri ospiti. A breve partiranno dei corsi, ogni casalinga disamorata potrà, finalmente, appropriarsi delle sofisticate tecniche del Burlesque per riproporle all'interno del proprio bisunto menage.

Bisunto, si. Proprio cosi ha detto. Poi a casa mi sono collegato sul sito di un dizionario online e ho trovato questa definizione, testuale: Come prefisso, "bis-" o "bi-" può indicare: ripetizione, accrescimento_:vedi "bis-unto(= molto unto).

Ora, l'impiego di questo aggettivo, in faccende riguardanti il sesso per la mia limitata cultura ha dei rimandi significativi nella celebre pellicola ambientata a Parigi e che aveva a che fare, già dal titolo (e non ho mai capito bene perchè) con un celebre ballo argentino. Bisunto mi coglieva proprio impreparato, ma da Steve ci stava, perdonando il bisticcio.

Cosi, alla serata convenuta, convoco il solito taxi mediante il 3570. Una voce dal forte accento est europeo mi rassicura sul fatto che a breve, Lampedusa 51 avrebbe dovuto citofonarmi per portarmi al Proscama. Cosi è stato. Con puntualità elvetica citofona, scendo. Ad attendermi un cingalese, in la con gli anni. Ecco l'effetto delle mancate riforme sulle pensioni, mi dico, mentre prendo posto, richiudendo l'ombrello per evitare di bagnarmi.
L'autista ha una guida, a dispetto dell'età, molto speed. Con grazia consumata si dilegua fra sensi unici, corsie preferenziali e chachacha. Mentre guida, dalla sua radio, escono musiche di Bollywood, e io mi interrogo su cosa ne sarà di questa nazione fra dieci anni, Marchionne permettendo. Fuori, intanto, continua a piovere.

Arriviamo davanti al Proscama. Il frontespizio del locale ospita una scritta a caratteri cubitali che certo non farà la gioia di chi abita al primo piano e ha deboli problemi di insonnia. La scena è illuminata a giorno come nemmeno quelle di una troupe intenta a girare qualche spot, dentro la caverna di turno. Ad attendermi, in livrea, l'energumeno dalla voce flatuata, come quella di Audrey Hepburn, che per sua stessa ammissione, costituisce un faro ineliminabile, nella prospettiva della sua crescita. A tutti è dato il diritto di sognare, penso, mentre mi faccio accompagnare i pochi passi che separano il taxi, dall'ingresso Enel del Procasma.

Una buonaserata Signore, mi dice mettendo in tasca la mancia d'ordinanza che lascio discretamente scivolargli fra le mani, mentre mi chiude l'ombrello. Entro e superate la tende pesantissime (con funzioni fono assorbenti, mi ha spiegato una volta Bishop, ma sulle quali nutro pesanti dubbi circa il comportamento al fuoco) scendo i gradini che conducono alle sale. Un gran luccichio di paillettes, piume di struzzo e serpenti boa a circondare delle spalle esili o degne di qualche lanciatrice del peso ucraina. L'effetto è straniante. Mai vista tanta gente. Tutti con un flut in mano, bollicine e risate, come è nello stile del locale. Quasi sepolto da questo festival da magazzino costumi, degno di Cinecittà, facendosi largo a forza, fendendo capannelli intenti a commentare l'avvenenza dei costumi altrui, Steve riesce ad avvicinarsi per porgermi il benvenuto.
Vieni Cletus, qui starai bene stasera. Guarda quanta gnocca, mi sussurra. Steve è gay, chiaro che sottenda alla mia, di felicità. Cosi, fra matrone della media borghesia, cafonazze arricchite e mal smaltate, gente di tutte le salse, e una cospicua presenza di femmine giovani e sorridenti, mi fa strada fino al banco dei cocktail. Prendi, e mi porge una coppa con della roba che fa le bollicine. Stasera abbiamo fatto il pieno, mi dice trionfante, non pensavo il Burlesque attirasse tanto.

Sul palco un'orchestrina vestita con abiti New Orleans, fra i volti dei quali non faccio fatica a scorgere quelli di diversi post telegrafonici soliti frequentare il locale anche per altri avvenimenti. Suonerebbero neanche male, se in mezzo a tanto frastuono, bizzarria del banco mixer del DJ del locale, non uscissero in sincrono le previsioni del tempo, recitate da Paolo Sottocorona, famoso meteo-man di una rete televisiva nazionale, di due settimane fa. Il pubblico non ascolta ne l'une ne l'altre. Il tasso etilico è elevato, le risate, ora isteriche e di circostanza, ora sentite e fragorose riempiono la sala. La temperatura sta salendo.

Bishop sbuca sul palco con la grazia della prima neve, ad ottobre, sul tratto dell'A1 fra Roncobilaccio e Barberino del Mugello. Deve fare ricorso a tutta la sua energia per ottenere l'attenzione del grazioso pubblico. Senza successo. Ad un cenno, imperioso, della sua mano, che non evita di mettere in mostra dei polsini probabilmente comprati su Ebay, le luci si spengono, le voci si ammutoliscono, e un'occhio di bue lo illimina in tutto il fulgore del suo metro e cinquantatre.
Signori benvenuti, dice commosso. Lo conosco, quando è cosi raggiante prefigura quel senso di intima soddisfazione che accompagna il pagamento di pesanti rate di mutuo che continua ad accollarsi con graziosa eleganza, a dispetto dei suoi noti problemi finanziari.
Non avete mai visto nulla del genere, credetemi. E giù applausi, a questo punto, dati sulla fiducia.
Abbiamo veramente chiamato qui sul palco, stasera, prima tappa del loro tour mondiale, le splendide ballerine della Scuola di Madam Genet, direttamente da New Orleans, reduci da uno dei festival più importanti al mondo, ecco a voi le Danseur de La Vi. (ignoro a tutt'oggi cosa diavolo sia).

Entrano una dozzina di donnine, il cui grado di avvenenza è variabile fra Vanna Marchi e Rosy Bindi. Di colpo capisco a chi era riferito il senso della frase iniziale. Tant'è che Bishop evita accuratamente di pronunziarlo, quel nome. Iniziano le danze. L'orchestra fa il suo onesto lavoro, gran sfavillio di piatti, suoni irripetibili di tromba. Sembra di stare in un circo, piuttosto che al Procasma. Mancano gli elefanti, ma i boa ci sono eccome: piumati al collo di queste povere guitte, alcune con le calze smagliate, e in carne ed ossa, come di prammatica, dentro enormi teche in plexiglass, illuminate e riscaldate, nel salone principale del locale.

Il pubblico applaude ad ogni accenno di streap-tease. Bishop rincara la dose, scegliendo dal pubblico due signore neanche male, adeguatamente vestite e che in preda ai fumi dell'alcool pensano bene di ingaggiare una gara di seduzione con le professioniste sul palco. La stessa pretesa differenza che passa fra un filmatino amatoriale su Youporn di due bancari, e Linda Lovelace se mai esistesse ancora, penso. L'effetto è grottesco. Uomini in tight presi a nolo, che probabili consorti delle stesse, sbavano sotto il palco, sgomitando con i fiati dell'orchestra, in una sorta di revival delle emozioni di qualche mezzo secolo fa. L'aria è elettrica. Tutti ridono, applaudono, volano busti, reggicalze, piume di struzzo. Una pacchia per la Protezione Animali, penso. I microchip dei microfoni governano alla perfezione enormi display luminosi che riprendono una passeggiata in carrozza fra i viali del quartiere a luci rosse di New Orleans. Sembra il filmino del viaggio di una coppia di sposi, in viaggio di nozze, nella capitale del peccato, prima di espiarlo a vita in qualche bilocale di Torre Maura. Insomma, la cosa va avanti per un po'.

Ad un certo punto esce Bishop sul palco, intima il silenzio nello stesso modo fatto prima. L'occhio di bue lo riprende, raggiante mentre fende il palco, avvolto nel suo doppiopetto bianco, e annuncia non senza la dovuta enfasi, il numero clou della serata.
Signori ecco a voi lo streap della donna cannone... Subito riparte la musica (fra le più ruffiane del repertorio) e uscito lui, l'occhio di bue immortala, a beneficio dei presenti, un donnone di stazza significativa, nella quale non faccio fatica a riscontrare tratti somatici coincidenti con quelli di Ada, titolare di un banco frutta, nel limitrofo mercatino rionale. Ada, cazzo, ma come ti sei conciata ?

