23/04/16

le nostre Auschwitz, prossime venture.












Sono sempre più frequenti i casi di maltrattamenti ai danni di anziani e bambini.
Anche qui, come per i cosiddetti “femminicidi”, anzi volendo includere anche quelli, danno il metro dei valori di una società, malata nelle fondamenta.

E’ lo scenario avvilente di quest’Italia degli “anni 10”. Complice l’occhio spietato di telecamere nascoste, quello che sta emergendo è un ritratto a tutto tondo del degrado morale dentro al quale è condannato a rimanere chi è in qualche modo espluso dal ciclo produttivo.
Un’idea distorta di welfare, che è diventato anch’esso un business. Nel totale vuoto legislativo, certo non casuale, la società che invecchia, l’imminente arrivo nella terza età della generazione dei baby-boomers (periodo a cavallo degli anni 50-60 del secolo scorso) fa fregare le mani di improvvisati imprenditori pronti ad arricchirsi nella sfera dei servizi. Ecco la nascita come funghi di case di riposo. Luoghi nei quali anziché trovare conforto, assistenza, solidarietà, condivisione, gli “anziani” vengono lasciati preda di personale raccogliticcio, ingaggiato con criteri opachi, formato in modo discutibile, lecito pensare anche sottopagato.

E la frustrazione aumenta. Vivere con fastidio il lamento del vecchietto, l’inevitabile errore o capriccio, in luogo di comprensione genera rabbia, abbiamo visto, spesso violenza. La peggiore perché esercita su un inerme, incapace di difendersi. Quella più brutale, rivoltante.
Le immagini che con via via maggiore frequenza di anziani malmenati da personale (fa niente qui apprenderne la nazionalità: la crudeltà non conosce latitudini, confini) fanno irruzione nel nostro quotidiano, inducendo a pensare a quale modello di società siamo destinati.
Non generalizzo. “Sono casi isolati” arriva presto l’assolutoria frase di circostanza con la quale scacciare questo tetro scenario di violenza pret-a-porter.

Già sarebbe da discutere un modello sociale nel quale le famiglie, incapaci di gestirle in proprio, espellono gli anziani, destinandoli in questi lager, più o meno edulcolorati. Perché?
La “crisi” sta contrastando questo fenomeno di abbandono. La pensione degli anziani il viatico col quale sopportare il fastidio di tenerli ancora in casa. Ma il fenomeno della crescita di queste “case di riposo” sta a dimostrare che evidentemente c’è anche tanto benessere in giro, e giù di rapporti sociologici che si incaricano di dirci come siamo, al solito, brutti, sporchi e cattivi. Si mettono lì gli anziani perché fa fastidio tenerli in casa, anche bene accuditi da una badante. Ed ecco come in questi luoghi, quasi fossero una soffitta, viene scaricato chi, esaurito ogni straccio di ruolo che ruota intorno alla possibilità di produrre reddito, inutile, un peso, finito. Un cronicario.

Il parallelo va all’estremo opposto. I bambini. Di pari passo ai casi di anziani malmenati, di scoperte di case di riposo che competono per sensibilità con Auschwiz, ecco i casi degli asili nido, nei quali stessa sorte capita ad un’altra fetta della popolazione inerme: quella dei bambini. Anche qui frequenti gli scoop. E sempre le onnipresenti telecamere ci restituiscono, impietose, un concentrato di umanità due punto zero. Stavolta ad opera quasi sempre di stimate connazionali. Fa paura. E si rimane basiti davanti a scene che documentano maltrattamenti contro chi non può, come gli anziani, difendersi. E il danno collaterale: in luogo di amore e attenzione, chissà i disagi e a quale idea di società formare questi “futuri cittadini”.

Arriva veloce l’assuefazione. Il pericolo è questo, il considerarli “episodi” e non figli di una cultura da provare a cambiare, e presto. E sempre questo maledetto rapporto con la capacità di produzione di reddito al quale abbiamo finito di delegare il titolo per appartenere alla società.
Entrambi, gli anziani cosi come i bambini, e aggiungerei in questo senso anche le donne vittime di “femminicidi”, sono l’espressione di un’incapacità di ri-progettare una società al cui centro ci sia una visione laica e di rispetto quasi “biologico” per la vita, quale che sia la fase nella quale si trova un cittadino. 

Paradossalmente l’enorme progresso scientifico, l’attenzione posta nella ricerca dei gangli vitali delle cellule, testimonia la sete di conoscenza del misterioso “moto a luogo” cui sono soggette le cellule, la loro riproduzione, confligge con l’incapacità di trasporre la stessa attenzione a chi, ospitando ancora questo concerto (fa niente se agli sgoccioli come nel caso degli anziani, o agli albori in quello dei bambini) porti l’uomo più che erectus, “produttore capace di reddito” (…presto, un acronimo please) ad ignorare che stiamo assistendo ad una degenerazione antropologica. 

Abbiamo consentito che in luogo di una mutua assistenza verso i più deboli, si sostituisse ad essa una fruizione della stessa in chiave speculativa. Asili nido privati che sorgono come funghi, grazie all’incapacità dell’amministrazione pubblica di gestirne di propri. Case di ricovero (o di riposo) che seguono lo stesso percorso. Affidati a personale chi sa come selezionato, che abbiamo visto di cosa è capace. La punta di un iceberg? Rischio di generalizzazione? Probabile.

In altri termini: ti scarico o non ti considero in quanto incapace di produrre reddito, ma ti trasformo, con sedicenti servizi rivolti a te, in un’opportunità di produrlo. Un ossimoro

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