08/11/08

Caro Signor Capote, di Gordon Lish


Ho finito di leggere da poco, “Caro Signor Capote”, di Gordon Lish.(Nutrimenti ed. €. 16,00). Non ho mai letto nulla di suo prima. L'ho preso perchè citato nell'articolo che ha dato il la per scrivere quest'altro pezzo.
Difficile mettersi a leggere senza ricordare che GL è stato, anche, l'editor di Raymond Carver. Ma nulla, in questo testo, rimanda lontanamente a Carver. E' un testo “scomodo”. Una eterna, lunghissima lettera, di un uomo che sostiene di aver fatto fuori con una pugnalata (Paki è il nome dell'arma) nell'occhio sinistro ben ventitrè donne.

La lettera come si può evincere agevolmente dal titolo è indirizzata a Truman Capote, nell'intento di sottoporgli “il best-seller” del secolo, visto che all'estensore sono noti i precedenti di Capote, con il suo celebre “A sangue freddo” (e al quale, nella scelta del destinatario, preferito a Norman Mayler, va indirettamente la stima del serial killer).

E' un romanzo strano. Intanto la lingua. Col procedere delle pagine si viene ipnotizzati dal lessico ripetivo, denso di tic, modi di dire, luoghi comuni, di cui è intrisa la cultura di quest'uomo medio americano, cresciuto a tv, impiegato di banca (da noi, abbiamo Avoledo che sta degnamente rappresentando coi suoi personaggi la categoria, che dev'essere una miniera, narrativamente parlando).Una fatica bestiale venirne a capo. La prosa dilaga, si affastellano deja-vu, continui flash-back, in quello che può essere definito il progressivo disfacimento di una mente normodotata, verso pulsioni maniaco-depressive, e grande è la capacità di Lish, di non voler frapporre nulla, ne delle comode aree di sosta, per il lettore, nelle quali rifiatare, ne contestualizzazioni che ne smorzino il ritmo. Forse, le uniche pagine, a dare respiro sono quelle a sfondo sessuale, nelle quali l'autore della lettera, ormai autoconvintosi della benevolenza del destinatario, si lascia andare a ricordi di incontri piccanti con una ragazzina e poi con la mamma di lei, vagamente alcolizzata.

Porti a termine, con una certa fatica, le 188 pagine, per poi lasciarti assalire dal dubbio che non sia vero niente. Che il tutto rappresenti un tentativo originale di auto.promozione, dell'autore, che arriva a millantare una serie di delitti per ingenerare curiosità in Capote e catturare la sua benevolenza per chissà quale impresa letteraria. Uno scherzo, ben confezionato d'accordo, ma che sostanzialmente non lascia e non toglie nulla di nuovo nel panorama della recente narrativa statunitense.

Da leggere quando si è soli, in casa, hai il raffreddore e sei stramazzato sul divano, intontito dai farmaci, fra un sonnellino e l'altro.

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