10/07/26

Per seguire 13&13


 La creatura ha preso forma, voce, ancora gattona ma promette bene.


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04/06/24

Quando la televisione ci impone qualche riflessione.


Nel fine settimana appena trascorso due immagini, su tutte, sono arrivate nelle nostre case come un pugno negli occhi. La tragedia dei tre ragazzi inghiottiti dalla piena del Natisone e la folle corsa dell’auto dei coniugi tedeschi. 

Per entrambi gli avvenimenti a supporto sono stati girati dei video, uno che riprende l’abbraccio disperato dei ragazzi mentre le acque del fiume si ingrossano, l’altro che riprende la traiettoria impazzita dell’auto di colore scuso che piomba (è il caso di dirlo) a tutta velocità su un casello mentre erano in attesa altre auto. 

La morte in diretta. Non so a voi, ma queste sequenze, la loro spietata indifferenza (in un caso, quello dell’autostrada A12 erano telecamere di sorveglianza, in servizio permanente effettivo H2 nell’altro qualcuno che, impotente, stava assistendo in diretta ad una disgrazia che si andava consumando sotto il proprio sguardo. 

Viviamo in un'epoca dettata da ritmi che abbiamo finito ad accettare ma che non ci appartengono pienamente. La morte, quando arriva cosi, “nero su bianco” è una realtà ineludibile, e arriva con tutta la sua violenza a ricordarci quanto siamo fragili, quanto siano vacue le nostre certezze. 

In un caso, una gita di piacere subito dopo il conseguimento di una laurea (chissà quanto agognata e l’impegno per conseguirla, quali le speranze dischiuse dietro l’ottenimento di questo traguardo) dall’altro delle agognate vacanze, anche qui, chissà con quanta cura preparate per passare dei giorni di riposo dal solito tran-tran della vita quotidiana, in quel della Germania. 

Agli altri il compito di accertare cause e responsabilità, a noi che abbiamo assistito solo le lacrime, il pensiero per queste, spesso, giovani vite stroncate con una ironia beffarda, solo per aver azzardato l’idea di andare a scattare delle foto nel greto di un fiume, o mentre l’uscita da un casello prefigurava ancora pochi chilometri al raggiungimento di una meta per trascorrere alcuni giorni in totale relax. 

Insieme, la spettacolarizzazione del dolore, il rischio cioè che il ripetersi di questi tragici avvenimenti, induca la gran parte di noi a stendere un velo, passati i pochi o tanti secondi di doveroso cordoglio (compartecipazione) ciascuno pensando…”e se ci fossi stato io? O un mio caro?”, quasi consolandosi per averla scampata, per non essere stato, anche se involontari, protagonisti di vicende analoghe. 

Il caso, si dirà, come quando non si trovano le risposte, il balletto dei se…se non fossero stati lì quei tre ragazzi, se i soccorsi fossero arrivati per tempo, oppure, se quel ragazzo toscano non fosse stato a bordo di quella cinquecento rossa proprio lì, in quel momento, mentre la conducente pagava il pedaggio e mai e poi mai poteva aspettarsi di venire schiacciata di li a breve da un auto a tutta velocità il cui conducente probabilmente aveva avuto un malore o un’anomalia al cruise-control 

Resta che la tv, incolpevole per questo, in quanto “mezzo”, o “media” come la chiamano in America, in un caso e nell’altro ha reso tutto questo visibile, senza infingimenti, “in presa diretta” ribadendo la portata “di notizia” di queste due tragedie. Insieme, per i più sensibili, l’occasione per riflettere sul bene più prezioso che è la nostra vita e, ancora insieme, quella degli altri. 

13/04/24

 


Capisco nulla dei meccanismi interni del modo di fare televisione pubblica, meglio “servizio pubblico”, ma due cose intorno al tormentone “Amadeus va o resta?” è il caso di farle.

Anni fa, preso dalla voglia di proporre un format per una trasmissione che parlasse dei libri in modo “non convenzionale” mi feci una certa cultura, documentandomi, studiando su “bibbie” suggerite da addetti ai lavori (su tutte, Paolo Taggi, “Il manuale della televisione”).

Tanto lodevole sforzo si rivelò vano (salvo un incontro coi responsabili di Fox tv, arcipelago di Sky).

Una cosa però fu chiara: la scelta di cosa trasmettere è intrinsecamente legata alla capacità di fare audience e quindi incidere in modo importante sul costo degli spazi pubblicitari da vendere.

Che sia pubblica o privata, qualsiasi televisione che voglia restare a galla deve tenere ben a mente questo parametro.

Ora, si obietterà, che cazzo vuole la Rai? Non ha già il canone, di suo, a metterla in condizione di potersene fottere di tale equazione/parametro?

Evidentemente no. “Er contatore gira” deve essere un incubo che stimola a trovare sempre maggiori coperture (vedi gli stuoli di inviati, troupe a piè di lista, spediti in lungo e largo per il mondo per ogni evento…).

