13/09/14

Perdere un cane, oggi in Italia



















Mi è toccata in sorte l’esperienza di perdere un cane.
In passato ne ho avuti diversi che purtroppo sono morti chi per vecchiaia, chi per malattia (quasi sempre razza Boxer, la maledetta lesmaniosi).
Ma mai quella di privarsene per una fuga.

Forse, nella gamma dei dolori che provocano questo genere di avvenimenti, il peggiore.
Sono dovuto partire per qualche giorno. Ho affidato, ritenendo di far bene, la piccola barboncina Olly nelle mani di mia figlia, ventenne, che l’ha avuta piccolina, per poi affidarmela dopo poco tempo. Da quattro anni Olly vive con me..

Per un insieme di errori, il mio quello di affidargliela, il suo, che una volta accettato l’incarico ha pensato bene, per leggerezza, di lasciarla incustodita in un giardino di una casa di amici senza aver verificato prima la possibilità che scappasse, insomma Olly è sparita.

Sparita a Lavinio. Un gruppo di case, venute su nel tempo, tagliate da strade regolari, a ridosso del mare. Quartiere di tipiche seconde case al mare dei romani e di pochi residenti stabili.

Cosa può essere successo? Olly, alla disperata ricerca dei suoi padroni potrebbe aver preso l’iniziativa (va a sapere cosa provano i cani…) di uscire attraverso un varco sufficiente a far passare il suo piccolo corpicino. Una volta fuori, poche alternative, entrambe tragiche. Complice la notte, il mantello scuro, le dimensioni ridotte, l’assoluta incapacità di abituarsi alle auto (ogni volta che entravo in casa con l’auto, o stava sulle mie ginocchia o chiusa, al riparo, dentro casa), essere finita sotto una macchina, oppure (come mi auguro) presa da qualcuno che transitava da quelle parti, e che avendola notata, complice la sua abitudine di far le feste a tutti, potrebbe averla presa con se.

Dettaglio non trascurabile: al momento della fuga indossava ancora la pettorina nera per il guinzaglio, segno inequivocabile ai più, che è di proprietà di qualcuno e che non è un randagio.

Da allora il buio.

A poco, finora, sono valsi decine e decine di annunci stampati su fotocopie e disseminati nella zona (bar, edicole, parrocchie, studi veterinari) né l’obbligatoria denuncia di smarrimento fatta alle autorità). A poco ancora il tentativo dettato dall’intuizione che trattandosi di seconde case potesse essere, anziché ancora in zona, magari a Roma, come quello di far uscire un’inserzione a pagamento sul quotidiano maggiormente diffuso a Roma, nell’edizione della domenica che conta maggior tiratura e quindi maggior numero di lettori disposti anche ad aver tempo, essendo domenica, a leggerlo, e sensibili al lato economico della faccenda, come quello della ricompensa. Solo la solidarietà di persone stupende, come un conduttore radiofonico di una radio di cui non ho capito nemmeno bene il nome, che mi ha chiamato e fatto raccontare "in diretta" la storia e un galantuomo della Protezione civile, che si è offerto di condividere "con i suoi uomini" l'appello e la ricerca.

E poi ancora Facebook. Non si ha idea della quantità di pagine che raccolgono gli appelli disperati di persone nelle mie analoghe condizioni. Una Spoon river della sofferenza che solo chi ha avuto un rapporto con un animale domestico (essenzialmente cani e gatti) può capire. C’è un’umanità in Italia che si affida alla rete nella speranza di rientrare in possesso dell’amato bene.

La personalità umana, come un diamante, è ricca di sfaccettature. Nell’economia degli affetti di ciascuno, lungi dall’ergersi a giudice delle emozioni altrui, è facilmente intuibile capire quale peso abbia nella sfera dei propri affetti. Certo, al riparo di derive, ma la compagnia di queste bestiole è un ottimo viatico per le rispettive solitudini.

La mia casa è vuota senza un animale di pochissimi centimetri, ma capace di colmare un vuoto molto più grande di lei. Fatale che ancora la cerchi, mi venga di chiamarla, di ripetere gesti ormai divenuti rituali, come quello del biscottino al risveglio, o del lancio della palla da tennis in giardino che aspettava, ansimante, con la linguetta di fuori, per poter scorrazzare a palla sull’erba.

Non è un dolore facile da descrivere. Ti accompagna. Ti si incolla dentro, come una nota stonata in un quadro dall’equilibrio perfetto.

