26/02/11

Perchè non ballate ?

from tv ALJAZEERA








Ha concluso il suo discorso esortando la folla: "Andate a ballare !"

24/02/11

Il ruolo del web in nord Africa

disordini in Libia









Due pensieri veloci su cosa sta succedendo al di la del mare

Sono giorni che ci arrivano notizie, lascerei da parte qui volutamente gli aggettivi, intorno a quello che sta avvenendo dall’altra sponda del Mediterraneo.

Siamo assorti nei nostri, rispettivi, quotidiani. Queste storie ci arrivano e ci svelano l’incapacità di incasellarle come il nostro automatismo ci ha abituato a fare davanti, che so, ad una sciagura (tsunami, terremoto, conflitto) che arriva da un altro capo del mondo.

Stavolta lo spettacolo ce l’abbiamo sotto i piedi. A due passi da noi.
E’ già successo, è vero. Ai confini terrestri. Quindi saremmo in un certo senso allenati avendo assistito a quanto e’ successo, giusto pochi anni fa, nella ex Jugoslavia.

Eppure, mai come questa volta lo scenario ci impone di prendere atto che si tratta di una cosa diversa. La dove ad accendere la rivolta e la violenza sono state le odiose motivazioni etniche, qui assistiamo ad una sollevazione dettata dalla necessità di porre fine a regimi fortemente caratterizzati da personalismi. Le figure cadute erano al potere da decenni. Non sappiamo quanto l’insofferenza sia cresciuta in tutto questo tempo. Di certo ad accendere la scintilla stavolta è stato un insieme di motivi, fra i quali voglio mettere (da inguaribile ottimista quale sono) anche la potenza, il ruolo giocato dal web.

Dove la censura ha potuto edulcolorare scenari idilliaci, intrisi di aspetti messianici, la rete ha fatto piazza pulita di qualsiasi ostacolo, contribuendo, quasi in modo virale, alla diffusione delle informazioni. Cosi un cittadino libico ha potuto apprendere di quanto accaduto a due passi da lui, in Egitto, giusto poche settimane fa, e ancora, fare cassa di risonanza per renderlo edotto di tutto ciò che accadeva, e accadde, nell’area.

Ecco, la nostra indifferenza si scontra o non considera appieno ancora la potenzialità di questa grande invenzione, capace, quasi da sola, di regalare, col fatto stesso di informare (lasciamo perdere qui il derivato dei commenti, atteniamoci alla fornitura dei fatti) di aprire, la dove sembrava impossibile, elementi di conoscenza, di consapevolezza.

Condivisione. E’ questa la parola chiave. Condivisione in luogo di un’elargizione monodiretta, ridicola (ma nonostante ciò, mortifera ugualmente) riedizione del già visto minculpop. Condivisione che scardina regimi, assetti sociali improntati ad un antistorico e inattuale accentramento di potere (in questo caso di controllo dell’informazione). Depurata da tutte le tare, e i rischi di imprecisione, dovute alla proliferazione incontrollata di notizie, lo storytelling stavolta è l’arma di cui si riappropriano categorie desuete come le masse, che saranno ancora care alle vecchie scuole di sociologia, ma che si rivelano drammaticamente inadeguate a concepire il presente.

10/02/11

Shining in Appennino

scena tratta da Shining, dialogo fra Nicholson e il barman immaginario







Oggi mi ha telefonato un amico. Un amico che sento ogni tanto, sempre con grande piacere perché ha un senso dell’umorismo che mi è prossimo.
L’amico mi ha raccontato di una sua gita in bicicletta su una vetta (non me ne vorrà: non ne ricordo il nome) comunque definita come una delle più impervie a memoria di ciclista (è stata tappa, m’ha detto, di numerose edizioni del giro d’Italia).
Non indago qui il livello di preparazione alle corse in bicicletta del mio amico. Mi basta sapere che è uno competente quanto basta per poterla definire “Piuttosto ardua”.

Raccontandomi di questa salita, confortata dall’allegra temperatura intorno ai meno tre gradi, si è soffermato sull’incontro con il gestore di un bar (che definire poco frequentato è eufemismo che rasenta il british), circondato veramente da quattro-case-quattro, posizionate sulla vetta.

