07/12/13

Morire a Roma, oggi.















Diciamolo subito. E’ un business.
Intorno a questa “tappa” della vita, sembra che l’epoca moderna non si sia evoluta come sarebbe lecito attendersi. Oppure no, ne è uno specchio fedele. Una pratica (dalla quale succhiano soldi diverse figure) e che va subito archiviata, divenuta merce consumata (leggi: incassato il dovuto, anche per quest’ultima incombenza) e subito da dimenticare per far posto ad un altro.
E’ sicuro: si nasce e (prima o poi) si muore.

Questa fase della vita dovrebbe e dico dovrebbe essere trattata con una grazia maggiore. Per un mix di compassione nei confronti di chi ci ha lasciato, e nei confronti di coloro, a lui cari, che gli sono sopravvissuti.
La delicatezza totalmente scomparsa. L’approccio alla faccenda è quello di una fredda pratica burocratica. Automatismi, logori, e privi di qualsiasi sensibilità. Eppure non ci vorrebbe poi molto.

Un mio amico fraterno se ne è andato. Tralascio qui ogni considerazione personale. Ma attraverso l’esperienza diretta che ho potuto vivere in questo frangente sono giunto alle seguenti conclusioni.
Il Policlinico Gemelli (a maggior ragione si fregia dell’aggettivo Cattolico) ha una sala mortuaria (pomposamente definita camera ardente) da far letteralmente schifo. Camerette buie, un che di sporco, colori inesistenti, prive di alcun decoro (attenzione non parlo di carte da parati e tendaggi in stile Liberty) ma parlo proprio di tinteggiatura delle pareti, gradevolezza degli ambienti nei quali i parenti e amici porgono l’estremo saluti ai propri cari. Lo squallore. Non ho altre parole.

Ma non è un caso, i luoghi tradiscono anche da come sono attrezzati (organizzati) quello che è la considerazione nella quale sono tenuti. E’ assodato che un luogo simile, ai margini di un grande ospedale, sia piuttosto “trafficato”. Pacifico. Quello che traspare, dietro questa assoluta mancanza non dico di gusto ma di attenzione, è il ritenere il luogo come una mera discarica. Anche delle emozioni.

Eppure, la morte, in chi continua a vivere, può essere foriera di un grande momento di riconsiderazione.
Per proprietà transitiva, dal modo col quale rendo confortevole il momento ai parenti dei defunti, può attendersi una rivalutazione delle rispettive esistenze. Siamo, quanto a cività dimostrata in questo caso, a latitudini nemmeno tribali, dove voglio credere il momento della morte sia trattato con maggiore, ancestrale rispetto.

Qui è il territorio del disprezzo, della noncuranza, della sciatteria. Basta, sei finito, sei morto, che cazzo vuoi pure una stanzetta illuminata? Personale appena appena cortese e non dico partecipe (come le prefiche) ma almeno meno incarognito in un cinismo esibito che ne tradisce la miseria, l’attitudine alla miseria interiore incapace di considerare pure un momento come questo, anche solo in misura percentuale, come proprio, nel senso di appartenenza ad un genere umano, ad un contesto sociale, e sicuramente (qui, nessun dubbio) destinato anch'esso a sicura fine, foss’anche posticipata.

Quindi vergogna doppia. Un policlinico che si dice Cattolico e che proprio nel modo col quale tratta la morte (mica una roba da poco: c’e’ tutta una letteratura, chiamiamola cosi, che si incarica di trattare la faccenda, per evidenti intenti promissori: il paradiso, la resurrezione dei morti ed altre categorie che tanto hanno dato da scrivere ad illustri esponenti dell’omonima Chiesa).

Veniamo all’aspetto laico. Quanto a sciatteria non è da meno (da qui la sconsolata constatazione di quanto sopra: siamo proprio una società che la snobba la morte, su varie scale di ineleganza, sfumature).
Qui, l’avvento della crisi, ha portato addirittura degli attenti studiosi del costume a stilare statistiche circa il dilagare della pratica della cremazione (leggi: assenza di fondi necessari ad acquistare un loculo). Dalla freddezza statistica di un annuario Istat, e dal conseguente articolo di costume del giornalista di turno, si passa ad un contatto col reale.