Eppure. Olly era dotata di microchip. Vieni ad apprendere che esistono veterinari compiacenti che sono in grado di asportarlo. Vieni a sapere che rari o inesistenti sono i controlli “random” delle autorità preposte, l’assenza di una banca dati nazionale (degli animali smarriti). Insomma, nell’evolutissima Italia, nella patria della civiltà giuridica, non esiste per il cittadino che incorra in questa “disgrazia” alcuna tutela, ancorché normativa.

Certo, il possesso di un cane trovato dotato di microchip è ritenuto reato. Ma nell’immaginario collettivo deve essere ritenuto grave come quello di  parlare amabilmente con il cellulare all’orecchio mentre si guida.

Con il passare dei giorni, al dolore che solo chi possiede un animale può intuire, subentra una sorta di elaborazione del lutto. Tieni d’occhio i siti, metti e rimetti annunci. Ti affidi a quel briciolo di compassione che solo chi possiede o ha posseduto un animale è in grado di comprendere.

Sto meditando di aprire una pagina facebook dal titolo, come fosse quello di un film, tipo “Olly torna a casa!”. Non è escluso che lo faccia. Includendo le foto i filmati le note e i pensieri che una convivenza di anni ha contribuito a consacrare al pari, quasi, di un rapporto con un altro essere umano.

Intanto, oggi, sabato 13 settembre, sono due settimane che quella sagoma nera, pelosa e scodinzolante, non riempie con la sua perenne allegria le mie giornate.

Torna, ti affidi a quella cosa che chiamano speranza. Speranza che qualcuno, posto non sia morta finita sotto un auto, che l'abbia presa in custodia, possa aver compassione sufficiente per restituirla ai legittimi proprietari.

Grazie.



questo è l'annuncio fatto uscire sul Il Messaggero, domenica 7 settembre:










26/05/14

Narrazioni (storytelling).

Mettiamola giù cosi.
Risultati alla mano, adesso il solito teatrino dei vinti e vincitori. Vabbé.
Bene, tutto bene.

Benzina per le narrazioni che ci ammanniscono, vogliono spiegare, cercano di inquadrare, propinano chiavi di lettura omni comprensive. Lo snob, lo scettico, l’entusiasta, e via via tutto il catalogo delle posizioni umane (italiane, ma non solo) del the day-after.

Non so se calza questo esempio. Immaginate un mercato, quello elettorale. Mi piace vederla cosi.
Ci sono le due ditte BIG, che si coalizzano…vivi e lascia vivere, (traduz. Non mi rompi i coglioni e io faccio altrettanto con te).  Bene. In questa condizione da “cartello” abbiamo vissuto in stato di stallo da anni. L’irruzione di Grillo, del suo movimento, sul mercato ha avuto l’effetto di rompere questo equilibrio, questa pace del mercato. Ha fatto in modo che le due aziende leader si svegliassero di colpo, obbligandoli, forse anche oltre le proprie intenzioni, a prendere atto che la festa era finita: era arrivato il rompicoglioni.

Ecco.
Allora grazie a M5S. Grazie davvero. Gente che a prescindere da tutto, è onesta. Sarà sprovveduta, dirà per radio (come mi è capitato di sentire) “assist” al posto di “assett” ma è gente ONESTA, almeno fin qui.

Allora io voglio, in un gioco democratico, perfettamente lecito, dove l’unica violenza (e vorrei ben vedere) è limitata a quella verbale, ma che è fatta di gente che ci crede, che si è messa in gioco, voglio una sentinella cosi. Voglio che esista un movimento come questo perché è una voce fuori dal coro, la possibilità di conoscere (e ancora troppo poco) gli intrallazzi e le connivenze di chi ci ha portato in questo stato, in questa condizione.

La narrazione ufficiale ci propina Speranzina. Come la Misericordina. Adesso siamo cosi.
Poi vivo, mangio, vado in giro. Incontro la stessa gente che ieri è andata o non andata a votare.
E in giro vedo tanta sofferenza. Vedo negozi vuoti, commercianti disperati tallonati da Banche che carognescamente ne chiedono il rientro (ne conosco diversi)  dai fidi concessi anche senza reali motivi di insolvenza.

Adesso raccontateci che va tutto bene, rivestite la vostra narrazione ridicolizzando i vinti e celebrate con termini roboanti le vittorie.