La descrizione che me ne ha fatto, considerando il livello di convivialità che può nutrire una persona collocata lì con quella opportunità di contatti, è stata piuttosto precisa. Al punto che ho potuto immaginarmelo. Omone, occhi che ti guardano seri mentre spara battute condite di cinismo senza cercare compiacenza, ne nella mimica ne nello sguardo che anzi, come detto, incuteva un che di timore. Il dialogo è stato surreale quanto basta. Il tipo si è attardato a descrivere le caratteristiche dei pochi altri avventuratisi fin lì in bici (ovviamente non professionisti ma amabilmente definibili "della domenica" anche se commettono questi errori di feriale). Salvo sentenziare…”...in natura tutto torna…sai quanti ne sono dovuto andare a riprendere, spompati, da raccogliere col cucchiaino…fortuna che la zona è piena di lupi, tutto torna…è un ciclo”, si, a pedali ! avrei aggiunto…ma mi sarei trattenuto non volendo dare a costui l’impressione, nemmeno lontana, di una sfida al suo senso dell’umorismo un po’ noir.

Comunque il dialogo è andato avanti su questi registri ancora per un po’ dopo di che i due si sono salutati. Non senza che il barista gli abbia sibilato l’ultima, sinistra, profezia…”Ma dove va ? A quest’ora trova tutto ghiacciato mica ce la farà a scendere…”.

Ecco, come se questo amico inconsapevolmente avesse acceso un interruttore, subito ho avuta la visione di un altro, celebre, barista. Quello col quale Jack Nicholson colloquiava amabilmente in Shining, frutto vattelapesca se delle sue visioni sostenute da robuste dosi di alcool, ma mi pare di ricordare, avendo avuto cura di leggere anche il testo (di Stephen King, il cottimista dell’horror) che non fosse un’invenzione del buon Kubric buon’anima.

Ho talmente amato questo tipo di situazioni da averle forzosamente inserite in qualche puntata del Procasma. Dove il topos del dialogo col barista si ammanta di complicità, dettata dalla consapevolezza che entrambi, avventore e barista, non abbiano posto in essere il loro rapporto intorno all’assunzione di tisane ecologiche ma sostanzialmente di bevande a base alcolica, con tutte le conseguenze del caso.

Quel’atmosfera torbida e complice quanto basta, dettata, quasi per stridore, dall’osservanza di una rigida etichetta (la prassi vuole che il barman sia in uniforme da barman, in genere giacche rosse sgargianti sopra camicie rigorosamente bianche e l’immancabile farfallino nero che sigla, e connota, l’addetto alla somministrazione di drink come uno che sa fottutamente il fatto suo).

Nulla mi vieta di pensare, che in occasione di una prossima visita, l’uomo avendo appreso (hanno una memoria formidabile i barman professionisti) ormai le abitudini del mio amico non lo lasci nemmeno parlare (non tanto per mancanza di fiato da parte di quest’ultimo a causa dell’impervia salita) e lo ammicchi, appena entrato, con il più consumato dei sorrisi….”il solito, Dottò ?”

06/02/11

L'Eco della battuta (o la battuta di Eco ?)

il profeta








Con il dovuto risalto che si deve a tutto ciò che esce dalla bocca di questo faro di cultura, i giornali hanno riportato la battuta che ha profferito ieri davanti ad una folta platea.
Il nostro tentava di ironizzare sulla similitudine del nostro premier con il presidente egiziano, sottolineando che in comune avessero non soltanto la “nipote” (la famosa Ruby al centro dell’ultima campagna di fango mediatico) ma anche la riluttanza a concedere le dimissioni.

Presa a sé, non fa neanche ridere. Vale però la pena di ricordare, a chi ha cattiva memoria, che costui aveva minacciato di abbandonare l’italico suolo qualora, all’indomani dell’ultima tornata elettorale (quella del 2008) sarebbe uscito sconfitto.

Ora, lecito ognuno professi ciò in cui più crede, ma sottolinerei il tic di questo ceto intellettuale radical chic di sinistra, che non riconosce alcuna validità al suffragio elettorale, ritenendosi (magari non del tutto a torto) superiore ma cimentandosi nello sport nazionale dell’esternazione ad effetto.