Tutto questo provoca una distorsione è indubbio. L’audience è il vero totem sacro che regola e detta le leggi non scritte di questo mondo.

Imprigionati da questa logica, fatale che poi si subiscano i ricatti. Lasciamo stare l’aspetto sociologico, le sparate di Minoli “Amadeus incarna il paese reale”, a rendere “inamovibile” questo o quel presentatore (ieri Fazio, oggi Amadeus, domani qualcun altro) è proprio questo cancro che mangia risorse, toglie spazi, annienta qualsiasi coraggioso tentativo di innovare, di uscire dalla logica orientata ai profitti che regola l’attuale dirigenza dell’ente televisivo.

Il tutto in danno (o alla beffa) di aver vituperato per decenni la qualità delle tv commerciali del Cavaliere, arrivando oggi ad imitarle in un malinteso senso della concorrenza.

E tutto l’armamentario della diversità svanito come neve al sole. In altri termini, che vada via o meno, il sottostare ai ricatti (“voglio una trasmissione per mia moglie” cit. corriere.it di oggi) rappresenta il fallimento di qualsiasi capacità di interpretare la funzione di un “servizio pubblico” in modo corretto e coraggioso (penso alla BBC in UK) contro logiche da magliari, suk multimediatici con i quali, sostanzialmente, mantenere ciascuno le proprie “rendite di posizione”.

10/04/24

Lunapark? No, Santiago Bernabeu...

 A cosa abbiamo assistito ieri sera?

Premettiamo una cosa: a dispetto di tutte le critiche, le polemiche, i procedimenti contro le società che ne vorrebbero l’abbandono per una non meglio precisata Superlega, il fascino, il perché, l’essenza stessa della “logica” della Champions ha trovato la sua espressione nell’andata dei quarti di finale fra Real Madrid e il Manchester City.

Chiunque ami il gioco del calcio, ovvero l’arte di insaccare quanti più palloni nel rettangolo da 7,32x2,44 metri presidiato dall’avversario, ieri sera non può non aver gioito, stropicciandosi gli occhi.

I primi 15’ con ben tre reti (prima il City, con una punizione beffarda che ha sorpreso il portiere del Real, poi il pareggio del Real con un colpo che saremmo più abituati a vedere sul tappeto verde di un biliardo, lento ed inesorabile ad infilarsi ai piedi del palo opposto della porta del City, infine il secondo gol del Real), hanno dato in maniera precisa la sensazione a chi la stava seguendo che non si sarebbe trattato di una partita “normale”. Il secondo tempo, per non smentirsi, ha visto il pareggio del City (2-2) il successivo vantaggio dello stesso (3-2) e il bellissimo pareggio finale del Real.

Tuttavia, la fredda tabellina delle marcature, le consuete statistiche a fine partita non renderebbero omaggio a qualcosa di “astrale” che si è visto in campo. Certo l’altalena di emozioni, con il conseguente, “doveroso” pareggio al fischio finale, danno bene l’impressione di qualcosa di spettacolare, quasi un lunapark, in luogo del Santiago Bernabeu, stipato all’inverosimile.

Giocata a ritmi sostenuti, con continui ribaltamenti di fronte, si sono affrontate due squadre guidate dai tecnici più acclamati sulla scena internazionale, da un lato Carletto Ancellotti, il parmiggiano con il sopracciglio più famoso dell’UEFA, dall’altro Pep Guardiola, catalano, considerato uno degli inventori del “calcio moderno”. Entrambi con un palmares di tutto rispetto.

Improprio azzardare paragoni con il calcio nostrano. A marcare la differenza la velocità, ovvero la capacità dei giocatori di sostenere dei ritmi elevatissimi, di corsa, di palleggio, anche e soprattutto in fase di non possesso (ovvero l’arte degli scacchi applicata al rettangolo in erba). E tutto questo nella serata in cui le due rispettive “stelle”, su tutti Halland per il City e Bellingham per il Real non hanno disputato una delle loro partite migliori.

Ma al di là delle analisi tecniche, dei fiumi di parole che “gente avvezza al mestiere” spenderà per commentare la partita, va soprattutto considerata la componente spettacolare. E, ancora una volta, la palese sconfessione della corrente di pensiero (ahimè piuttosto diffusa sull’italico suolo) “risultativista” (ovvero l’arte di produrre il massimo risultato con il minimo sforzo). Non è affatto detto che il bel gioco sia in antitesi con i risultati. Anzi.

Partite come quelle di ieri sera, si incaricano di smentirla, platealmente, davanti agli occhi di tutti gli sportivi del mondo.

14/03/24

Dell'arte di gonfiare una notizia

 

Quando una notizia è veramente una notizia?

Da giorni veniamo bombardati da servizi sulla faccenda del foto ritocco di una fotografia della famiglia reale britannica. La principessa Kate, moglie del Principe Williams, ha avuto problemi di salute. Ricovero, poi le dismissioni dall’Ospedale (lo stesso dove è stato ricoverato, in concomitanza, suo suocero Re Carlo III, una lunga degenza in casa, tutto coperto dal più stretto riserbo.