Siamo in ritardo. Renzi avrebbe dovuto scendere in campo già all’indomani delle prime primarie (scusate il bisticcio), sappiamo a chi dire grazie, l’apparato gerontocratico del PD che ha tergiversato prima di mollare la presa, e ironia della sorte, aver beccato con uno come Renzi per la prima volta, oltre il 40% dei consensi.

Auguro ogni bene a quest’uomo. Si è mosso abilmente ed è apparso sufficientemente rassicurante da essere capace di intercettare(80 euro o meno) gli umori di un sacco di cittadini, esauriti, forse impauriti dai toni (a volte si, decisamente “alti”) del movimento di Grillo. Speriamo sappia tenere la schiena dritta davanti ad un’Europa bizzarramente guidata dai burocrati di una banca privata (BCE).

Poi, raccontatacela come volete. Io vado, con grossi sforzi ancora vado in giro, per tentare di lavorare, e ho ancora occhi per vedere. Non pretendo di avere il dono della verità, ma è un’altra Italia ancora, quella che vedo, quella che incontro, ogni giorno. E non coincide con quella della "narrazione ufficiale".

Non altro. Per ora.

23/03/14

Sabato, intorno alle tre.















Un attimo, una manciata di minuti.
Ieri, pomeriggio presto. Intorno alle tre. Tor Lupara. Uno stradone, con le case intorno. Negozi chiusi. Ho fame.
Trovo un posto dove mangiare qualcosa, una pizzeria al taglio. Entro, un gruppo di ragazzi sono seduti ai tavoli, maneggiando i rispettivi cellulari.

Una ragazza magrissima, polacca o rumena, avvolta in un grembiule dietro al banco mi chiede cosa voglio.
Le ordino un Kebap. Mentre lo prepara, esco. E’ una giornata strana: non ancora primavera piena ma nemmeno freddo. A due passi c’è una chiesa. Una grande Mercedes argentata ha il cofano alzato: hanno appena portato dentro una bara.

La ragazza si mette a “rasare” il kebap. Poi mi chiede come lo voglio: completo, dico. I ragazzi ridono, qualcuno si bacia. Ci mette un po’.
Esco, scostando una tendina a fili triste.

Per strada arriva una macchina. Scende una coppia. Lui con i pantaloni verdi. Lei con i capelli completamente bianchi, ancora giovane, indossa un grande cappotto cachi e degli stivali. Attraversano la strada, non camminano vicini. La donna ha grandi occhiali da sole. Ma è nuvoloso. Forse è come me: fotosensibile.

Il Kebap è pronto. Prendo una bottiglia d’acqua e il vassoio sul quale c’e’ il panino. Mi metto seduto fuori, su un tavolino dove c’e’ anche un altro vassoio vuoto.
Cominciano a suonare le campane a morto. Ci stanno. E’ solo un sabato pomeriggio e qualcuno festeggia la sua dipartita. Per un altro viaggio.

Sono avvolto dai fumi di qualcosa che si è bruciato nel retro del negozio e che esce, come risucchiato in un qualche gioco di correnti, verso la porta d’ingresso.
Mangio mentre la puzza di bruciato si fonde con l’aria irreale e le campane che suonano.
La coppia ritorna, sale in macchina. Se ne va.


10/03/14

ITALIA, LAND OF QUATTRO.


Sto invecchiando. E inguaribilmente mi diverto a leggere i sottotesti delle pubblicità. Non per una sorta di necrofilia sviluppata negli anni, sol perché, a sera, accendo la tv.

E in tv, ci sono gli spot. Anzi, la tv è quella cosa che fanno fra un pubblicità e l’altra.
E’ un discorso lungo. E non credo sia questa la sede. Prendo atto.

Italia, land of quattro. Detta da una voce di quelle che non ammette repliche. Ma fa riflettere. Anzi, è bene riflettere, ognitanto, perché non c’è niente da capire: se non sei del tutto rincoglionito, siamo arrivati all’esplicito. “E’una tedesca!” dice una Shiffer alludendo ad un’altra autovettura.
Il sottotesto. E’ quello il nucleo, il centro esplosivo che propala dallo schermo fino ai più impervi recessi delle sinapsi italiane.