La donna cannone non è priva di un suo fascino. Sa muoversi molto meglio del gruppo starnazzante di galline che ha ospitato il palco poco prima. E' sensuale, a dispetto della mole, e cattura senza difficoltà, l'attenzione generale. L'hanno truccata benissimo, ammetto. Lei sembra essere nata per il palco. Si libera con eleganza di tutto ciò che la ricopre, fino a restare in una guaperie che le guadagnerebbe, a vita, la presenza su qualche tela importante di Botero.

La sala esulta, volano sul palco fiori di plastica fatti a Taiwan, si stappano altre bottiglie. I boa continuano, indisturbati a dormire, dietro lo spessore delle teche. Un successo, finalmente.

Mi avvio, pensoso, verso l'uscita.
Ha smesso di piovere. Vuole le chiami un taxi, mi chiede premuroso Audrey il buttadentro.
No, grazie, faccio due passi a piedi.

New Orleans.
Perchè non ci sono mai andato ?

Risvegli

il logo de La7










L'alba arriva sempre prima. Non proprio la luce. Quella si intravede passate le sette. Fra una settimana, quando l'ora legale andrà in ferie, fino alla prossima primavera, cambierà ancora qualcosa. In ogni caso è buio, quando mi alzo.

Commetto, talvolta, la stronzata di accendere la televisione. A volte sul canale che stavo vedendo la sera prima. Alcune volte si apre, da sola, su La7.
Questa rete manda in onda, intorno alle sette un notiziario, come ogni brava tv che si rispetti. Servizio pubblico, si chiama, l'arte di informare, di fornire notizie assieme alle quali impacchettare sostanziose porzioni di pubblicità.

Vorrei conoscere il genio che ha deciso di inserire la musica, sotto la voce e le immagini che compongono i brevi servizi che in questo notiziario sono contenuti. Mi piacerebbe sapere se da piccolo gli raccontavano favole. E se queste avevano, o meno, il potere di terrorizzarlo e se per caso ne è rimasto, ora adulto, sufficientemente impressionato. Non riesco a spiegarmi, altrimenti, la necessità di condirle con un suono che recepisco come fastidioso, carico di pathos come nemmeno un videogioco di quelli che mettono paura. Che bisogno c'è ?

Provo a cercare le risposte. Necessità di aumentare la concentrazione in chi guarda ? Sottolineare il tono “serioso” delle stesse ? E' un loop, lo stesso motivo ripetuto all'infinito tanto quanto è lungo il notiziario (una sorta di collezione di news, le cosidette high-lights, le notizie di punta fornite in pillole, e montate “a seguire”, non approfondite, una sorta di riassunto dei fatti del giorno).
Ora, già la qualità delle stesse non è che invogli ad uscire di casa animati dalle migliori intenzioni nei confronti del prossimo. Metti che hai dormito anche male, e che ti sei svegliato, di tuo, anche peggio. Ma davvero, essere “aggrediti” da quel suono è quanto di più potente ti faccia desiderare, nell'ordine, di spegnere il dannato apparecchio e tornartene, lesto, sotto le coperte.

Qual'è l'intento ? Non dico che sarebbe meglio inserire un blues, di sottofondo, non ho idea di come potrebbe funzionare con un brano di Mozart (se del caso, dei più calmi), ma davvero mi chiedo perchè ?
Sono certo che una risposta ci sia. Instillare l'angoscia ? Rendere carico di pathos il giorno che avanza ? Mandare di traverso quella brodaglia nera (ma profumata ed essenziale) che chiamiamo caffè e che accompagna i primi attimi della giornata ? Cos'è ?

La7 è una rete chic. Vi alberga la cosidetta intellighenzia del paese, o buona parte di essa. Fa il suo onesto lavoro, per carità, e nel panorama desolante dell'offerta televisiva, rappresenta senz'altro un tentativo interessante (direi quasi intelligente) di pensare al mezzo televisivo. Ma per favore, per favore, cambiate quella cazzo di musica. Di motivi per essere angosciati ne ho abbastanza di mio.
Grazie.

18/10/10

Avetrana, in my mind

tele-spettatori















Delirio di sovraesposizione, come altro chiamarlo ?
Troupe televisive che hanno preso la residenza nel comune. Notiziari, talkshow, vite in diretta e non, opinionisti, psicologi a gettone, turisti del macabro. Poi ci lamentiamo di come ci prendono nei film (vedi Somewhere, della Coppola).

Che sta succedendo ? Una totale compenetrazione di piani, che se non fosse per il triste epilogo di una ragazzina alla quale è stata tolta la vita, sarebbe l’armamentario ideale di un delirante show televisivo.

Mi hanno colpito i riferimenti di questa donna, la mamma, la moglie “del mostro”…”siamo come Sandra e Raimondo”…e ancora, “gli faranno fare la fine della Franzoni”. Non so se sono arrangiamenti degli zelanti cronisti o frasi dette proprio da questa donna. E’ fortissimo il sospetto che il concetto di realtà, in questa donna, sia finito col coincidere con quello della fiction. Essere protagonisti a propria insaputa. Vedersi nella Tivu. Sedere magari nel salotto buono e guardare l’esterno della propria casa, dal video. Come avere un video citofono ad un tot di pollici.

Cosa stiamo diventando ? Anzi, cosa siamo già diventati ?
Ha un qualche ruolo tutta questa sovraesposizione ?
La tv vive di audience. Partiamo da qui. I programmi si fanno in funzione di quanti spot (leggi: da quanti telespettatori riescono a catturare) sono in grado di attirare. E' uno specchio ? Sono portato a pensare che la faccenda sia più complicata. Adesso, curiosamente, ho captato questo dialogo stamattina su una radio “importante”, va di moda stigmatizzare. Fa figo esecrare il proprio comportamento, additare questa tendenza all'overdose mediatica. Intanto, cominciamo col dire che la gente se la guarda sta roba. Vero: se gli proponessero, in alternativa, una lezione, che so, di Margherita Hack sulle origini del cosmo, gli sponsor si dissolverebbero anch'essi in qualche nanosfera. Allora cos'è ? E' che c'è un gran casino, un groviglio fra una cucina che sforna sempre lo stesso piatto (stavolta in crescendo, ammettiamolo). Ieri era Vermicino, poi Cogne, poi Eluana, oggi Avetrana. Avetrana è la quintessenza dell'informazione. E' lo spettacolo che cortocircuita se stesso, è scappata di mano, come dire. Allora si allunga il brodo, come in un gigantesco gioco di ruolo. Insieme a sessanta milioni di commissari, tecnici, ce ne sono altrettanti, ma di Maigret. E' il tramonto dei Giochi Preziosi, la fine di Trivial di ogni sorta. L'avvento di qualche cosa di altrettanto triviale, che però smuove, attira (insieme ai soldi degli sponsor) anche la curiosità “morbosa” dei più. Tutti pronti a dire la loro, come nemmeno il tifo per qualche sfigato concorrente per il reality di turno è in grado di suscitare.

E' pericoloso tutto questo ? Beh, stasera, quando gli agenti si sono presentati a casa del ragazzo romano che ha sferrato il pugno immortalato fortuitamente in un video della stazione del metrò di Roma, c'erano ad attenderli altri ragazzi....”Uno di noi..” urlavano, mentre veniva portato in carcere.

Ecco, senza scomodare leggi del taglione, ma veramente ad ognuno di loro, non augurerei di trovarsi una sorella, una mamma morta per una caduta provocata da un pugno, grottesco, assurdo, sproporzionato, dato da qualcuno cosi sofferente da non aver nel proprio vocabolario esistenziale altra risposta, ad una probabile provocazione, mettiamoci anche questo, che sferrare un pugno su un volto indifeso per definizione: quello di una donna.

