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24/11/10

Inception


Cosa c’è da dire su Inception ?

Niente. Andate a vederlo. Anche senza aver calato prima lsd.
Un gioco. Mind game, ecco. E infondo, l’avverarsi (per la sola durata della pellicola) di un miraggio, quello della condivisione dei sogni.

Quante volte, quante volte, al risveglio o anche durante il giorno, al semplice sopravvenire di qualche dettaglio che funzioni da ancoraggio, ci vengono a galla, inaspettati, spezzoni di sogni, che prim’ancora che percepiti con metodica fedeltà ci rimandano il loro inconfondibile sapore.

Personalmente sono attratto dallo stato di semi veglia, in genere post prandiale, durante il quale, va a capire perché, il cervello riannoda in automatico i fili del sogno interrotto la notte prima, consentendo, come fosse un consumato sceneggiatore, di riprenderne la trama.

Il film, se si elude questo passaggio condiviso, risulta altrimenti incomprensibile. Mentre invece ti incolla alla poltrona, prendendosi gioco di unità di misura come il tempo, le distanze, le assonometrie.

L’idea è carina, ma volendo astenersi da qualsiasi spoiler, posso solo suggerire di andare a vederlo con un briciolo di sospensione dell’incredulità. E’ una favola, ben raccontata, ritmo, e se in condizioni di media sobrietà, ha anche il pregio di risultare mediamente comprensibile a chiunque.

Male che va, in una delle prossime serate grigie, e umide, e fredde, tappati in casa, il fuoco nel camino, del Calvados in un bicchiere largo da brandy, sprofondati su una poltrona, si presta ad esser rivisto, con la debita concentrazione (visto in un multisala che di suo, sembrava disegnato dall’architetto che ha curato le scene).

Bello.

19/11/10

Stanno tutti bene

De Niro ha una maschera che ti perfora. Tratto da un romanzo, qualcuno sostiene invece sia il remake di un omonimo film di Tornatore, stasera ho visto Stanno tutti bene.
Se non fosse per l’immancabile bella canzone nel finale (di Paul McCartney), mentre scorrono i titoli di coda, ho notato che lo sparuto pubblico che assisteva alla proiezione, contrariamente a quanto accade di solito, ha indugiato un bel po’ prima di spostare le chiappe dalla poltrona. (Fuori pioveva svogliatamente).

Stanno tutti bene, è un film ben montato, agile, che ti prende toccando inevitabilmente il rapporto che bene o male ognuno di noi ha avuto (o non ha avuto) col proprio padre.
E’ un ontheroad atipico. Dove a muoversi, dopo la morte della consorte, è un anziano padre in pensione, in vena di “sorprese” per i propri quattro figli (che tema, la vecchiaia, l’incedere degli anni, l’avvicinarsi della morte, da Estwood di Gran Torino, al Nicholson di A proposito di Smitdt, sarà che la popolazione invecchia e con essa anche questi grandi mostri sacri sui quali sembrano attagliarsi questi soggetti).

E’ Americano, si. Ma non si fa fatica a ravvisarne le dinamiche anche nella nostra (tutta speciale) famiglia italiana. Ci sono i cavi del telefono. C’è il caucciù col quale li ha ricoperti “per chilometri e chilometri” durante l’attività lavorativa, questo anziano padre di colpo, alla morte della moglie, in pensione, ansioso di darsi un ruolo a partire dal rapporto con i figli. Questi cavi portano le voci, e sono le considerazioni del protagonista, durante i suoi lunghi viaggi in treno a indurre gli ignari passeggeri a condividere insieme a lui i ricordi…(a tratti mi ha ricordato una poesia di Carver, quella su una cabina telefonica, c’e’ una donna che lui osserva, dalla sua mimica cerca di interpretare la qualità delle notizie che ha appena ricevuto, c’è l’indifferenza del mezzo, capace di trasportare, insieme, notizie belle insieme a quelle meno.

Bello, a tratti commovente, e magistralmente interpretato da un De Niro ispirato come poche altre volte. A dispetto degli anni, la capacità di rendere la solitudine e la stoica commozione davanti al risultato dei suoi sforzi, e l’ossessione della stessa domanda, rivolta a tutti i figli “sei felice ?”.

Andatelo a vedere.

22/10/08

Vicky Cristina Barcelona

Appena finito di scrivere queste righe, mi metterò sul web, buono buono, alla caccia delle recensioni più argute di quest’ultimo lavoro di Allen Woody.

Prima però, con gli strumenti di cui dispongo (pochi) cerco di darne qui un’interpretazione la meno corretta possibile.

Il film, si è tentati di credere (dopo averlo visto) sia stato girato da Almodovar. D’accordo, la trasgressione è soft, la fotografia è decisamente migliore (in questo caso) e i dialoghi un tre per cento più involuti.
Non banalizzo, il sostegno al film è una voce fuori campo. Numerosi Soloni delle scuole di sceneggiatura implorano di contenere il ricorso a questo stratagemma condannandolo al sinonimo di una poca robustezza della narrazione. Se c’è bisogno di questo, in altri termini, sembrano dirci, si prende lo spettatore per un cerebroleso, si pecca di ridondanza e tutto sommato si toglie suspance al film.

I dialoghi, invece, sono il punto di forza del film. Che alla fine piace. Risulta gradevole proprio per la assoluta mancanza di “morali”. O meglio, se proprio si volesse leggerne una potrebbe essere, parlando d’amore (sentimento quanto mai scivoloso) “ognuno fa come gli pare”.

Allen accosta, con la capacità che gli è propria (quasi al limite del cronista) le varie forme nelle quali si spendono i rapporti (fra uomo e donna e fra donna e donna). Deve averci messo tutta la grazia di cui dispone perché, come detto, il film risulta leggero, ben scandito sui ritmi (leggermente più lenta la seconda parte) e sorretto da una fotografia impeccabile.

E’ l’amore che, sembra dirci Allen, ha pari dignità a prescindere dalle sfumature che prende. Una coppia artistoide dominata da un vincolo tossico, sottogenere della passione accecante. Il conformismo di due coppie speculari, una giovane l’altra in zona pensione, entrambe alla frutta.
Si salva l’indoddisfatta Scarlett. Si salva perché pur ripetendo ossessivamente a chiunque gli ponga la domanda, “non so cosa voglio, ma so benissimo cosa NON voglio”,
in questo buio inverno dei sentimenti, uscendo dalla sala, questa appare come l’unica cosa certa.
Il resto è mestiere.