Chi lavora nella pubblicità col cazzo, come dicono, che è solo uno strumento. Si, il brief può anche essere imposto dai rispettivi feudali Uffici Marketing. Siamo terra di conquista, si era capito.
Dove non arriva la sfrontatezza del responsabile Marketing, stretto sulla graticola dell’ordine di scuderia del contenere il budget, ma di raggiungerlo nello stesso tempo (buffo no? La stessa parola a sottendere un obbiettivo ed una capacità di spesa: cosa sono? La stessa cosa, infondo?) ci arriva il copy.

E allora si, facciamoci del male. Cos’è sto sciovinismo d’annata. Via. L’Italia è land of quattro. Quattro chi? Amici al bar? (e se si, di dove? Bruxelles?).
Il testo lambisce vette di imbecillità. Tutto proteso ad enfatizzare le capacità di un auto che resta indifferente al clima e alle condizioni della strada, arriva a magnificare la bellezza della guida tanto più converrebbe restarsene comodamente in casa, sulla poltrona, a fare la settimana enigmistica (che come recita il claim inossidabile, almeno “tiene allenata la memoria” che tanto bene fa).

Sono le mani di una casa automobilistica estera (si, d’accordo, anche tedesca) sul territorio nazionale, oltre che semplicemente sui suoi abitanti coglioni. E’ Land of quattro. Quattro.  E voi siete solo, come sosteneva un cancelliere di tanti anni fa, una mera espressione geografica. Siamo una quota di mercato. E ci blandiscono, perché poi è vero: facciamo schifo, ma al nostro portafoglio ci tengono. Anzi, tengono soprattutto a quello. E pertanto, al fine di lobotomizzarci, vogliono farci credere che se il futuro è fatto di dissesto geografico (orografico, per la precisione) occorre tassativamente dotarsi di un auto che non abbia solo due ruote motrici, ma appunto ben quattro.

Ecco allora che al semplice apparire dello spot, spengo, o giro proprio.
Per poi beccare Claudia Shiffer. Gran bella donna.
E’ una tedesca.


30/12/13

Il quarto Stato.











Ho visto il Servizio Pubblico di ieri sera.
Si, quello su “la terra dei fuochi”. Non ho parole. O forse si, qualcuna mi viene.
Ma non è il solito rito dell’indignazione. No. Quello che in questo modo di fare giornalismo non va giù è la spettacolarizzazione del dolore. E questo chiama in causa la qualità dell’informazione. Ma è l’aspetto come dire “a valle”. Che ci confonde, e rispetto al quale tutti i dubbi sono legittimi. Come quello che, denunciando in questo modo,  poi tutto, ripeto al di là dell’indignazione, resti come prima.
Le parole di un pentito, si dirà. Depotenziando in partenza. Svuotando di credibilità. Ma dopo, dopo l’emotività cosa resta?

C’è un fatto, nel profluvio di parole che sono state spese, che da solo varrebbe in qualsiasi altro paese una mezza sollevazione popolare. Ed è il silenzio col quale le autorità hanno sepolto due volte la gente di quei territori. Ci sono servitori dello Stato che si sono ammalati per assolvere al proprio dovere andando ad indagare in quei territori. Ce ne sono altri che avranno continuato a vivere indisturbati da venti anni in qua.
E anche qui, la morale non basta. Parlo della condanna morale.

Vorrei che si conoscessero i nomi di coloro che hanno taciuto, si indagassero i loro conti correnti e degli stretti familiari. In altre parole chi ha coperto chi. Dopo di che, non un centesimo delle mie tasse a concorrere alle loro pensioni dorate e intoccabili. Le parole di un pentito, certo. Alle quali, da venti anni, nessuno ha prestato ascolto. Un arbitrio grave, nel paese dell’obbligatorietà dell’azione penale. Schiacciati da poteri occulti più forti di loro? Minacciati della vita dalla criminalità organizzata? Ma qui, se fossero confermati gli interramenti di materiali radioattivi, siamo agli effetti perversi di una Nagasaki a scoppio ritardato.
Nel frattempo difendiamo il Made in Italy, le mozzarelle dop, ci facciamo belli. Lì, in quelle terre, la gente muore, grazie al silenzio di chi ha imposto la secretazione di quelle confessioni.

Ci connota come Paese, la maniera nella quale siamo difesi da una Giustizia che dovrebbe, per statuto, tutelare la salute pubblica. Chi l’ha gestita in questa maniera, ai miei occhi, ha le stesse responsabilità di chi quei rifiuti tossici li ha interrati (dagli industriali che hanno avuto i loro vantaggi, alle bande criminali che l’hanno gestito, questo traffico immondo).