Sappiamo del “peso” che queste vicende hanno, sia in ambito domestico (UK) che nel mondo. Cosi come sappiamo del ruolo (a volte complice, quasi sollecitato a tener viva l’attenzione) della stampa britannica. Il ruolo dei tabloid (recentemente sul banco degli imputati, ad opera del Principe Henry per presunte e conclamate, violazioni della privacy reale).

Pochi giorni fa, quasi a smentire guai seri (per sua fortuna) e al contempo rassicurare “lo regno tutto” che si, insomma, le condizioni della Principessa non sono cosi preoccupanti (si sa, il silenzio consente tutte le interpretazioni…) viene pubblicata una foto che la ritrae felice in mezzo alla prole sorridente.

E subito si scatena la bagarre. Con una dovizia di attenzioni la foto viene “vivisezionata”, passata al setaccio, analizzata come nemmeno il RIS di Parma potrebbe fare, e subito il verdetto “è taroccata”.

Apriti cielo, fioccano i titoli, scandalo a corte, quali sono le reali (si perdoni il bisticcio) condizioni di salute della Principessa, se una foto dai chiari intenti rassicuranti viene a scoprirsi che è visibilmente (i più esperti dicono anche in modo piuttosto maldestro) artefatta?

Chi, come, perché e dove. Sono questi i punti cardinali che ogni provetto giornalista dovrebbe conoscere. Si conceda che in terra d’Albione trattasi di questione preminente, ma da noi, seriamente, questa faccenda può riempire minuti e minuti dell’informazione che la Rai, servizio pubblico, ha sentito il bisogno di dedicargli?

Con tutto il rispetto per la Corona, ai reali inglesi, editori di tutto il mondo dovrebbero riconoscere una sorta di stipendio mensile. Una vera e propria fucina di notizie, vuoi spontanee come (viene il dubbio) maliziosamente propalate, tutto per tenere desta insieme, sia l’attenzione morbosa dei suoi sudditi come l’allure di una saga, che ancora nel duemilaventiquattro, in un mondo agitato da conflitti (anche di una certa entità), tiene ancora “banco” agli occhi di un’opinione pubblica non esattamente spensierata.

Cosi il fotoritocco è in prime-time, diventa faccenda internazionale, fintanto che la stessa protagonista, la principessa Kate non è costretta ad ammettere “niente paura, sono stata io!”. Dissipati i dubbi? Una parola definitiva che chiude e smonta il mistero? Macché, alla stregua di una di quelle telenovelas che si ostinano a mandare in onda nelle più infime tv private, c’è da aspettarsi uno stillicidio (attentamente programmato?) dell’intera vicenda, propinata sia sulla stampa locale che, come a far da sponda, quella internazionale.

Qualcuno lo chiama ancora “gossip”, a noi viene da rimpiangere i versi di Califano…evidentemente “tutto il resto è noia”.

 

09/03/24


Prove tecniche di distensione.

Ci siamo persi, per poco, la famosa scena della scarpa battuta con piglio sui banchi dell’aula del Palazzo di vetro di NY, ad opera di un Kruscev accigliato (abbiamo fatto in tempo a vedere l’altra, lanciata e schivata con prontezza di riflessi da Bush Junior, all’indomani della “Guerra del Golfo”).

Siamo venuti su, sotto il macabro ombrello di quell’eufemismo coniato con felice intuizione da qualche stratega di chissà quale think-tank, “equilibrio del terrore”. Equilibrio che ha consentito lunghe decadi di pace in un’Europa, storicamente teatro di guerre sanguinose.

Quest’atmosfera di calma relativa, ha visto crescere (anche se in scala diseguale) il benessere, lo stato di salute, l’istruzione di una popolazione che oggi, se non altro che per ragioni anagrafiche, se ha una memoria delle guerre ce l’ha per via della letteratura, del cinema o perché dalla comoda posizione di chi osserva le vede ancora attive in luoghi del mondo tanto lontani quanto sostanzialmente innocui.

Dal 24 febbraio di due anni fa, questo scenario è cambiato. La guerra è arrivata “in giardino”, a due passi dall’uscio di casa. L’invasione da parte della Russia di una larga parte dell’Ucraina, le scene di morte e devastazione arrivano nelle nostre case, con frequenza quotidiana, mentre stiamo finendo di consumare dei rassicuranti tortellini di Giovanni Rana.

Ed è fatale che la cosa finisca per riguardarci. Prim’ancora che per i suoi effetti perversi (prezzi delle materie prime energetiche schizzati alle stelle, politiche monetarie deflattive, tassi dei mutui sull’ottovolante) proprio perché ha spazzato via, dal nostro immaginario, l’idea che dal nostro vocabolario la parola guerra fosse sparita, talora arrivando ad una sorta di simpatia di sottotraccia per le aperture dei McDonalds sotto le torri del Cremlino…o dalle foto, inevitabilmente in bianco e nero, degli astronauti russi e americani a bordo della stessa navicella in orbita sulle nostre teste, quasi che, ma si in fondo si possa convivere tutti insieme senza eccessivi problemi.