Perché però non portano alle estreme conseguenze questo principio ? Perché, pur allignando da anni nell’empireo della cultura italiana, si ritrovano con un popolo di “coglioni tv-diretti” e catatonizzati dalle televisioni commerciali del cavaliere ?

Forse non saremmo messi come siamo se questo ceto, al di là di sentenziare stronzate antidemocratiche, si fosse adoperato a che il livello culturale del paese si potesse immunizzare dal suono suadente delle sirene dell’easy way of life imperante.

Sia.

[continua, sicuramente]

e infatti: è continuata : clicca qui

28/01/11

Hai bisogno di blues ?

la copertina del disco

















Poi, dice, hai bisogno di blues.

E la dose è via via sempre più alta. Per sopportare gli ingorghi, gli insulsi jingle della pubblicità alla radio, per rimanere indenni dal fiume di merda che sta seppellendo gli addetti ai lavori di questo posto. Ecco, come uno di quei momenti nei quali, fra colline di nuvole minacciose, e grondanti pioggia, si fa strada un piccolo squarcio di luce che è in grado di aprirti ad altri, nuovi, orizzonti e ricordarti che esiste il sole.

Il sole, in questi giorni, per me è un cd consigliato (sempre da Piero) di Gregg Allman.
Un'insolita mistura di blues, che al primo ascolto lascia indifferenti ma che si lascia apprezzare mandandolo in loop, dallo stereo della macchina, ogni qual volta ritengo insopportabile l’ordinaria amministrazione (tg, talkshow, chiamate alle armi e pippe culturali).

Gregg Allman è stato uno degli Allman Brother. Sti cazzi, verrebbe da dire. Eppure se vi capitasse ora di riascoltare un brano che si chiama Jessica, e negli anni 70 eravate nel pieno della tempesta ormonale, potreste capire di cosa sto parlando.

La bellezza del disco risiede nella maniera nella quale è inciso, certo: al di là dell’indiscussa attitudine al blues del protagonista. Una chicca, un piccolo gioiellino la cui sonorità, come detto, è in grado di ristorare, e di aprire una piacevole parentesi nel grigiume generalizzato.

Ottimo il brano 6 , Just another rider con chitarre che sembrano sprigionare energia a piene mani.

Uhm….grazie (ancora)a Piero.




Risorse:
qui un paio di recensioni (la prima, la seconda)

25/01/11

Romanzo de che ?

La copertina del libro












Note, confuse, intorno all’epopea di Romanzo Criminale.


Premessa: non l’ho letto. Ho visto di striscio qualche spezzone in tv, subito dimenticata: come direbbe Branduardi “non è il mio te”.
Dati verificati. A mia figlia (16 old) piace. Ha rivisto in streaming, su qualche sito, tutta la serie.
Altri dati, in due importanti librerie di Roma l’omonimo libro è andato esaurito. Altro dato ancora, (si dice, tre dati fanno un indizio…?! O com’era ? Tre indizi fanno una prova ?). Sia come sia, ieri parlavo con Piero. Piero è un mio amico che lavora in una grossa libreria qui di Roma. Mi diceva, piuttosto sorpreso, che il Dvd della serie (in vendita, per gli aficionados intorno ai 20 euri) durante le ultime feste è andato esaurito. Sold out.

Ora, sono piuttosto refrattario alla fascinazione esercitata da queste tematiche. Per un insieme di motivi, tutti leggermente fuzzy. In primo luogo: l’autore, certo De Cataldo è un magistrato, o ex tale. Diciamo che la categoria non è che mi sia particolarmente simpatica, cosi, a pelle. (diciamo anche che accomuno al concetto anche l’altro “caso editoriale” di Bari…Messer Carofiglio).
Trovo che ci sia una sottile perversione di sottofondo: è come se uno si portasse il lavoro a casa.
Estremizzando: “dopo averti condannato, adesso ci faccio anche i soldi sopra”. Non mi pare elegante. Ma ripeto, fin qui, sono ancora nemmeno ad un’analisi articolata. Sensazioni epidermiche.