Il servizio si ferma sulla scena del pentito che si alza sdegnato, sotto l’incalzante e confuso accuse delle due mamme che hanno perso i loro piccoli, invitate anche loro in studio, promettendo di non voler più rilasciare interviste. 

Due Italie, anzi tre, ieri sera in studio.Quella di chi ha pagato per scelte scellerate altrui, quella di chi ha gestito (anche bene pentendosene quasi subito) e quella di chi, a venti anni di distanza ha ritenuto di farne un servizio di giornalismo di inchiesta.

Mancava la quarta: quella di chi ha colpevolmente insabbiato. 

17/12/13

Perchè Pistoia?

Perché Pistoia? Che è andata cosi bene la prima che l’abbiamo voluta rifare. Luglio 2013. E’ il decimo anniversario della morte di Roberto Bolaño. Abbandonati progetti per un convegno faraonico (nel puro delirio di cletusproduction) si dirotta su una cosa più intima, quasi artiginale. Organizzata alla bell’e meglio (complice il concerto di Springsteen che vedrà il Baldi convergere sulla Capitale) si trova la terrazza di un amico compiacente e si organizza al volo la cosa. Catering, un minimo di allestimento (larvato omaggio alle pagine stese di Amalfitano citate in 2666), telecamerina digitale, e diretta streaming con Milano dove il caro Gianni Montieri, parteciperà con un suo contributo. Le tracce della serata sono disperse nel web…(per chi vorrà, i link si trovano sotto).

Stavolta il genio della lampada, al secolo Martino Baldi, ci invita a Pistoia per ripetere, con altri mezzi, ma stessi amorosi intendimenti, l’esperienza di lettura di un racconto di Bolano: La prefigurazione di Lalo Cura, tratto da Puttane assassine (ed.Sellerio). La saletta è quella di una libreria nel delizioso centro storico di Pistoia. Il palco è esattamente grande quanto la sala riservata al pubblico. Stavolta, ci sono una cantante Claudia Tellini, un contrabbassista Nicola Vernuccio, e un trombone, Paolo Ciampi . Ah, e c’è Martino Baldi.
In abito di scena, magliettina con collo alla lupetto, pantaloni a tubo attillati, scarpe delle buone occasioni: tutto rigorosamente nero. A chi li ricorda, somiglia a uno dei Gufi…che vestivano in tal guisa, ai tempi d’oro di Milano. Si comincia. Martino legge con la consueta passione. Viene accompagnato dalla musica che, salvo qualche rara sbavatura sui tempi, si presta benissimo all’incedere del racconto.

La trama è esilarante di suo. Ma di quell’ironia che è tipica di Bolano, sottesa, mai debordante, quasi trattenuta, se non nascosta. Pronta a farsi trovare dagli occhi di chi lo legge non limitandosi alla superficie, eppure capace di distinguerla in un profluvio di parole. Le storie di un gruppo di giovani donne sudamericane, finite nel giro di un torvo esule tedesco (non sappiamo se transfuga dal nazismo, o artefice in clandestinità, come la nutrita accolita di connazionali in quel del sud america). Intorno a costoro, narrato in prima persona dal protagonista Lalo Cura appunto, si agitano le pagine più corrive dello scrittore cileno. Con il suo registro che spazia dal lirismo più puro alla decadenza mai cosi ben descritta. Come la vita, del resto.

L’incedere della lettura coinvolge il pubblico, e viene scandito da brevi pause durante le quali la cantante Claudia Tellini da prova della sua meravigliosa voce che è insieme calda, perfettamente intonata all’atmosfera del locale e originale per capacità di partire in controcanto, affrontando scale volutamente disarmoniche con la più totale disinvoltura. Martino scandisce di suo, sostituendo i cartelli coi nomi dei sottocapitoli. Il pubblico dimostra di gradire, nessuno applaude (per quanto strano possa sembrare l’ho interpretato come un segno di rispetto e non di mancata compartecipazione). E’ una festa.