Comincio a considerare con insistenza l'idea di privarmi della tv. Un'estrema, forse irrisoria, forma di immunizzazione. Ho paura, invece, che il contagio sia già un pezzo avanti.

17/10/10

Medioevo

La Premiere dame, Carla Bruni












Le grazie. Una volta si chiedevano le grazie.
Anche oggi. Anche la mamma di un connazionale morto nelle galere francesi, rispolvera questo istituto desueto.

Nelle moderne democrazie occidentali, stando alla carta, dovrebbero vigere diritti e doveri. L'essersi lasciati alle spalle l'elemento della discrezionalità (che certo non è stato un cadeaux, ma è costato morti e sangue, nel tempo), per arrivare a binari che incardinassero principi cosi ben saldi da costituire (d'accordo, malandato) il nostro "tappeto" sociale.

Menomale che Madame Sarkozy, sensibile alle buone cause, può ricordarsi i suoi natali e contribuire, dall'alto della sua autorità “morale” a dirimere i tanti lati oscuri che intorbidano la vicenda.

E' un tristo gioco delle parti. Per ottenere visibilità, oggi devi interagire in qualche modo con qualcuno che agli occhi della fruibilità del concetto di notizia, possa rompere il silenzio assordante e repentino, col quale tanti fatti di questo genere, si incamminano sotto il peso dell'indifferenza, e da highlights dell'orrore che affastellano la nevrastenica maniera di raccontarci, ad esser dimenticati in breve tempo.

Per servirci l'orrore popolare, tutti i palinsesti hanno oramai previsto l'acquisizione del certificato di residenza in quel di Avetrana. Di questa mamma che non si rassegna, se si torna a parlare, è perchè “menomale che Carla c'è”.

Stiamo messi cosi.

13/10/10

Italia Serbia 3-0

il mancato protagonista della serata: gli hanno rubato la scena










Era trecento eran giovani e forti…Li abbiamo visti, la telecamera indugiava sui loro bei toraci tatuati, incuranti della temperatura (sicuramente a causa del tasso etilico elevato). In poco più di trecento hanno deliberato che lo spettacolo non dovesse esserci. Che la loro decisione dovesse prevalere su quella di migliaia di altri, civili, spettatori che decidendo di sostenerne anche i costi, hanno gremito gli spalti per vedere la Nazionale esibirsi, dopo anni, in quel di Genova Marassi (per esser precisi Stadio Galileo Ferrarsi). Ecco. La serata di Raduno è stata, a tratti, un film di Bunuel.

Ora una sola domanda, ma che cazzo facevano ai cancelli d’ingresso ? Non sono uso frequentare gli stadi, men che meno in curva: mi bastò un’amichevole della magica Roma, vista in Curva sud all’Olimpico con mia figlia undicenne. Credo di aver già dato. Ma consentire l’ingresso ad un’orda di scalmanati, quando ci si riempie la bocca di tessera del tifoso, controlli accurati, perquisizioni, ha ancora un senso ? Ieri sera dovevano esser tutti a farfalle. Nello stadio è entrato di tutto. A giudicare dall’armamento pirotecnico, roba da far invidia a Mergellina.

L’UEFA uno di questi pachidermici enti, guidato chissà da qualcuno cosi out come colui che guidava (e guida tutt’ora, sembra) la potente federazione che governa un altro delirio di massa come la formula Uno, pizzicato in abiti succinti mentre si faceva fustigare da avvenenti fanciulle indossanti uniformi naziste…dai ! L’UEFA adesso pontificherà. Bizzarri come sono, e cosi impermeabili alle loro stesse regole, saranno anche capaci di farla ripetere la partita ancorché attribuire all’incolpevole Italia (salvo le disattenzioni o sottovalutazioni circa la pericolosità dell’orda serba) la dovuta condanna, concedendo la vittoria “a tavolino” all’Italia.

Una pessima figura. Fra il disastro totale, da registrare il buonsenso delle forze di polizia: o consapevoli di avere l’occhio addosso delle telecamere, o riottosi ad assumersi un’altra discutibile figura come quella ottentuta in quella città in tutt’altre circostanze…sta di fatto che hanno evitato la macelleria, magari coinvolgendo altri tifosi serbi che non prevedono le intemperanze come loro registro per seguire una semplice partita di pallone.

Il parossismo è in scena. Ieri sera, come migliaia di altri sfigati telespettatori, avrei voluto vedere le acrobazie di Cassano, ho visto invece quelle dei commentatori che nel giro di poco meno di un’ora hanno dato il meglio di loro, per giustificare (immagino) i lauti stipendi che percepiscono come commentatori esibendo, d’un colpo tutto il meglio dell’inettitudine.

Non amo fare infauste previsioni. Dopo Genova, dopo l’ Heysel, aspettiamoci il peggio.

11/10/10

Una sconfinata giovinezza, di Pupi Avati











Ultimamente, in ossequio a quella regola che recita mai mettersi di traverso alle scelte della propria compagna, sono andato a vedere due film scelti da lei.
Del primo, La solitudine dei numeri primi, poi magari ne parlo un'altra volta (se finora non l'ho fatto è perchè non avevo proprio molto da dire). Del secondo invece do qualche cenno qui.

Esco dalla sala con l'amaro in bocca. Ma come ? Uno spunto cosi “bello”, in una stagione caratterizzata dal dolore (Avetrana, ma anche l'Afghanistan con il suo tragico inventario di caduti) da far decollare i botteghini.

Esco con l'amaro in bocca perchè c'è qualcosa nel film che non mi ha convinto del tutto. Degna di nota la recitazione dei due protagonisti, la Neri e Bentivoglio, accurata la regia, “splendida come al solito la fotografia” (sopratutto nelle sequenze finali ambientate nella Romagna carica di nebbia).
Nebbia, ecco. La storia sembra perdersi, e chiude si, con un afflato quasi poetico ma non basta a dissipare quel senso di chiusura affrettata, di “vicolo cieco” della narrazione. Eppure, come detto, gli ingredienti ci sono tutti: il racconto dell'avvento della subdola malattia (l'Alzaimer) che lentamente ti fotte la mente, portandosi via i ricordi, scompaginandoli come un pazzo al quale venga data carta bianca nella Biblioteca Alessandrina di Roma.

Invece, il racconto procede a tratti in modo molto indugiante, caricando di pathos lo sviluppo della malattia nella testa di un affermato giornalista sportivo. Si è detto del ruolo della sua compagna. Coppia senza figli, per aperta ammissione della stessa, ad un certo punto del film, scatta il ruolo di mamma, e la terapia dell'amore (sentita scomodare dal regista stesso durante una intervista “d'ordinanza” propinata da qualche rete televisiva e alla quale ho prestato ascolto) che sostituisce un vuoto sociale (solo strisciato) compensato dai mezzi di una certo facoltosa famiglia borghese, con villa sull'Appia e parenti Primari di non si sa bene quali Ospedali.

Voglio dire. Vuoi fare un film (in un certo senso, avvalendoti dei soldi pubblici, Rai Cinema) su una malattia cosi, fanne una roba da denuncia. Non ti limitare a fare il poeta, dacci dentro. Non sono un regista, non ho intenzione di piazzarmi domattina, come fece il giovane Spilberg, con un banchetto dentro Cinecittà con sopra scritto Cletus Production, regista (lui lo è poi diventato). Ma perchè rovinare cosi un'idea ? Il film scivola malamente nel finale. Non dico altro per non rovinare il gusto della visione a chi vorrà “andare a vedere”, come fosse una mano di poker.

Abile nei flash back, iconografico nel ricostruire i dettagli dell'adolescenza del protagonista, in quel della provincia romagnola, il film si regge per “mestiere”, ma ha il fiato corto. Molto corto.

Sia.

10/10/10

Bentornato Mr.Clapton

la copertina del disco















Un'eterna giovinezza, quella di questo chitarrista. Non pago dei successi ottenuti, e in evidente fase creativa ha messo insieme una dozzina (13 per essere esatti) di brani, a suo dire assolutamente casuali, dividendoli con altri calibri del suo tenore e ha sfornato questo essenziale, anche già dal titolo (Clapton), lavoro.