Piero invece ha acceso una torcia la dove regna il buio (ma fermentano i pensieri) e ha esteso quello che ho solo abbozzato. Quello che non va è la percezione. “Cletus, questi erano dei criminali”.
Eccerto. Mica dame di carità. La violenza, declinata a mille. La percezione, confermata da Piero, è che venga alimentata una sorta di simpatia verso questa congerie, a partire dal titolo al quale forzosamente si vuole annettere una valenza quasi da epopea. Romanzo, pomposamente si chiama. Mica Cronaca. E le parole hanno un peso, nel nostro immaginario, per come vengono recepite.
Già dal titolo, si ammicca. Cosa vuoi dirmi ? Sono io che sto al palo di retaggi catto comunisti ?
Romanzo de che ?

La parte razionale ancora non condanna, almeno non del tutto, l’operazione. Diamo per buono una valenza omeopatica al tutto. L’esposizione alla violenza, chissà, nell’intento dell’autore (che pure è stato, od è, uomo di legge) non può che essere interpretata come l’antidoto a che non si ripetano tali efferatezze. In altre parole, guarda lo so che all’epoca non eri nemmeno nato. Forse non hai strumenti a sufficienza per interpretare correttamente il senso di tutta l’operazione, ma io non voglio farne degli eroi. Vorrei, semmai, farti capire che questi sono modelli da non seguire.
Ecco. Ma non è, almeno stando a Piero, e anche a mia figlia (d’accordo non sono le tavole della legge) la percezione è non già di condanna, semmai di malcelata compiacenza.

Ancora. Sul tema. Ieri sera, lunedì, su Rai Uno hanno mandato in onda un’altra puntata di una serie televisiva (fatta in casa) chiamata Caccia al Re. Scritta come potrei farlo io (con una punta di presunzione: forse anche peggio) anche qui si narra delle gesta di un commissario alla caccia con una potente organizzazione malavitosa della capitale. Sono rimasto sorpreso (chissà, in un impeto di voler dare autenticità al tutto) dal linguaggio. Parlo della cosiddetta “prima serata”, quando è presumibile che fra coloro che bivaccano dinnanzi ad uno schermo, l’età sia piuttosto variegata.
Linguaggio definibile crudo è poco. Scene di violenza, anche piuttosto mal recitate (ma questo è un altro discorso).

Non mi sento un moralista, o forse si. Nel tramonto delle definizioni, in questo alfabeto cacofonico (in questo si, perfetto specchio delle dinamiche sociali al tempo della crisi) queste narrazioni rappresentano il punto focale pericoloso intorno al quale gira l’acquiescenza. Metabolizzare la violenza, posto che questo sia l’intento, non significa esaltarla, anche bene ridonando, intorno ai protagonisti, quell’aurea di contestualizzazione. Al contrario, iconizzarla, fissarla, tornare a riproporcela, dopo che la storia recente si è appena incaricata di metterla in soffitta, col rischio di farne un modello, va a fare leva su istinti non molto ben controllabili. E’ il trionfo, sotteso, dell’ineludibilià, lo vedete cosa hanno fatto ? Mica perché, mica come mai, mica cosa cazzo c’era in giro per il “Paese” in quell’epoca (che già sarebbe a modo suo un tentativo onesto di farne almeno una cronaca). Macchè, scoperchio incautamente il vaso di Pandora, e chi se ne fotte delle conseguenze. Non cauterizzo un bel niente, e tollero che il tutto venga pericolosamente interpretato come un avvallo. Confortato dai fatturati, e dai diritti d’autore.

L’altra domanda allarmante, alla quale non so dare una risposta, è perché ha successo ?
Davvero si tratta del risultato di un abile operazione di marketing mix ? (prima la serie tv su Sky, poi il libro, adesso addirittura gli accendini, trovati guarda caso vicino alla cassa in un bar di via della Magliana).