Il racconto si sviluppa incardinato su questo ordigno narrativo, la commistione fra i passaggi più salienti e le sottolineature degli strumenti che aggiungono un che di straniante al tutto. Tutto si tiene, in un equilibrio minimalista che lascia solo grande spazio alla parola, alla narrazione di Bolano, al ritmo della sua scrittura. Che rimane grande, anche dopo ripetute letture. Termina la lettura. Ezio ha girato quasi tutto (salvo gli ultimi due tre minuti nei quali, tipico dei mezzi cletusproduction la batteria della telecamera ha fatto ciaociao).
Usciamo, guadagniamo prima un bar su una piazza contigua e da lì diretti in collina, dove a Serravalle facciamo da cavie (scherzo) alle genialità culinarie dello chef con un menù particolare ma alla fine anche particolarmente intonato alla serata. Una luna quasi piena, visibile da dietro la torre illuminata ad arte, e un giro di Talisker old 12, si incaricano di suggellare la serata.

Pistoia. Mi ci dovrei trasferire.

In attesa del montaggio del video di Pistoia, qui per chi ha facebook, una pagina con diversi link alla serata romana.

07/12/13

Morire a Roma, oggi.















Diciamolo subito. E’ un business.
Intorno a questa “tappa” della vita, sembra che l’epoca moderna non si sia evoluta come sarebbe lecito attendersi. Oppure no, ne è uno specchio fedele. Una pratica (dalla quale succhiano soldi diverse figure) e che va subito archiviata, divenuta merce consumata (leggi: incassato il dovuto, anche per quest’ultima incombenza) e subito da dimenticare per far posto ad un altro.
E’ sicuro: si nasce e (prima o poi) si muore.

Questa fase della vita dovrebbe e dico dovrebbe essere trattata con una grazia maggiore. Per un mix di compassione nei confronti di chi ci ha lasciato, e nei confronti di coloro, a lui cari, che gli sono sopravvissuti.
La delicatezza totalmente scomparsa. L’approccio alla faccenda è quello di una fredda pratica burocratica. Automatismi, logori, e privi di qualsiasi sensibilità. Eppure non ci vorrebbe poi molto.

Un mio amico fraterno se ne è andato. Tralascio qui ogni considerazione personale. Ma attraverso l’esperienza diretta che ho potuto vivere in questo frangente sono giunto alle seguenti conclusioni.
Il Policlinico Gemelli (a maggior ragione si fregia dell’aggettivo Cattolico) ha una sala mortuaria (pomposamente definita camera ardente) da far letteralmente schifo. Camerette buie, un che di sporco, colori inesistenti, prive di alcun decoro (attenzione non parlo di carte da parati e tendaggi in stile Liberty) ma parlo proprio di tinteggiatura delle pareti, gradevolezza degli ambienti nei quali i parenti e amici porgono l’estremo saluti ai propri cari. Lo squallore. Non ho altre parole.

Ma non è un caso, i luoghi tradiscono anche da come sono attrezzati (organizzati) quello che è la considerazione nella quale sono tenuti. E’ assodato che un luogo simile, ai margini di un grande ospedale, sia piuttosto “trafficato”. Pacifico. Quello che traspare, dietro questa assoluta mancanza non dico di gusto ma di attenzione, è il ritenere il luogo come una mera discarica. Anche delle emozioni.

Eppure, la morte, in chi continua a vivere, può essere foriera di un grande momento di riconsiderazione.
Per proprietà transitiva, dal modo col quale rendo confortevole il momento ai parenti dei defunti, può attendersi una rivalutazione delle rispettive esistenze. Siamo, quanto a cività dimostrata in questo caso, a latitudini nemmeno tribali, dove voglio credere il momento della morte sia trattato con maggiore, ancestrale rispetto.

Qui è il territorio del disprezzo, della noncuranza, della sciatteria. Basta, sei finito, sei morto, che cazzo vuoi pure una stanzetta illuminata? Personale appena appena cortese e non dico partecipe (come le prefiche) ma almeno meno incarognito in un cinismo esibito che ne tradisce la miseria, l’attitudine alla miseria interiore incapace di considerare pure un momento come questo, anche solo in misura percentuale, come proprio, nel senso di appartenenza ad un genere umano, ad un contesto sociale, e sicuramente (qui, nessun dubbio) destinato anch'esso a sicura fine, foss’anche posticipata.

Quindi vergogna doppia. Un policlinico che si dice Cattolico e che proprio nel modo col quale tratta la morte (mica una roba da poco: c’e’ tutta una letteratura, chiamiamola cosi, che si incarica di trattare la faccenda, per evidenti intenti promissori: il paradiso, la resurrezione dei morti ed altre categorie che tanto hanno dato da scrivere ad illustri esponenti dell’omonima Chiesa).