Il boom (che buffo chiamarlo cosi, trattandosi di un momento di totale silenzio) delle cremazioni ha fatto si che ci sia anche una lista d’attesa. Cimitero di Prima Porta. Un’area adibita a questa operazione. I parenti assistono al trasbordo della bara dal carro (nel nostro caso: un furgone dell’AMA) ad una sorta di barella davanti ad un cancello che si apre con una frequenza importante (solo mentre sono rimasto lì oggi, in tutto un paio d’ore, saranno arrivate almeno una decina di salme).

L’operazione si presta anche a momenti involontariamente comici. Parenti che si assembrano intorno alla bara, nel momento dell’ultimo saluto prima dell’immagazzinamento (in genere la cremazione, c’e’ una lista d’attesa, avviene dopo una decina di giorni circa…) sovrapponendosi ai parenti di un’altra salma. Un ingorgo funerario, dove ci scommetto, alla fine qualcuno piange qualcun altro (e qui si riverbera il concetto che la morte di un qualsiasi uomo è affare che ci riguarda tutti). Ma è tutto per via indotta, sciatteria, freddezza burocratica, poco più di un fastidio.

Gli operatori, “gente rotta a tutte le emozioni” chissà, devono aver sviluppato un senso del cinismo proprio per sopravvire in un ambiente come quello, come autodifesa intendo, volendo incedere ad una logica assolutoria viziata dal politically correct. Ma è indubbio che sentir sollecitare una giovane donna in divisa "verde-ama" i proprio colleghi con un poco poetico “aho, sbrigamose c’ho tutti i forni vòti” è espressione sicuramente non dico di un mancato corso di perfezionamento ad Oxford, ma proprio dei fondamentali del rispetto altrui, svelando senza troppi infingimenti e in barba ad ogni considerazione poco poco offensiva circa il presunto strato sociale, degli individui poco o per nulla educati e pertanto lecito pensare siano stati messi lì (chissà le pressioni, in fondo è uno stipendio sicuro, un “posto fisso”) senza star troppo a formarli su una categoria come il “tatto”, elemento ritengo più che distintivo in chi si deve relazionare con un’operazione che smuove una cosa come i sentimenti, la fine della vita.

Quindi, zero totale anche qui.
Con il che si ripete. Non si cercano maggiordomi diplomati alla gran corte. Ma almeno persone, individui, cui andrebbe insegnato che anche dalla civiltà con la quale si tratta la Morte, ne discende una cosa che chiamano qualità della vita. E quella piccola differenza, che nei secoli, è stata coltivata per arrivare a distinguerci dalle bestie (le quali, ne sono certo, quanto ad emozioni, gli etologi moderni stanno scoprendo che ne avrebbero da insegnarci).


PS. Unico, piccolo, segno di attenzione, la presenza di uno spazio realizzato nei pressi del forno crematorio, inevitabilmente nominato “Il giardino dei ricordi”, circondato da piante, qualche basso muretto che funziona da panca, davanti ad una splendida visuale di una vallata non edificata,  e da una zona nella quale consentire ai parenti di raccogliersi e di disperdere le ceneri dei propri defunti. Ma di questo mi occuperò in un altro post.

risorse:
Truffe ai danni dei parenti dei defunti: http://www.corriereromano.it/roma-notizie/1883/informazioni.php
Giiustificazioni dei vertici AMA circa i ritardi: http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/prima_porta_lo_scandalo_delle_sepolture_ama_tutta_colpa_delle_agenzie_aspettano_giorni_per_presentare_richieste/notizie/243969.shtml
Il giardino dei ricordi: http://paesaggiocritico.com/2013/03/06/il-giardino-dei-ricordi-al-cimitero-flaminio-prima-porta-roma/ricordi-3/



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