update: in calce a questo post si è scatenata una discussione (civilissima peraltro) con Davide Malesi (persona che stimo) su Facebook.
Tento di riportarla qui, essendo negato col copia Davide L. Malesi Guarda che il romanzo di De Cataldo (per inciso, secondo me uno dei migliori romanzi italiani di questi anni, una pietra miliare) ha avuto successo molto prima della serie tv. Già sei-sette anni fa aveva un suo nutrito seguito di appassionati, nato da un intenso passaparola: ricordo che lo salutammo entusiasticamente, come - subito dopo "Q", altro momento epifanico - l'avvento di un romanzo italiano che riuscisse ad essere epico, maestoso, avvincente, senza sperimentalismi o intimismi.
martedì alle 8.32 · Mi piaceNon mi piace più.Cletus Alfonsetti Davide, parlo dell'influsso (malefico) della fascinazione che un taglio acritico può generare. Non discuto la qualità della scrittura. Non qui.
martedì alle 8.41 · Mi piaceNon mi piace più.Davide L. Malesi Dovresti però indignarti anche perché Achille, iracondo e violento com'è, spicca sugli altri greci nell'Iliade. E condannare Shakespeare perché ha reso così affascinante Riccardo III, un personaggio spietato e amorale, mettendogli in bocca tutte le battute migliori. Eccetera eccetera.
martedì alle 8.47 · Mi piaceNon mi piace più · 1 personaCaricamento in corso....Cletus Alfonsetti Davide, ribadisco, l'effetto è perverso. Anche facendo salvi gli intenti letterari. Non è sufficiente la violenza "aggratis" nella quale navighiamo ?
martedì alle 9.13 · Mi piaceNon mi piace più.Davide L. Malesi Cletus, puoi segnalarmi casi accertati, verificabili, di persone che hanno scelto di intraprendere professionalmente attività criminali perché suggestionate dal Freddo o dal Libanese? Via, siamo seri.

Ribadisco a mia volta: perché non te la ...prendi anche con Omero e Shakespeare?Mostra tutto
martedì alle 9.19 · Mi piaceNon mi piace più.Cletus Alfonsetti No, Davide, non habet. Mi basta registrare che un autore che professionalmente si sarebbe occupato di reprimere attività criminali (a norma di legge) nel decidere di narrarle abbia assunto un tono compiaciuto, di la dalla cronaca. Punto. Con buona pace di Shakespeare, che al confronto, non scomoderei.
martedì alle 9.21 · Mi piaceNon mi piace più.Davide L. Malesi Un romanzo non è cronaca. Richiede che venga ossequiato il principio di immedesimazione, altrimenti non è un romanzo (cfr. Otto Ludwig, "Il racconto scenico"). Quello che chiami erroneamente "compiacimento" è l'esito che il principio di imm...edesimazione funziona in modo corretto nel romanzo: noi non siamo estranei alle vicende narrate, ma sentiamo partecipazione emotiva.

Ma scomodiamolo, invece, Shakespeare. Perché il principio che asserisci valere per Dandi e per il Freddo non vale per Riccardo III?Mostra tutto
martedì alle 9.31 · Mi piaceNon mi piace più · 1 personaCaricamento in corso....Cletus Alfonsetti Appunto, un romanzo non è una cronaca. Fosse stata quest'ultima avrebbe ottenuto i cosidetti onori. A me pare, in tutta franchezza, un'operazione della quale, visti i tempi, non si sentiva alcun bisogno.
martedì alle 10.34 · Mi piaceNon mi piace più.Davide L. Malesi Cletus, continui a non rispondere alla domanda. Perché il principio che asserisci valere per Dandi e per il Freddo non vale per Riccardo III? Secondo il principio che sostieni, anche Shakespeare avrebbe dovuto astenersi dallo scrivere quel dramma, visto che i suoi tempi erano ben più violenti e travagliati dei nostri.
martedì alle 10.38 · Mi piaceNon mi piace più.Cletus Alfonsetti Per i motivi che ti ho detto. Non ho letto Shakespeare, sto ragionando intorno al fatto che un'opera (anche bene con velleità letterarie) insista su un tema in modo compiacente (o compiaciuto). Mi chiedo quale ne sia l'utilità. Prima ancora che dal punto di vista letterario (dove sia chiaro ogni confine è da abbattere) proprio dal punto della fascinazione che sembra esercitare sui giovani.
martedì alle 10.54 · Mi piaceNon mi piace più.Davide L. Malesi Non devi aver letto Shakespeare per rispondere alla domanda: ti basti sapere che Riccardo III è un personaggio fascinoso, fornito di tutte le battute migliori del suo dramma, e al tempo stesso violento e amorale. Come lo sono sempre i grand...i antieroi letterari, d'altronde. Questo non è compiacimento, termine che insisti a usare erroneamente: serve a coinvolgere chi fruisce dell'opera, affinché egli senta che le azioni dell'antieroe non ci sono estranee, anzi ci appartengono, fanno parte di noi. Non ne siamo estranei.