Se c’è una cosa che ha caratterizzato i cambiamenti degli equilibri internazionali in tutto questo periodo è la velocità. A partire da quella con la quale, dalla caduta del muro di Berlino, si sono sgretolati come in una reazione a catena le nazioni cosiddette del fu “Patto di Varsavia” (quella parte di Europa che da allora guarda più ad Ovest che ad Est).

Ed è ancora la velocità, sebbene siano già passati due anni, la costante di un processo che oggettivamente non può rimanere cristallizzato nel paradigma “aiuti all’Ucraina fintanto che la Russia non si sarà ritirata”.

Una condizione di belligeranza continuata nuoce a tutti gli attori in causa. Ne soffrono i commerci, le rispettive economie. Già il ricorso alle armi, in luogo di un necessario negoziato, tradisce la volontà di sparigliare le carte, spinte da un malinteso desiderio di ridare centralità mondiale ad un paese simbolo che ha visto il suo peso specifico ridursi (e di molto) agli occhi della storia.

Il recupero di antiche vestigia, gli orgogli nazionalistici mai sopiti suonano oggi ancora più anacronistici in uno scacchiere internazionale dominato dalla fitta rete di scambi e relazioni commerciali. E’ un "mondo più piccolo" si usa dire e proprio per questo la variabile “guerra” appare tanto assurda quanto, alla lunga, controproducente. Non dovrebbe trovare posto, fra le variabili con le quali regolare i contenziosi fra stati sempre meno, in prospettiva, intesi come rigida delimitazione territoriale, in luogo di un’armonica coesistenza di stili di vita, culture, fra di essi.

Due anni, più di cento e qualcosa settimane, sono decisamente una porzione di tempo troppo lunga da sacrificare sull’altare della velocità. E c’è da sperare che sia questo, fra i tanti, l’elemento prevalente per giungere (anche in tempi inaspettati) ad una composizione del conflitto in terra d’Europa.


 

 

16/02/24

 


E’ nei particolari che riposa la differenza.

Non ricordo a chi appartiene questa massima, ma non ha importanza l’attribuzione. Quello che marca la differenza, nel mestiere del giornalista (meglio, del cronista di nera) è il delicato equilibrio fra il sacrosanto diritto di cronaca e l’autocompiacimento dello splatter conclamato.

Che la stampa in Italia (ma anche altrove) non stia passando un buon momento lo attesta la modalità con la quale vengono riportati i fatti.

Ho trovato disgustoso il modo col quale, in merito ad un recente (l’ennesimo) episodio di femminicidio, il cronista abbia ritenuto di pubblicare i dettagli delle frasi attribuite all’omicida. Pressappoco “l’ha finita con un colpo di grazia” e di seguito, come a riportare le sue parole “non volevo farla soffrire”.

Ora, detto che continuando ad esporre i fatti in questa maniera si alimenta il malinteso che possa trattarsi di un macabro videogioco (e chissà che in fondo in fondo non sia proprio questo il teatro mentale nel quale prendono vita questi progetti nella testa dei protagonisti di questi, ripetuti, atti di violenza), ma davvero, nell’ottica di voler fornire un servizio di informazione a una platea sempre più distratta da centinaia di banner, le testate online devono garantirsi la sopravvivenza andando a stimolare la curiosità morbosa dei lettori?

Detto che è tutto da dimostrare il criterio secondo il quale la ripetuta esposizione di fatti violenti, la loro enfatizzazione, contribuiscano ad esorcizzare il loro ripetersi, quasi funzionassero da monito, è viceversa molto concreta la possibilità che continuando a “raccontarla” in questo modo finiscano per banalizzarla, amplificandone i perversi effetti emulativi.

In altri termini, poco mi importa della tua necessità oh articolista a gettone del grande giornalone nazionale online, che tu debba generare quanti più “click-bait” per giustificare la tua immagino non lautissima retribuzione, quello che si è del tutto smarrito è il senso della misura.

Da qui, non da altro, dipende anche la necessità di porre un freno al ripetersi di tali efferati delitti. Cominciando a trattarli per quello che sono, smettendola una volta per tutte di utilizzarli con un’inutile esibizione di dettagli sensazionalistici. Solo per la vostra maledetta sete di guadagno, andando infine a stimolare gli istinti più biechi, quella curiosità morbosa che finisce con il diventare facile benzina per il loro tristo e drammatico ripetersi.

Andate, sinceramente, affanculo!

14/02/24

Sanremo? No, Hunger games.

 Sanremo? No, Hunger games.


E’ finita, è finita, è finita. Anche quest’edizione è andata. Record di ascolti a consacrare la scelta di “scalettare” su cinque serate, affidandole una ciascuna ad un presentatore diverso. Nel dubbio tu metti che a levà se fa sempre in tempo.