Uno come lui potrebbe riscrivere anche il Requiem di Mozart, per intendersi. E la summa della sua straordinaria tecnica con la chitarra, traspare qua e là, in questi rilassanti e dolcissimi brani, impreziosendoli ancora di più e rendendoli subito di facile ascolto.

Clapton ha al suo attivo decine di dischi. Ha avute numerose soddisfazioni e riconoscimenti. La cosa che sorprende è che, al contrario di molti suoi colleghi, quando e se decide di tornare in sala d'incisione, è capace di fugare ogni e qualsiasi dubbio circa l'intento di fare cassa sfruttando la fama. Cosi, la riuscita del lavoro, sgombro da inesistenti (immagino) bisogni economici, ha tutta la freschezza e l'immediatezza di un'ennesima dichiarazione d'amore alla musica, foss'anche lo slow country delle sue ballad, cosi come dei brani più dichiaratamente ispirati alla tradizione blues.

Un ottimo lavoro, adatto a queste giornate che si approssimano, umide di pioggia e da passare in casa, con ottime sonorità di sottofondo, e rilassanti.

04/10/10

Jodorowsky regista.

una delle inquadrature più belle del film









Quest'estate, stavo spiegando di cosa mi vorrei occupare da qui a breve ad un amico, al telefono.
L'amico (Antonio La Malfa) mi cita il nome di un testo Psicomagia (Feltrinelli ed.).
Metto piede in una libreria e lo prendo. L'ho letto con intervalli strani. Tant'è che è ancora in macchina, sui sedili posteriori, pronto a tenermi compagnia, durante una delle prossime pause di lavoro.

Sempre intorno a questo nome, ho preso “a scatola chiusa” anche i dvd di alcuni suoi film.
Ieri, complice una visita di un amico con la sua compagna, dopo pranzo, abbiamo messo nel lettore il primo, La montagna sacra e ce lo siamo sparato.

L'avevo visto da pischello. Una specie di cineforum, ricordo vagamente ne venne fuori un dibattito (all'epoca andavano molto i dibattiti, dopo la visione di un film), ma rivedendolo, ieri, ho toccato con mano lo stato di conservazione della memoria sull'argomento: pessimo. Avevo dimenticato quasi tutto, e rivederlo non ha mancato di svegliare ex novo, l'apprezzamento per un lavoro che va assolutamente storicizzato, pena il non poterlo valutare bene. La pellicola è del 1974.
Jodorowsky è un grande. Un precursore, il ricorso al simbolismo abusatissimo d'accordo, ma l'efficacia della regia è nel montare le scene senza alcuna concessione al didascalismo. Un mio amico ama dire (per i libri) “il testo è questo” (come a dire...non c'è altro, solo il testo a tenere in piedi tutto). In questo caso, (la montagna sacra) il discorso è analogo: il film è questo. Punto.
Può piacere o meno. Ma forse non c'è tanto da dover discutere.
Insomma, una gran bella visione.

Non paghi, vista l'ora, abbiamo messo sul “piatto” un altro suo film...stavolta Santa Sangre.
Tutte le perplessità sulla Montagna sacra, dissolte. Il film è del 1989 e l'abbiamo trovato una perla.
Jodorowsky, mantenendo ferma la macchina da presa anche quando gira con la camera a spalla, lavora intorno al tema dell'ossessione e del condizionamento della famiglia. Il ruolo dispotico di una madre, e il disperato tentativo del figlio (sullo schermo interpretato proprio da suo figlio Axel) con veloci incursioni nel simbolismo, nella satira religiosa, con venature di sociologia di ritorno (essendo girato in un imprecisato paese centro americano, probabilmente in Messico).

Il film è lungo, solo a tratti prolisso, ma merita davvero la visione. Dentro c'è Fellini, e altri. Forte è stata l'impressione che alcuni dei registi nostrani molto gli debbano. C'è la scena ripresa “parapara” anche da Benigni in un suo film, allorquando un gruppo di diversamente abili vengono invitati ad assumere sniffare cocaina, con tutte le conseguenze del caso. Jodorowsky, come detto, l'ha girato nel 1989. Per quantità e qualità di temi, il film ti arriva addosso come una locomotiva. Entra e salvo qualche sbavatura, la narrazione è efficace e non priva di poesia.


Insomma, una grande scoperta, tardiva forse, ma inaspettatamente gradita.
Adesso non resta che attendere una serata di pioggia e dare fondo anche al terzo dei tre dvd, Il topo.

Il mio amico, che l'ha visto, lo ritiene addirittura superiore ai primi due.

Da vedere.

22/09/10

Italian design

l'auto usata dagli italiani nei favolosi anni '60


L'altra notte mi chiama mio cugino. Mio cugino è uso chiamare senza particolari attenzioni per l'orario. Dormivo, quindi normale abbia percepito poco dei suoi discorsi. Mi ha solo chiesto insistentemente dove trovare, nell'ordine, un trepiede per telecamera, ovviamente una telecamera e una 600 multipla d'epoca da prendere a nolo. Per le prime due esigenze gli ho risposto, confuso, che forse potevo provvedere io, per la terza gli ho suggerito Ebay e un robusto search su google.

Nel nosocomio dove è ricoverato, mi ha detto, gli limitano fortemente l'accesso al web. Fatale che ora debba provvedere anche a questo.

Prima di riattaccare ho provato a chiedergli cosa ci doveva fare con tutta sta roba.
Una parodia della scena iniziale di Somewhere, ha detto.

17/09/10

Somewhere, di Sofia Coppola & Quenquin Tarantino


















Grazie ai buoni ricordi di Lost in Traslation, e vittima del gran battage dovuto al Leone d’Oro che la pellicola si è aggiudicata a Venezia, ho staccato il biglietto e assistito al film ieri sera, in una sala semideserta, e anacronisticamente ghiacciata sebbene non sia più agosto.

Non mi è piaciuto. Ho trovato ridondanti e pretenziose le lunghe pause a macchina fissa, quasi a voler sottolineare, riempire a forza di senso, lo statico osservare la scena, da parte dello spettatore, pretendendo quasi di accettare questa come una “cifra” del regista.

La storia in sé può anche esser degna di una narrazione diversa. Dove, in luogo di un montaggio apparentemente casuale, i dettagli finiscono col sostituirsi al centro della storia, lasciando forte il sospetto che si tratti di una di quelle battute di una coppia qualsiasi alla frutta: non abbiamo un cazzo da dirci, ma ce lo sappiamo dire ancora bene.

Lo so, la Coppola gode di un consenso quasi incondizionato. Ma il suo cinema, depurato da effetti speciali (si salvano le sequenze dedicate a due gemelle specializzate in lap-dance a domicilio) e il rombo (in presa diretta) di una Ferrari da sballo, non decolla. Strano, perché l’indovinata maniera di raccontare una mancata storia d’amore in Lost of translation, qui diventa evanescente, lavorando per addizione, e concedendosi appunto vezzi da gran regia (quelle pause insistite) che nella migliore delle ipotesi hanno il potere di irritarmi.

Piccola chiosa finale: ci fa fare una generosa figura di merda, parlo come italiani.
Mai vista la scorta con le sirene spiegate per accompagnare in albergo una star, prego vedere ad altre latitudini, mentre ahimè ci coglie in pieno, nella sequenza della premiazione del protagonista (una star hollywoodiana) nella trasmissione dei telegatti (ospiti, recitando se stessi, nell’ordine l’immancabile Ventura, il frizzante Frassica, lo spaesato Nichetti una naftalinata Marini) il festival del provincialismo coniugato alla somministrazione continuata e quotidiana di paccottiglia televisiva.

Che dire ? Troppo forte la tentazione di dare credito alle (numerose) critiche levate da più parti intorno all’incensamento della pellicola, ad opera di un presidente della giuria di Venezia di quest’anno, che, stando alle cronache, pare abbia avuto una consistente storia d’amore con la regista.

E questo, si, forse proprio in forza del cognome di entrambi, e stando alle tristi cronache di questi tempi, rende il film, ma in generale un po’ tutta la storia, molto, molto italiana.