Veniamo all’aspetto laico. Quanto a sciatteria non è da meno (da qui la sconsolata constatazione di quanto sopra: siamo proprio una società che la snobba la morte, su varie scale di ineleganza, sfumature).
Qui, l’avvento della crisi, ha portato addirittura degli attenti studiosi del costume a stilare statistiche circa il dilagare della pratica della cremazione (leggi: assenza di fondi necessari ad acquistare un loculo). Dalla freddezza statistica di un annuario Istat, e dal conseguente articolo di costume del giornalista di turno, si passa ad un contatto col reale.

Il boom (che buffo chiamarlo cosi, trattandosi di un momento di totale silenzio) delle cremazioni ha fatto si che ci sia anche una lista d’attesa. Cimitero di Prima Porta. Un’area adibita a questa operazione. I parenti assistono al trasbordo della bara dal carro (nel nostro caso: un furgone dell’AMA) ad una sorta di barella davanti ad un cancello che si apre con una frequenza importante (solo mentre sono rimasto lì oggi, in tutto un paio d’ore, saranno arrivate almeno una decina di salme).

L’operazione si presta anche a momenti involontariamente comici. Parenti che si assembrano intorno alla bara, nel momento dell’ultimo saluto prima dell’immagazzinamento (in genere la cremazione, c’e’ una lista d’attesa, avviene dopo una decina di giorni circa…) sovrapponendosi ai parenti di un’altra salma. Un ingorgo funerario, dove ci scommetto, alla fine qualcuno piange qualcun altro (e qui si riverbera il concetto che la morte di un qualsiasi uomo è affare che ci riguarda tutti). Ma è tutto per via indotta, sciatteria, freddezza burocratica, poco più di un fastidio.

Gli operatori, “gente rotta a tutte le emozioni” chissà, devono aver sviluppato un senso del cinismo proprio per sopravvire in un ambiente come quello, come autodifesa intendo, volendo incedere ad una logica assolutoria viziata dal politically correct. Ma è indubbio che sentir sollecitare una giovane donna in divisa "verde-ama" i proprio colleghi con un poco poetico “aho, sbrigamose c’ho tutti i forni vòti” è espressione sicuramente non dico di un mancato corso di perfezionamento ad Oxford, ma proprio dei fondamentali del rispetto altrui, svelando senza troppi infingimenti e in barba ad ogni considerazione poco poco offensiva circa il presunto strato sociale, degli individui poco o per nulla educati e pertanto lecito pensare siano stati messi lì (chissà le pressioni, in fondo è uno stipendio sicuro, un “posto fisso”) senza star troppo a formarli su una categoria come il “tatto”, elemento ritengo più che distintivo in chi si deve relazionare con un’operazione che smuove una cosa come i sentimenti, la fine della vita.

Quindi, zero totale anche qui.
Con il che si ripete. Non si cercano maggiordomi diplomati alla gran corte. Ma almeno persone, individui, cui andrebbe insegnato che anche dalla civiltà con la quale si tratta la Morte, ne discende una cosa che chiamano qualità della vita. E quella piccola differenza, che nei secoli, è stata coltivata per arrivare a distinguerci dalle bestie (le quali, ne sono certo, quanto ad emozioni, gli etologi moderni stanno scoprendo che ne avrebbero da insegnarci).


PS. Unico, piccolo, segno di attenzione, la presenza di uno spazio realizzato nei pressi del forno crematorio, inevitabilmente nominato “Il giardino dei ricordi”, circondato da piante, qualche basso muretto che funziona da panca, davanti ad una splendida visuale di una vallata non edificata,  e da una zona nella quale consentire ai parenti di raccogliersi e di disperdere le ceneri dei propri defunti. Ma di questo mi occuperò in un altro post.

risorse:
Truffe ai danni dei parenti dei defunti: http://www.corriereromano.it/roma-notizie/1883/informazioni.php
Giiustificazioni dei vertici AMA circa i ritardi: http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/prima_porta_lo_scandalo_delle_sepolture_ama_tutta_colpa_delle_agenzie_aspettano_giorni_per_presentare_richieste/notizie/243969.shtml
Il giardino dei ricordi: http://paesaggiocritico.com/2013/03/06/il-giardino-dei-ricordi-al-cimitero-flaminio-prima-porta-roma/ricordi-3/