Il Sanremo dell’incertezza, come fosse un termometro del Paese. Il grande disordine internazionale, con tensioni a due passi, la salute dell’economia, finita la “sbornia” del 110%, il festival dei tassi, debellata la pandemia, si scandiscono i mesi avvolti nel dubbio. Nel frattempo, ci si scopre più inclini a rimuginare preoccupazioni che a progettare radiosi futuri. E in questo il Festival non ha mancato, regalando un testa a testa che, potevano mancare? Ha dato luogo a strascichi di polemiche. Una sorta di riunione di condominio andata a male.

Se solo si accenna ad un messaggio di pace (concedete la dietrologia, ma perché perdonarla, all’epoca, alla coppia Lennon-Ono, con il loro appello-megaposter affisso nelle piazze delle più grandi città di tutto il mondo “The war is over” seguito da un prudente “if you want it”) mentre se lo pronuncia un ragazzo si smuovono ambasciatori? Piuttosto, sarebbe stato più bello se qualche canzone avesse affrontato il tema in modo più incisivo, invece di sfiorarlo appena nell’intervallo fra un concorrente e l’altro, no? Si dirà, altri tempi, le ragazze si vogliono divertire (cit.) cosi una sequela di canzoni pensate, strutturate per propendere verso la leggerezza…

Ma è davvero così? Salvo qualche testo, quello di Mahmood, quello lisergico di Bunker quarantaquattro, il “sociale” è rimasto sullo sfondo, più reggaeton che impegno (la marcetta “Un ragazzo incontra una ragazza”), figurarsi la denuncia. Ad altri (e già è un fiorire di articoli-servizi in merito) il compito dell’analisi dei testi (c’è chi si è divertito a contare quante volte ricorrono alcune parole nei brani presentati sul palco, vedi a volte la comodità degli algoritmi...?) quanto alle melodie, salvo rare eccezioni, “roba triste” come dice un mio amico, rare le “botte di vita” (posto che fra queste non si vogliano annotare i Ricchi e Poveri…). La dove la riproposizione di scansioni musicali tipiche del rap o hiphop (quello vero, made in USA) lascia spazio a qualcos’altro, in soccorso arrivano le tipiche melodie latino-america. Buone per ballare.

Ecco, si forse è di ballare che in questo momento c’è bisogno, perbacco non sono in fondo gli anni 20? Come il ragtime prese il via dalle tastiere poste nei bordelli, finita da poco la Prima guerra mondiale, mentre in Europa ci si industriava al bis, anche quella musica d’evasione, e quale miglior tappeto musicale per incontri anche bene mercenari, che rimandino ad un mai sopito desiderio di gioire?

Così, questi Hunger game di noaltri, hanno visto le solite comparsate di ospiti internazionali, Travolti da un insolito destino, quello più chiacchierato, del qua-qua. Vecchie glorie per lisciare il pelo al pubblico d’antan, metti mai si annoiasse fra un autotune e l’altro. Ma ad oggi, a palco ancora caldo, prematura qualsiasi previsione. Di solito i verdetti sono fatti per essere smentiti. E in questo il mondo delle radio, c’è da scommettere, giocherà un ruolo non secondario per “bombardarci” con motivi che vedranno così decretato il premio di consolazione (si fa per dire) del “gradimento del pubblico” (posto si voglia ancora credere all’aggettivo “libere” che le caratterizzava agli albori della radiofonia in “effeemme”, oggi saldamente dominata dalle scalette imposte da questa o da quella casa discografica).

La Noia, nome-omen, canzone vincitrice di questa edizione venti ventiquattro, vedi bene è pubblicata da una etichetta indipendente. Se si è disposti a perdonare il ricorso al ritmo della Cumbia, non propriamente tipico di Lagonegro, un piccolo segnale positivo.

20/04/21

La la la Superlega



Non ho nozioni giuridiche, di Borsa ne capisco quanto di astronomia molecolare e queste sono solo due considerazioni messe in fila in qualità di umile fruitore dello show-calcio.

Abbandonando per un momento il clamore delle ultime ore (fatale si tratti del solito abbaiare alla luna)...

Il Calcio gode di una audience che non ha nessun altro sport. Il calcio, sulla carta, è (o meglio, sarebbe) portatore di sani ideali: competizione, spirito di squadra, risultati che se li vuoi ottenere devi passare dal duro lavoro (allenamenti). Una metafora della vita per come comunemente intesa. Sulla carta.

In realtà, da tempo, a questi valori primigeni si sono sovrapposti robusti interessi perché di fatto è diventato un business molto redditizio. Per chi? Per i fruitori come me, costretti a pagare ben due abbonamenti (Sky e Dazn) per poter seguire le gesta (si fa per dire, visti i recenti alterni risultati) della squadra per la quale “tifa”.

Aggiungi gli “Sponsor”, leggi Aziende che trovano corretto investire dei denari in cambio di visibilità e consolidamento. Quasi che, al solo esser cuciti sulle maglie dei giocatori di tale squadra, ne corrispondano automaticamente sensibili aumenti di fatturati.