Per carità.

15/09/10

Grazie Cindy

la copertina del disco









Poi, arriva ad un certo punto della carriera di un cantante, magari distintosi su altre sonorità, altri “generi” musicali, il momento in cui, fatalmente, direi quasi inesorabilmente, “sforna” un disco di blues.

E’ il caso, da antologia di Gary Moore, prima onesto praticante dell’Heavy metal, o quello dei tributi, come quello degli Aerosmith (anche loro, dai sentieri dell’Heavy, tributano al blues uno dei loro album più belli – sontuosa la loro The grind – traccia dello stesso album HONKIN' ON BOBO intriso di blues).

Da pochi giorni sto ascoltando una tipa che ho apprezzato, da anni, per la sua freschezza, per la pazzia di sottotraccia che la sottende, per la capacità di stupire, di misurarsi con il nuovo e che mi ha regalato momenti di autentica euforia (Girls Just Want To Have Fun). E’ arrivato il suo momento del blues. Uscito non so bene quando, ma senz’altro quest’anno, Memphis Blues è un piccolo cammeo. Accanto alla Lauper, in quasi tutti i brani, ad accompagnarla ci sono calibri del genere blues, da Jonny Lang (altra mia “fissa” particolare) a BB King, da Charlie Musselwhite a Allen Toussaint.

Il disco è un insieme di cover, tutte egregiamente riuscite e che danno modo alla cantante di mettere in mostra la sua versatilità, non sfigurando affatto accanto a mostri sacri di provata e lunga esperienza. Sembra che l’abbia sempre fatto, il blues.

Ora, al di là del sospetto si tratti di un’abilissima operazione di marketing (peraltro piuttosto in voga: come visto non è raro che escano album con tale architettura: un grande nome in duetto con altri, altrettanto grandi, nomi), quello che mi intriga (essendo praticamente un malato del genere) è perché, prima o poi, si sente questo “bisogno” di tornare (o arrivare) al blues.

Blues è uno stato d’animo, mica solo una musica. Blues è la metodica ossessiva di dodici sporche battute che si ripetono all’infinito e che consentono, su un ordito di tempo e ritmo, di innestare stacchi di voce, di chitarra solista, reinventandosi di nuovo. Un mondo a se.

Il blues, almeno in Italia, vende pochissimo. I banchi dei negozi di CD sono tristemente assortiti: qualche grande nome, poche le novità, totalmente mancanti gli artisti che pure, in tutto il mondo (il genere vanta artisti ad ogni latitudine, dai Leningrad Cowboy a gruppi, misconosciuti, nipponici).
E’ una roba da malati.
E io stesso, non mi sento molto bene.

risorse:
il sito della cantante
l'immancabile track su youtube

10/09/10

Bruciare il Corano ?


Volendo volgere lo sguardo altrove…

Questa storia del Corano bruciato. L’immagine del reverendo souncazzocomesichiama (cosi i motori di ricerca non faranno fatica a lasciare in pace queste pagine) con i suoi bei baffoni da birraio depresso di Upsala, fanno il giro delle tivu del mondo. Di tutto, il mondo.
Una notorietà cosi, ci sono Aziende, che per averla dovrebbero sborsare l’equivalente di una finanziaria. A costui no. Gratis.

Fatale che sul suo passato si siano gettati, con zelo giornalistico (qui si stampa per mesi la storia di un banale bicamere nel Principato) e scoperti altarini vari. Diamo pure per buono non sia uno stinco di santo. Anzi, acclariamolo subito cosi passiamo avanti.

L’oggetto del contendere, posto che sia effettivamente cosi, è il permesso di costruzione di una moschea nei dintorni di quel teatro a cielo aperto, denominato dopo l’11 settembre di tanti anni fa, “ground zero” che nell’immaginario collettivo dell’inizio di questi anni zero, ha simboleggiato l’irruzione di una categoria chiamata PAURA fino allora sottaciuta dietro performance di borsa, azioni di guerra lampo, chevrolet a buon mercato, e prezzo della benza (rigorosamente “a galloni”) definito accettabile.

Sarà la storia a stabilire, se e quanto, la visione ossessivamente ripetuta del simbolo fallico per eccellenza, quello delle due torri che vengono giù dopo il grazioso ingresso degli aerei, costituisca la linea di partenza di un delirio reciprocamente alimentato. Quello che mi piace leggere in questa vicenda è la conflittualità, che non mi va di iscrivere in una cornice religiosa, fra la tolleranza di Obama e l’odio furbo del reverendo.

Due modi di intendere come stare al mondo. A dispetto degli odi (o proprio a causa di essi, della voglia di non alimentarli: i coglioni proliferano indipendentemente dalle latitudini) la prima è figlia di una sorta di real-politic, volta a cercare di dissipare, togliere acqua e non fornire pretesti ad un fondamentalismo fuori tempo massimo (ma ugualmente nocivo: pensare a cosa sarebbe stato se il pischello catturato oggi a Copenaghen fosse riuscito a farsi saltare in aria), l’altra quella di chi (e chi non ci legge certe affinità di casa nostra, su tutte la maglietta indossata da un attuale ministro in carica?) forte del consenso degli strati più retrivi della popolazione, ha ideato la trovata di bruciare il Corano e che sta spopolando sui media di tutto il mondo.

Prim’ancora che inchinarsi alla prima, vedere e prendere nota: in un braccio di ferro come questo, anche i boicottaggi di Hamas ai tremolanti segnali di disgelo fra Israele e i Palestinesi, si iscrivono in un momento della storia nel quale a prevalere dovrà essere sempre più la ragione, per stemperare gli animi, mettere in fuorigioco, gli eterni fautori di guerra.

Bruciare il Corano non è stupido in se. Non offende tout-court gli animi più suscettibili (quante bandiere degli States bruciate in mezzo mondo ? Anche in casa nostra. Per questo dovremmo essere invisi alla comunità “civile” internazionale ?) No, bruciare il Corano offende in primo luogo proprio chi, professandosi uomo di culto (quale che sia) ammette che il contorto disegno di Dio abbia bisogno di una messa a punto. Una revisione che non vale la pena di fare. Continuando a girare su di un vecchio macinino, che prima o poi, in barba (o in ossequio) alle leggi della meccanica (celeste?) si dovrà fermare.

02/09/10

Chanel 505

















Allibito, completamente. Ho sempre accettato con mestizia le contumelie del genere femminile verso l'inclinazione, tutta maschile, per il calcio. Quasi un must. Sopportare le borbottanti ritrosie di chi si vede preferire ad una partita di calcio in tv, fatta eccezione per le squadre dei campionati di serie B. Insomma, dalle donne è lecito aspettarsi stigmatizzazioni per una passione che, ammetto, può rasentare i contorni della fobia.

Ma come altro definire quella che le caratterizza per entrare in possesso di uno smalto ?
Se per caso questo sia cosi particolare da ripeterlo, anche nel nome: “particuliere”, è uno smalto che sta mandando fuori di testa un gruppo di mie amiche. Introvabile nelle profumerie di ogni rango e sorta, il 505 (questa la sigla) di Chanel è un punto di colore che si approssima al fango, ritenuto di un'attualità devastante, e che sta scatenando crisi di panico fra coloro che lo vanno cercando, ahimè senza successo.

Rinvenuto in un anonimo magazzino di Amsterdam, una sorta di Rinascente nostrana, è stato acquistato da una mia amica in un paio di confezioni (ma volendo ne disponevano di altre) per farne dono ad un'altra sua amica, di Roma. Inutile dire che ho assistito alla scena del regalo. Commovente.
Quasi quanto sperare che Borriello, ricordandosi come si gioca a pallone, dimentichi per un po' le veline, e si dedichi, come da profumato contratto, alla realizzazione di un numero decente di gol per la sua nuova squadra.

29/08/10

Brevi appunti da un'estate.