Tu asserisci che uno scrittore dovrebbe astenersi dallo scrivere un'opera in cui siano presenti queste caratteristiche, come è "Romanzo criminale". Quindi, per estensione, affermi che Shakespeare non avrebbe dovuto scrivere il Riccardo III, né Stevenson "L'isola del tesoro" (dove c'è Long John Silver, altro "cattivo" fascinosissimo che ruba la scena al protagonista). Eccetera eccetera. Se sì, prendo atto che vorresti cancellare un bel pezzo di storia della letteratura per ragioni di censura moralistica. Se no, devi dirmi dove sta la differenza. Perché il principio che asserisci valere per Dandi e per il Freddo non vale per Riccardo III e Long John Silver? O per l'Achille omerico?Mostra tutto
martedì alle 11.06 · Mi piaceNon mi piace più.Cletus Alfonsetti Davide, anch'io, nel mio pezzo, sospetto un intento omeopatico (come lasci intendere tu): parlo di violenza, non nascondendola, affinchè parlandone si possa poi sfuggirne. Perfetto. Cosi come perfetti sono gli oliati meccanismi (sui quali i...mmagino il gran lavorio della critica letteraria) della narrazione. Resta il fatto che il modo di parlarne, indipendentemente dagli intenti dell'autore, leggittima più di un dubbio circa la necessità di esplicitarla ancora. Non credo, e non tranciarla come moralistica, che tutta questa esposizione mediatica (serie TV, romanzi- che comunque qualcuno, come la mia ex- è contenta che i minori leggano piuttosto che stare davanti ad un video) sia NECESSARIA. Avevamo già dato. Ci eravamo lasciati alle spalle le gesta "memorabili" della Banda della Magliana, non sentendone (personalmente) alcuna mancanza. Ora un magistrato ce le ripropone. Una TV satellitare, (ah ma qui Orwell non funziona ?) ne fa una serie di successo. La TV di Stato che si sente leggittima a sfruttare il filone (finchè è caldo) ed io, perdonami, cominicio ad averne abbastanza.
Poi, ognuno si tenga i riferimenti e i modelli cui crede.Mostra tutto
martedì alle 14.11 · Mi piaceNon mi piace più.Davide L. Malesi Quando dico che stai facendo del moralismo, mi riferisco proprio ad asserzioni come:

"Ci eravamo lasciati alle spalle le gesta della Banda della Magliana, non sentendone (personalmente) alcuna mancanza"

in cui passi dal tuo gusto personale, d...ai tuoi bisogni, a un contesto complessivo. Se quel romanzo e quella serie tv hanno successo, si vede che le gesta dei personaggi sono gradite al pubblico. Tu, per quanto ti riguarda, non le apprezzi in quanto violente? Benissimo: puoi non guardare la serie e non leggere il romanzo, o puoi criticarli - come stai facendo - additandoli come violenti. Sta di fatto che la violenza è un ingrediente di base della drammaturgia dai tempi di Omero, e che la gran parte della narrativa è impostata sulla narrazione di conflitti violenti. Sinceramente, spero che "Romanzo criminale" stia a indicare una svolta nel modo di fare fiction tv in Italia, iniziando a lasciarci alle spalle i buoni sentimenti, la carità cristiana e tutte queste stronzate per mostrarci un'Italia laida, avida, piena di gente di merda, di arraffoni e cafoni e puttane, di imprenditori ladri, sbirri corrotti, politici mafiosi, quale in effetti è. Quanto dovremo aspettare ancora per vedere serie tv davvero crude, feroci, amare, prive di speranza o di pietà come "The Shield" o "The Wire"? A ben pensarci, "Romanzo criminale" è ancora poco, troppo poco. Bisogna andare oltre. Spingersi più avanti. Serve più durezza, più coraggio.Mostra tutto
martedì alle 15.50 · Mi piaceNon mi piace più.Davide L. Malesi Peraltro, continui a non rispondere alla domanda, che ripropongo. Perché il principio che asserisci valere per Dandi e per il Freddo non vale per Riccardo III e Long John Silver? O per l'Achille omerico?
martedì alle 15.52 · Mi piaceNon mi piace più.Cletus Alfonsetti Perchè le prime mi sembrano operazioni nate al tempo nel quale non c'era la televisione. Da un uomo di legge, mi aspetterei maggior distacco. Ma tant'è...Certo che mi astengo dal vederle, di solito sto poco davanti alla tv.