Aggiungi i “procuratori”, gente che non sfigurerebbe al posto dei battitori di un’asta da Christie’s. In pratica, come il lievito Bertolini, in grado di prendere sotto tutela le sorti di un giocatore per cercare di “ottimizzarne” il ritorno economico, e di lucrarne di conseguenza.

Aggiungi le pay-tv. Vuoi vedere i tuoi beniamini? Paghi. Finiti i tempi dell’adolescenza, quando dallo schermo in bianco e nero, debitamente in differita (le partite, tutte, si giocavano alle 15, la trasmissione avveniva un due, tre ore dopo) mammarai ti concedeva appena 45 dei 90 minuti di una partita, salvo, nella patria del Bignami, proporre una caritatevole sintesi (antesignana degli odierni highlights) commentata da giornalisti diventati anch’essi storia, reperto e sangue della declinazione del calcio in tv.

Aggiungi a tutto questo quadro (e come poteva mancare) un robusto impianto di Enti, Federazioni, con un’architettura cosi ben congegnata dall’aver saputo diventare, nel tempo, autorevole come le famose tavole della legge vendute a dispense sul Sinai. Una piramide di potere, un gioco di equilibri giurisdizionali da far impallidire la pù avveduta cupola mafiosa. E, aggiungo, di riflesso aumentando i commensali alla tavola delle spartizioni.

Ora, la presenza di Bibbie inamovibili nell’era della globalizzazione, nell’enfasi dell’economia di mercato, stona non poco. Ma come? Si plaude al liberismo, si brinda alla libera circolazione dei capitali, le borse mondiali sono interconnesse meglio dei nodi di un tappeto persiano e si tollera ancora la presenza di Moloch che pretendono di tenersi la torta tutta per se?

Era inevitabile, quasi già scritto nelle cose. Dalla licenza di quotarsi in borsa, dall’introduzione di meccanismi opachi (opachi nella loro, presunta, rigida applicazione) quali il fairplay finanziario, gli organi al vertice del business, vero e proprio “stato” nello stato, o meglio “sovrannazionale” visto l’orizzonte della loro influenza, pretendevano davvero di vivere ancora nel loro medioevo, denso  di privilegi e del trionfo dell’arbitrio?

Doveva succedere e quando successo negli ultimi giorni non ne è che la prova. Alla stregua di una qualunque assemblea degli azionisti, alcuni grandi club hanno lanciato (voglio credere ispirati da quei filantropi che si sono già resi protagonisti in passato di poco esaltanti risultati come il crollo di Wall Street nel 2008) a modo loro, una OPA. Andando a minare decenni di poteri stratificati, come un millefoglie, facendo saltare la “torta”, non più paghi della fetta a loro destinata da un Tribunale supremo poco incline all’idea di redistribuire in modo più democratico prim’ancora che brandelli di potere, risorse a dir poco appetibili.

Lo scontro è tutto qui e va letto come un naturale sviluppo del conflitto di interessi che è dietro ad una passione che, ha un bel dire Zeman, in ogni angolo del mondo, dove due tre ragazzini si divertono a giocare con una palla, lì è il calcio.

Non so come andrà a finire. E francamente poco interessa. Quando il sangue scorre nelle strade, esci e compra, recitava un vecchio adagio per lupi di Borsa. Un sentore quello si, e già da tempo, abbandoniamo presto l’idea che tutto questo si tradurrà in un qualche beneficio per i tifosi (la vera linfa vitale dalla quale provengono gran parte delle risorse, abbonamenti, merchandising, e pandemia permettendo, biglietti per gli stadi). 

E ora accomodiamoci in poltrona…


02/04/20

Conte Giuseppe, il sogno americano

Giuseppe Conte nato a Volturara Appula, l’8 di agosto del ’64.

Cosi recita il freddo incipit del sito del Parlamento. Con quella seriosità tipica dei cataloghi, stavolta umani, dietro le sparute generalità si cela tuttavia una figura che si fa fatica a scrollare di dosso l’aggettivo di fenomeno.

No, non ci interessa qui un ritratto in chiave politica. Sarebbe oltremodo scomodo a contenerne la portata, debordante come è, per come si sta trasformando giorno dopo giorno, diremo meglio sera dopo sera, nel palcoscenico dell’italica stirpe condannata in casa.

A dispetto di tutto ammettiamo subito questo: Giuseppe Conte è la versione riveduta e corretta del Sogno americano. Come nella migliore tradizione hollywoodiana con la quale siamo venuti su un po’ tutti, lui è l’eroe buono, lo sconosciuto al quale la vita ha consegnato una possibilità, più o meno come un pacco di Amazon.

Legale, ma fin qui niente di che, come i tanti che si sentono appellare cosi dai sempre più improbabili guardiamacchine in fase di parcheggio, "venga venga avvocà" devono avergli detto quando la schiera di anonimi quanto lui cittadini abilmente reclutati da un comico genovese l’hanno chiamato.

E chi non lo ricorda quando, dal cilindro di Mattarella, una mattina soleggiata del primo giugno di due anni è saltato fuori il primo Presidente del Consiglio che sembrava eletto con le modalità di un talent.