Lecce.
Bar Avio, a due passi dalla Piazza principale dedicata al santo patrono (S.Oronzo).
E' uno di quei rari bar, che quando ti capita di entrarci, di mattina presto (prima o subito dopo le otto) diffonde nel locale musica jazz. Grandi orchestre, repertorio classico, è un piacere sorseggiare un dignitoso caffè (in tazzine immancabilmente bollenti) accompagnato da questa musica di sottofondo. Ci vengo spesso. Ho potuto cosi capire che è un po' la “cifra” del locale. Un simpatico segno di distinzione, nel piattume imperante. A forza di andare a fare colazione lì (va detto che servono anche dei dolci tipici di pasta frolla e crema, chiamati pasticciotti), ho potuto conoscere un po' meglio la storia del bar. L'ultima volta, difronte alla mia approvazione per tutto (musica, caffè, atmosfera rilassante) il gestore mi ha invitato a scendere le scale (il locale non è molto grande) per poter vedere meglio le fotografie delle loro giornate a tema. In breve, in occasione di circostanze da festeggiare, tutti i dipendenti del bar sono soliti servire travestiti di volta in volta, da pirati, da odalische, da hostess. Un modo come un altro per distinguersi, anche questo. Ho scattato qualche foto alle fotografie, tutte debitamente incorniciate e didascalizzate. Rappresentano qualcosa da cui partire, posto che uno volesse tirarne fuori una narrazione. Potente, per quelle più datate, il rimando all'abile gioco di Kubrick, in Shining, quando scarrella su foto scattate nei vari capodanni che si sono festeggiati, sfarzosamente, nel famoso albergo.

Grande.
Il bar Avio, e ovviamente Kubrick.

Amsterdam.

Ti ci perdi a camminare lungo i canali. Un'atmosfera particolare, dove il tempo sembra sospeso, non tanto e non solo in virtù del lento gioco delle correnti che tagliano la città a ventaglio, creando spazio (e luce) fra viali di case una più bella dell'altra. Le facciate inclinate dotate di rostri in sommità ai quali sono appesi argani. Servono per tirare su le cose, mi hanno risposto a precisa domanda. Melting pot, gran carosello di biciclette, rare le auto, ancor meno i motorini. Insomma una pacchia. Mentre passeggio in un sabato finalmente sgombro dall'aria plumbea di pioggia dei due giorni precedenti, baciata da uno scorcio di sole, subito dopo un colorito mercatino all'aperto, su una piazzetta sento suonare un sax (fra l'altro decisamente bene). Da una camera spalancata sul sole dei canali, un uomo vestito di bianco suona come meglio può, andando dietro a qualche CD di musica jazz, sparato a volume adeguato nella stanza (che fa ovviamente da cassa di risonanza e consente, a chi è per strada, di sentire benissimo l'uno e l'altro). Ecco, mi siedo incantato su uno spigolo di una panchina. Alcuni turisti estraggono le fotocamere e cominciano a scattare davanti all'insolita scena. Si forma un capannello. C'è vento, c'è il sole, si sta benissimo. Si avvicina una coppia, scendono dalle biciclette, si fanno largo fra la balaustra nera del canale e lo spigolo della panchina sulla quale sono seduto. Lui, nero, quasi del tutto sdentato, lei che sembra la sorella gemella di Vanessa Redgrave (non le assomigliava , d'accordo, ma è per fissare uno straccio di definizione). Cominciano a parlare, e intanto l'uomo estrae dell'erba ed inizia a rollare una canna. Tessono le lodi della città, orgogliosi del loro way-of-life. La cosa più definita l'ha detta comunque lei, la Vanessa attempata, “sono venuta qui per un weekend ventiquattro anni fa (fa una piccola pausa ad arte) e non sono più tornata indietro”.
Amen. L'uomo vestito di bianco, intanto, continuava a dispensare jazz con la grazia di una comare ricamatrice di Battipaglia. Entrambi fanno un uso sapiente della strada.

22/08/10

Gazebo a Letoianni

Da vero feticista dell'oggetto libro, ho trovato simpatico questo breve articolo di Giovanna Zucconi, apparso ieri sull'inserto Tuttolibri de La Stampa (che grazie alle ferie del mio edicolante ho potuto comunque leggere online dal sito: qui .

Cosa mi ha colpito ? La pervicacia di questa donna, Antonella Sgroi, che contro tutto e tutti è riuscita, in un paesino di 2000 anime (che raddoppiano d'estate) Letoianni (ME), a portare il gusto per la lettura a latitudini dove sono altre le culture dominanti.

Il diffondere, già solo con un espediente materiale: portare cioè il libro (alla stregua delle confortanti statistiche lette da qualche parte proprio in questi giorni circa l'incremento delle vendite negli autogrill) lascia propendere per il pensiero che basta portare "il libro" vicino all'utente per scatenarne l'eventuale fantasia di leggerselo.

In altri termini, la storia brevemente raccontata nell'articolo potrebbe benissimo essere, a sua volta, una storia di un romanzo. Alla stregua di altri, più fortunati romanzi, che hanno l'oggetto libro addirittura già nel titolo, penso a Brautigan (la casa dei libri) o all'altro di Paul Collins (Al paese dei libri).

Considerando che tutto ciò accade in Sicilia, da dove le uniche cronache che mi arrivano (intorno ai libri) sono quelle che leggo sul blog di Stefano Amato (che lavora in una canonica libreria di Siracusa), va dato atto a questa donna dell'immenso coraggio e del suo viscerale amore per la diffusione della lettura.

Coraggio.

04/08/10

Grazie Elvira




























So pochissimo di Lei, alludo a note biografiche sbirciate qua e la in giro sulla carta stampata o sul web.
Ma ad una figura cosi, non foss'altro per essere stata, prima in Italia a far pubblicare Bolano, cosa altro devi dire ?
Ringraziarla per la PASSIONE che ha riversato nel suo lavoro, e augurarsi che in questo marasma che è l'editoria italiana oggi, esempi come il suo possano essere ripresi, se non in intensità, in termini di orientamento e disponibilità all'enfatizzazione del Testo, lontano da logiche di mercato e squisitamente di fatturati.

Buon viaggio, Signora Elvira, e grazie, grazie di tutto.

Cosa smuove i commenti ?

Una breve nota veloce

Il web, sostengono in molti, è un’appendice per coloro che amano i libri, la lettura.
Meriterebbe approfondita indagine sociologica l’approccio ai testi che il marketing delle case editrici (qualcuno si è spinto a definirlo “vincitore morale” del recente Strega) spinge come si conviene. Parlo di Acciaio, che non ho letto e dubito di farlo, della Avallone.

Ebbene, limitato al campione degli occasionali lettori (che magari ci arrivano via google digitando le paroline magiche Acciaio e recensione, non necessariamente nell’ordine), su bottegadilettura
qualche mese fa, Antonio La Malfa (che peraltro ha un bellissimo blog nel quale ospita i suoi resoconti di viaggio, che meritano e che invito a leggere), ha pubblicato una recensione, in tempi non sospetti, nella quale sostanzialmente stroncava il testo.

Si sono aggiunti commenti, a riprova del fatto che a dispetto delle altre letture ospitate nel blog bottegadilettura, a tirare o attirare sia stato appunto il gran battage pubblicitario scatenato intorno al testo.

Domenica scorsa, l’autorevole inserto de Il Sole24 ha ospitato una sorta di inchiesta sullo stato dell’editoria “giovanile” in Italia (under 40). Pareri, giudizi dei soliti addetti ai lavori che si sono spesi sulla qualità degli scrittori, e della loro scrittura in questi primi anni zero. La Avallone, giocoforza, era nel novero degli autori citati. Non so se in forza di virtù anagrafiche, ma date un’occhiata ai commenti in calce alla recensione di Antonio: la gran parte di questi concordano si tratti sostanzialmente di un’opera molto sopravvalutata.

Ai posteri l’ardua sentenza.

28/07/10

Procasma, again.

Stavolta l'invito è arrivato insieme al catalogo di una società che vende intimo per corrispondenza.
Cosi, fra una guepiere e un corpetto di pizzo, nero, il cartoncino col logo del Procasma (due serpenti attorcigliati ad un calice, alla stregua del fregio che orna il giuramento di Ippocrate che il mio ex medico cocainomane esibiva nella sala d'aspetto) spicca per il suo colore molto trendy: arancione con viola, per i font new corrier dei caratteri.