Ah, per la crona...ca, a Roma, con quello di oggi, sono salite a 6 le vittime di ammazzamenti violenti negli ultimi 10 gg. (fonte TGR3)Mostra tutto
martedì alle 16.02 · Mi piaceNon mi piace più.Davide L. Malesi Sei in grado di stabilire un legame indubitabile, certo, tra "Romanzo criminale" e gli omicidi di cui parli?
martedì alle 16.06 · Mi piaceNon mi piace più.incolla del link di FB)

24/01/11

Due parole su Bolaño

Mi capita di leggere sempre di meno. Ultimamente sto incontrando molta fatica a mettere mano alla pila di libri da leggere (o da finire di leggere). Fasi. Mi riservo di farlo non appena messe a posto un po’ di cose, mi dico. Sono altresì consapevole che si tratta di scusa classificabile come pietosa.

Tuttavia (adoro questa congiunzione) il tempo per leggere i quotidiani (limitatamente il Tuttolibri del sabato e l’inserto del Sole24ore la domenica) lo trovo, sarà anche in forza del fatto che escono, entrambi, nel fine settimana cosa che consente, almeno qui, di disporsi a leggerli (ma nemmeno sempre…) con un po’ più di calma.

Questa settimana accade un fatto strano. Sabato mattina esco all’alba (di ritorno da un viaggio piuttosto lungo in auto) sotto la pioggia e arrivo all’edicola. Metto in macchina la Stampa.
Nel pomeriggio, dovendo trovare un testo per la figlia di una mia amica, entro in una fornita libreria del centro. Il testo non si trova (“è fuori catalogo, signore” mi ha detto con finto dispiacere una commessa molto presa dalla parte). In compenso, ho individuato sul banco l’ultimo di Bolaño: Terzo Reich. Wow. Preso a scatola chiusa.

Sto finendo di leggere Amuleto (di cui ho regalato una copia ad un amico, giorni fa). Per quanto letto finora, Bolaño non si smentisce: stessa scrittura intrisa di ironia, felici trovate narrative, in due parole: autentica goduria.
A sera, metto mano alla Stampa. Apro la pagina centrale e trovo una recensione di Voltolini su Terzo Reich. Bingo ! (ecco, sono queste le cose che mi piacciono, il sincronismo involontario, inconsapevole).

Ieri, domenica, stessa storia per il Sole24. Apre l’inserto una puntuta analisi si Salis. Fu vera gloria ? potrebbe condensarsi. A parte l’infelice impaginazione, il pezzo si attarda sull’analisi della facile ascesa nell’Olimpo della Letteratura (notare le maiuscole) interrogandosi sulla natura di Fenomeno Editoriale. Accostando Wallace e Bolaño. Di spalla altri due interventi di La Gioia e di Recuperati.

Morale: di Bolaño si parla intensamente. A torto, o a ragione. Ma sta di fatto che l’attenzione a questo scrittore è condensata nella battuta, citata, di un lettore (immagino “forte”) americano, sentito richiedere, in una libreria, è uscito qualcosa di nuovo di Bolaño ? (Probabilmente ignaro del fatto che nel frattempo sia morto).

PS. In uno di questi articoli del Sole, adesso non ricordo quale, si paventa il fatto che a determinare questo successo di Bolaño (ahimè, come detto, postumo) sia l’indiscussa bravura del suo agente (tal Andrew Wylie). Ora, dando per buono, che anche per altri scrittori lo stesso (ma anche altri agenti) non siano rimasti con le mani in mano, ridurre al merito di un agente il successo di una scrittura la trovo, francamente, un’idea piuttosto riduttiva.


Risorse: qui un omaggio a 2666 ospitato in bottegadilettura 2,0
Qui il link al tuttolibri di Sabato con la recensione di Voltolini su Terzo Reich.