Un male? Affatto, il desiderio di novità incarnato nel voto di quelle elezioni si faceva volto, persona e di lì a breve personaggio.

Ha saputo venire fuori alla distanza, come un maratoneta della domenica, di quelli che tuttalpiù si piazzano ma il traguardo, costi quel che costi, lo tagliano. Ha resistito, uscendone elegantemente alla tempesta d’agosto, sulle onde procellose di mojito, rivelandosi il Capitan Findus della nazione, sempre via i buoni uffici del Colle.

Ed eccoci qui, in questa primavera italiana assurda. Attendendo le sue apparizioni come un Frizzi redivivo, impeccabile, con il suo sguardo rassicurante, la pochette che fa capolino dall’abito “buono di sartoria”, le sue piccole esitazioni del linguaggio, un abile amministratore del Condominio Italia che ha la capacità, dopo ore di mettere d’accordo gli inquilini litigiosi, col suo fare bonario.

Abbiamo osservato tutto questo consapevoli che nella soap-opera di ciò che è diventata la Politica Italiana negli anni, avevamo “bisogno” di un personaggio cosi: trasversale, nient’affatto anonimo, capace di sorprenderci tutti alla distanza, imparando in qualche modo a volergli anche bene.

E lui fa di tutto per aiutarci in questo. Compiacente quanto basta, “severo ma giusto” quando redarguisce i recalcitranti “evasori” stavolta non fiscali ma domiciliari, ammonendoli con lo spauracchio di “pesanti sanzioni” (Avvocà…ma chi le pagherà mai davvero?…non gira un euro).
Su Instagramm nascono profili di follower, stando alle statistiche è ben saldo su picchi di gradimento raramente uguagliati (c’è chi ce l’ha spiegato, in presenza di momenti di forte disagio, terremoti eccetera, è un moto spontaneo, si cerca inconsciamente di stringersi intorno ad una Guida, foss’anche, come nel suo caso, del tutto estraneo al supporto dei partiti, almeno, per come li abbiamo conosciuti.

Al netto delle considerazioni degli statistici, è un fatto che a godere di un momento cosi favorevole, per le sue fortune, sia qualcuno che con il suo linguaggio rodato da anni di aula (sia di tribunale che di università) abbia la capacità di farsi comprendere e dalla “casalinga di Voghera” come dal Dentista di Abbiategrasso, incarnando quello che infondo abbiamo sempre sognato: una persona capace di farsi comprendere quando parla, alla quale stringersi in un moto di simpatia o di semplice bisogno di rassicurazione.

Qualcuno insomma che abbia l’innata capacità di porsi davanti ad un momento come questo come quello al quale affideremmo volentieri le chiavi di casa, sicuri che, posto si potesse uscire in questo momento, non mancherebbe nulla al nostro ritorno. Cosa salvo rare eccezioni, al momento, poco condivisa dai suoi predecessori.

Ecco, già solo indagando questo ne saremmo contenti, comunque vada. Nulla di elegiaco sebbene, disposti come siamo ai facili perdoni, vedrete anche questa volta, “purché ci porti fuori” da ‘sto casino, gli perdoneremo volentieri le titubanze, le gaffe, i ritardi, pronti a rivalutare chi, rifacendosi anche bene retoricamente (è pur sempre la sua materia preferita) ha fatto tornare d’attualità i rimandi a Churchill, e ai suoi appelli, qui prontamente ridotti a quelli “dell’ora più gricia”.

Una versione riveduta e corretta, attualizzata ed espunta da tutto ciò siamo stati abituati a vedere fin qui. Un’icona pop, un Brian Ferry de’ noantri che, vedrete, sarà sicuramente in grado di sorprenderci ancora.
Altro che Zelig.


18/06/19

Dopo le dimissioni di Totti, qualche riflessione.


Dopo le dimissioni di Totti, qualche riflessione.
Ieri, 17 giugno si è consumato in circa 80 minuti di conferenza stampa l’addio di Francesco Totti dalla AS Roma. 

A caldo, c’è qualcosa che non torna. 
Diamo per acclarato l’intento di business del Presidente James Pallotta. In una logica aziendale, se le cose che ha affermato Totti ieri sono vere, qualsiasi responsabile di una società (non dico quotata in borsa ma appena appena capace di galleggiare senza voler “portare i libri in tribunale”) due domande dovrebbe farsele.
Analizziamo i risultati, mettendo da parte un momento quanto detto ieri da Totti. La Roma ha combattuto per anni in posizioni di vertice sia nel campionato “domestico” che nelle coppe, arrivando a lambire la finale nella scorsa stagione. Il management (immagino scelto dalla Presidenza) ha toppato la campagna acquisti-cessioni svilendo la squadra e prendendo giocatori non indicati dal tecnico (l’ex CT Di Francesco). Il giorno dopo l’eliminazione dalla Champions “sono volati gli stracci”. Via Di Francesco (colpevole di cosa?) e via Monchi (qualche responsabilità dovrebbe averla…) si è pensato che “stavamo bene cosi”. Tutti gli altri al loro posto. Se esiste un criterio di responsabilità, andava visto anche il ruolo di chi ha avallato e chiamato queste figure (soprattutto quella di Monchi) a gestire un giochino che è andato male.