Ho indossato abiti bianchi. Jeans, camicia e pullover. Ho lasciato la giacca a casa e atteso che Bisceglie 74 (questo il nome stampigliato sulla portiera) arrivasse sotto casa. A bordo una megera che sembrava appena uscita da una permanente venuta male. Un vistoso tatuaggio sul polso, la riproduzione di un orologio d'antan. “E' la copia di quello di Armstrong, sa ?” mi dice fiera non appena chiusa la portiera. Sulla storia dell'Omega indossato da colui che ha calcato per primo il suolo della luna sono fiorite leggende. Ho sempre propeso per una scherzosa sottrazione, avvenuta nell'abitacolo del Lem ad opera di Buzz Aldrin. Scherzi dettati dalla quota, probabilmente.

Bisceglie 74 mi espelle, come una supposta rifiutata, davanti all'energumeno in livrea che presiede l'ingresso del locale. “Sono felice di rivederla, Mr.Cletus” mi dice con la consueta voce da Audrie Hepburn l'omone. Col passare del tempo la sua silouette va sempre più somigliando alla controfigura dell'omino Michelin, osservo.

Entro nel locale, scendo le tortuose scale che conducono al seminterrato, e dietro drappeggi di tende che sembrano saccheggiati dai saloni di una nave da crociera in disarmo, si apre in tutto il suo fulgore la hall del Procasma.

Steve Bishop mi viene incontro esibendo il suo sorriso, da crociera anch'esso, e avvolto in un doppiopetto bianco con polsini made in Urano. “Cletus, che sorpresa, vieni che ti presento ad un po' di bella gente”.

La bella gente cui allude è composta da Direttori Commerciali di aziende decotte, ex Boiardi di Stato caduti in disgrazia dopo l'avvento di Tremonti, gestori di stabilimenti balneari diventati soci attivi, della Rolex per quanto riguarda gli uomini e della Louis Vuitton per le loro consorti, gommisti senza partita Iva (quelli che ce l'hanno sono usi frequentare altro genere di locale).
Stringo un po' di mani, sorrido nonostante il mal di denti (ho un ponte che mi fa piangere dal dolore, cosi come un calletto che nelle scarpe bianche da jazzista nero, mi ricorda che è tempo che diserto lo studio di una pedicure).

Vieni che stasera facciamo il botto.
Perchè le altre sere no ? Mi viene da dire ma mi trattengo.
Vieni che ti presento l'attrazione della serata: c'è costato un occhio scritturarlo ma tu conosci la nostra ansia di stupire...mi dice calando scientemente una pausa in attesa di un mio cenno d'assenso.

Mi presenta ad un giovane, avrà trent'anni, camicia bianca senza cravatta, abito grigio decente.
Mirco Tomasetti, dice stringendomi la mano.
Avverto con fastidio il sudaticcio che mi rimane sul palmo. Cerco nelle tasche un kleenex e mi riprometto, appena posso, di raggiungere la toilette per lavarmi.
Il ragazzo non dice niente. Si limita a sorridere, indifferentemente, a me e a Steve, mentre agita un calice con della roba bollicinata. Arrivano, come a togliere l'imbarazzo, le donne del Procasma, con la loro festosa euforia (evidentemente hanno alle spalle diversi pitstop nei pressi del bar). C'è Odilia Prandizzi in un tubino nero, solo qualche taglia più in la, come quello della Hepburn recentemente assurto al vertice della mise più elegante di sempre nella storia del cinema, e avvolta in un giro di perle (fa niente qui se vere o d'allevamento) il collo più lungo della Tuscolana, la signora Furia Tromberry. Sorridono e spargono all-around la loro allegria, con risatine che rimandano al suono, giocoso, dell'acqua di qualche fontana zen.
Nell'aria insieme a brani di grandi orchestre americane, si alternano jingle di pubblicità d'annata. Distinguo quelle dell'Aperol (Streetlife) e il martellante ritornello dello spot di uno yougurt (Jakult, in esperanto), che contribuiscono, se possibile, a rendere effervescente il tutto.
C'e' un senso d'attesa, dissimulato da flute, gusci di pistacchi lasciati sui divani, ed effluvi di Chanel. Gli ospiti arrivano a gruppi, come le bollette nella mia cassetta della posta. Steve si affretta a dare il benvenuto a tutti, a prescindere dall'entità dei rispettivi modelli Unico.

Mentre prendo posto in una poltrona, sovrastata da una tenda che non incontra un Dixan da tempo, mi prende un senso di spaesamento. Che ci faccio qui ? Sono depresso, d'accordo, ma possibile che annetta più capacità taumaturgiche al Procasma che allo Xanax ?

Scaccio l'interrogativo concentrandomi sul palco. Una sfavillante Furia Tromberry impugna il microfono facendo tacere con un gesto perentorio la musica di sottofondo. Dopo i convenevoli con la sua voce per nulla stentorea, passa a presentare l'attrazione della serata. “Signori, Mirco Tomasetti, direttamente dai laboratori del Cern...” dice ridendo e sollevando gli applausi del pubblico, vagamente sollecitati anche da apposita scritta che campeggia su un display posizionato in alto, sul palco.

Mirco entra e con un inchino prende il microfono. Comincia.
Quanti di voi hanno in tasca un telefonino ? Un navigatore satellitare, un Ipad ?
Silenzio, il pubblico si guarda interrogativo (dove vuole arrivare costui ? A pregarci di spegnerlo come in un multisala ?).
Non vi affrettate a rispondere, prego. Non è importante ce l'abbiate qui. Chiedevo per sapere quanti di voi conoscono l'esatto motivo per il quale da un involucro innocente, che generalmente entra in una tasca (Ipad a parte) ci si possa connettere a qualcun altro, che di sicuro non ci è prossimo, che probabilmente sta altrove. Eppure, la sua voce, esce più o meno distintamente da quest'arnese infernale che ormai un po' tutti possediamo. Ce l'abbiamo in tasca, potremmo dire, no ?
Il pubblico annuisce, in silenzio.
Bene. Vi siete mai chiesti in forza di cosa questo succede ? Intendo, fisicamente, vi siete mai chiesti da dove passa la voce del vostro interlocutore ? Sottoterra ? In linea retta ? Piove dall'alto rimbalzata da chissà quale satellite ? Dove sta ? La possiamo vedere una voce ?
Il pubblico, nonostante l'ora e i drink o forse sopratutto in forza di quest'ultimi, si perpligge.
Nell'aria, signori. Nell'aria.
Mentre andiamo in auto al lavoro, mentre passeggiamo al parco, mentre stiamo scegliendo la marca di yougurt migliore dagli scaffali di un supermercato, noi, tutti, indistintamente, ci viaggiamo dentro, siamo in mezzo ad un flusso di dati, siamo circondati, anche adesso, anche qui, in questa sala, l'aria è carica di dati.
La gente comincia a guardarsi intorno, illudendosi di percepirla, distinguerla nell'alone di effluvi di Chanel che impregna l'aria.
Nell'aria, signori, nell'aria.
L'aria è cambiata, no, non in senso metaforico. Probabile che al tempo di Ulisse fosse molto diversa da quella attuale. Allora non era ancora stata inventata la telefonia mobile. E' da meno di un secolo che l'aria è cambiata. Oggi è diventata il veicolo di tonnellate di informazioni, di dati. Si può dire che camminiamo, fisicamente in tutto lo scibile umano, in versione aerosol.
Pensate che tutto questo è impossibile ? Chiedetelo ad un bambino, molto facile che sia disposto ad accettarlo molto prima di chiunque di voi. Sbattiamo contro la Divina Commedia (commentata dal Sapegno o da chiunque altro), ci transitiamo dentro senza accorgercene. Siamo attraversati da annate del corriere della sera, archivi interi, dichiarazioni dei redditi dei nostri nonni, opere d'arte, quadri, canzoni, recensioni argute e foto della vostra infanzia mentre fate ciao ciao con la manina, davanti all'immancabile paletta e secchiello le prime volte che vi portavano al mare, posto che l'abbiate custodite in qualche social network, e che all'epoca avevate un parente dotato di macchina fotografica. Oggi spediamo lo scatto del primo dentino di nostro figlio pochi minuti dopo lo legge quel nostro zio emigrato in Canada, e che sentiamo per Natale per gli auguri. Dove passa la foto del vostro pargoletto ? Sotto il mare ? Magia ? Trasmissione del pensiero ? No, signori, tutto questo è nell'aria. Nell'aria.
La sala è muta, come davanti allo svelamento del terzo mistero di Fatima, qualcuno allenta il nodo della cravatta, in evidente disagio.
Non ci avete mai pensato, vero ?
Tutto questo, si, tutto questo è reso possibile dalla tecnologia. E dall'aria.
Bene, fin qui ci siamo. In fondo sono cose che oramai fanno parte del nostro quotidiano.

Osservo la mimica di Mirco. Non tradisce emozione, mette si enfasi ma lo fa in modo consapevole, quasi trattenuto. Di sicuro trasmette sicurezza. Anche questa nell'aria, certo.

Ora io sono malato. Avete capito bene. Sono malato. Ho una patologia rara, ma non è una sfiga. O almeno...diciamo che mi da di che vivere piuttosto. Sono uno Sniffer. Avete capito ? Uno Sniffer.
Sapete cos'è ? E' il futuro, signori.

Potete interrogarmi, qui, ora, sull'intera Costituzione Americana, e su quella Italiana. Potrei citarvi a memoria ogni articolo di legge del codice ellenico, i titoli custoditi nella biblioteca d'Alessandria (prima dell'incendio), recitarvi le formazioni di tutte le squadre di calcio del mondo, snocciolarvi i marcatori, i minuti nei quali hanno segnato, i punti realizzati nei vari campionati di calcio della terra da ogni singola compagine, finanche alle categorie cadette.

Perchè potrei fare tutto questo ? Semplice, sono uno sniffer. Mi hanno impiantato nel cervello dei chip che sono in grado di trasformarmi in un google portatile. Ho la capacità di captare dall'aria, da questa semplice aria che ci avvolge tutti, info altrimenti delegate ad essere fruite da appositi hardware costruiti allo scopo. Io non ne ho bisogno sono umano, vedete, mangio, dormo, rido, faccio l'amore (oddio...ad intervalli bizzarri, è vero, ma lo faccio), sono come tutti voi, ma ho questa attitudine in più.

Domande ?

Dal pubblico ormai tramortito dalla velocità dell'eloquio solo bisbiglii. Si alza una mano, timidamente. Furia gli porge il microfono. Sono un magistrato, dice, possibile che nessun centro investigativo l'abbia ancora scritturata ?
Sono a libro paga di diversi servizi di security. Prevengo, in altre parole, qualcosa come Minority Report, ha presente ? Non ho doti di calcolo sofisticati al punto da prevenire un crimine, come faceva il protagonista del film, ma sono un valido supporto per le agenzie investigative di mezza europa. Posso agevolmente attingere ai dati relativi ad una persona, di Steve Bishop come di quel signore la, vestito di bianco che se ne sta in disparte su quella poltrona, e mi indica.
Mi sento osservato e dentro di me prego che mi ignori.
Altre domande ?
Si, quanto costa farsi impiantare quel chip ? Chiede un uomo sulla sessantina, circondato da escort che sembrano uscite dalla copertina di Playboy, posto che venga ancora editato.
Al momento è ancora sperimentale, Sir, io mi sono offerto volontario, rispondendo ad un anonimo annuncio su un sito di ricerca del personale, per una non meglio precisata mansione scientifica.
E' stato doloroso ? Chiede una signora sulla cinquantina
Affatto, il tutto avviene sotto anestesia.
Potrebbe recitarci dei versi ? Montale per esempio ?
Quale poesia vorrebbe, signora ? Dice col tono di un cameriere che ti chiede il grado di cottura di un filetto.
Meriggiare pallido e assorto, ad esempio...dice la signora sulla cinquantina.
Mirco attacca dopo qualche nano secondo:
è tratta da Ossi di seppia e scritta intorno al 1916,
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Continuo ?
Appplausi del pubblico che evidentemente non trova nulla di meglio da fare.
Mirco va avanti ancora un po', divertendosi a fare il google della situazione.
Gli chiedono, nell'ordine il PIL di diverse nazioni africane, l'ordine di arrivo dell'edizione della Millemiglia del 1956, la filmografia di Krzysztof Kieślowski, i nomi degli ultimi 10 presidenti americani, l'elenco dei taxi del 3570, le specie volatili a rischio.
Qualcuno, travisando, tenta di ottenere brevi manu una prenotazione istantanea per un gettonato beautycenter nei dintorni di Bagno Vignoni, chi per un volo di solo andata con Lufthansa per le isole Svalbard, e un albergo a Longyearbyen.

L'atmosfera è quella che doveva esserci davanti ad un carro da dove si esibiva un guaritore, come quelli immortalati in qualche pellicola western, magari girata nei dintorni di Frascati.

Sale sul palco Bishop, a raccogliere la meritata dose di applausi, dalle casse generose del locale, parte un brano della colonna sonora di Bladerunner, di Vangelis. Mirco si spertica in inchini, è stanco.

La gente si alza, si accalca ai banchi dei bar, dove dei camerieri ossigenati servono altri flut con bollicine, si ride, si scherza. Qualcuno continua a guardare, insistentemente, nell'aria, girando intorno lo sguardo come a voler trovare il trucco.

Mi alzo, mi faccio largo fra la folla, raggiungo i camerini. Vedo Mirco e Steve Bishop entrare furtivamente nell'ultimo di un lungo corridoio. Con una certa fatica passo attraverso gente ingioiellata che continua a dirsi stupita per quanto ha appena vissuto. Entro nel camerino. Mirco è a torso nudo, si sta spogliando immagino, gli tolgono dalla schiena, provocando leggeri gridolini allo strappo, una consolle piatta, e cavetti vari.
Bishop mi osserva smarrito, come potrebbe un bimbo beccato con la dita nella marmellata da una mamma solerte, e distratta. Abbozza un sorriso, come a cercare complicità. Come a cercare di ottenere, forte solo della benevolenza, omertà a buon mercato.

Esco, facendo la strada al contrario, piuttosto nauseato.
Siamo alle solite, penso, problemi di budget e un concetto allegro di abuso della credulità popolare.
Questo è il Procasma, penso.

A bordo di Minnesota 34, l'autista, un cingalese sulla trentina, mi snocciola tutto il tempo l'intera filmografia di Sam Peckinpah, magnificandomi i suoi rallenti, e il record di inquadrature del suo Mucchio Selvaggio.

A casa, ho solo voglia di una doccia, e di mettermi a letto con l'ultima copia di Elettronica Oggi.

26/07/10

Love parade

Love parade
19 morti. Un tunnel. Il panico. La ressa. La calca. Il concerto che prosegue, ignaro, della morte passata a due passi a falciare giovani vite.
C'è tutto un mondo, in quell'incrocio di vita e di morte. Di festa e di lutto incredulo e inconsapevole per la moltitudine che continua a ballare. La Germania perfetta e organizzatrice, altro luogo comune da demolire. La responsabilità di chi, ignaro dei comportamenti delle masse, decide un'unica via di accesso, un tunnel che simbolicamente rimanda ad un lungo utero, al di fuori del quale c'e' la terra promessa, la festa, i decibel, le danze, la felicità pret-a-porter, difficile da procurarsi altrove, forse perchè nessuno gliel'ha insegnato, a cercarla.

19/07/10

Evergreen for 54

Oggi cade (senza ferirsi, si spera) il 54° compleanno di Cletus.
Come un qualsiasi vecchio crooner, acciaccato dall'incedere del tempo, ma ancora indomito innanzi all'attrazione del bello, ripesco dall'archivio sconfinato questo pezzo sul quale si sono consumate (ma nemmeno tantissimo) molte estate fa, le guance su quelle di leggiadre fanciulle...