Prima anomalia: si “sacrificano” queste due figure e ci si illude che tutto torni a posto. Strano no? Chi ha avallato la campagna acquisti-cessioni? Chi ha deciso che andasse cosi?
Torniamo a Totti. Ieri ha detto che il tecnico (Di Francesco) aveva indicato 5 giocatori. Ne sono arrivati altri, non richiesti. Anche qui, chi ha “deciso”?
In una logica puramente economica. Alla luce di quanto sopra, qualsiasi altra società avrebbe preso delle decisioni importanti, azzeramento dei vertici e rinforzo immediato della squadra per continuare a mantenere un “ranking” e un prestigio anche in vista dell’affaire-Stadio.

Lo Stadio. Da notizie di stampa, se mai si facesse, questo sarebbe comunque di proprietà del presidente James Pallotta e la società AS ROMA, “costretta” a pagare l’affitto ogni volta che dovrebbe utilizzarlo. Una questione non da poco. Il che vuol dire che forse, non ho idea di quanto “chieda” il CONI per l’affitto dell’Olimpico, ma sarebbe carino valutarne la reale convenienza (tenuto conto degli annessi e connessi: centro commerciale, centro direzionale ecc.). Citando solo di striscio che le inevitabili polemiche (e inchieste giudiziarie, inchiesta “Parnasi & Co” hanno portato alla luce: dialoghi surreali fra tecnici che si interrogavano sull’ampiezza degli svincoli dai quali accedere all’area dello Stadio e taglio drastico delle opere “a beneficio della collettività” volute in forza di un malinteso senso di convenienza…ossessionati solo dal contenimento delle volumetrie…ma questa è un’altra storia.

La domanda è: ma Pallotta ci fa o ci è? Tenere al loro posto coloro che ieri Totti ha amabilmente descritto come incapaci è segno di un sostanziale menefreghismo sulle sorti sportive della Società o frutto di una lungimiranza cosi acuta che ai più tuttora sfugge? L’unica modalità scelta da costui è stata una lettera all’indomani del recente “addio” di DDR (del quale stiamo ancora aspettando la querela promessa al giornalista di Repubblica che ha pubblicato indiscrezioni non proprio esaltanti nei suoi confronti).

Il comunicato di poche righe emesso ieri sera, non sappiamo se a firma sua o ispirato dal “board” è ancora più surreale se possibile. Arrivando a definire “fantasiose” le affermazioni di Totti circa un suo possibile ritorno in caso la proprietà del club passasse di mano, e usando  (strumentalmente) l’aggettivo “delicato” per l’argomento citando “fuori tempo massimo” la quotazione in borsa.
Si è detto che questo è il calcio moderno. Una torta che muove una quantità stratosferica di soldi. Difficile stornare la logica del tornaconto economico dalle sorti sportive (risultati) di una squadra.
Detta ancora più semplice, quando Ranieri portò allo scudetto il Leicester la parola più abusata fu “favola”. Ecco, nel calcio europeo questa parola assume tutto il suo significato semantico. Riuscire con pochi mezzi, con una squadra di provincia a “sbancare” un campionato come quello inglese dove ci sono squadre i cui presidenti dispongono di risorse finanziarie “illimitate” (emiri) è davvero una Favola.

Su tutto il resto conta l’assetto che queste grandi squadre si sono date, negli anni. Vere e proprie macchine da soldi. Attorno alla compra-vendita dei diritti tv, al giro delle scommesse, al merchandising girano cifre imponderabili.
La AS Roma, e qui un altro “metro” della statura del suo management, fino ad un paio di anni fa era 17esima nella classifica delle squadre italiane per introiti dal merchandising. Anche la definizione di uno sponsor ufficiale ha avuto un travaglio difficile. E’ lecito aspettarsi che da ieri l’appeal del  “brand” AS ROMA, avendo perso (e in che modo) un’altra sua “bandiera” sarà ancora più drammaticamente legato a risultati sul campo che, oggettivamente, non sono come si dice “alle viste”.

Una squadra da rifondare, un monte ingaggi da rivedere (alla luce dei mancati introiti derivati dall’eliminazione della Champions) qualche altra “dolorosa ma inevitabile” cessione in ossequio al “fair play finanziario” (e patetico averlo citato da parte di Pallotta come argomento a sua discolpa nella prima lettera ai tifosi inviata dopo l’addio di DDR).
Cosa ne sarà adesso? Purtroppo, anche a voler interpretare il comunicato di ieri sera in risposta alla conferenza stampa di Totti, non c’è molto da aspettarsi.

Un arroccarsi sulle proprie posizioni, una mancata presa di coscienza della realtà che anche alla luce del conto economico (posto sia questo l’unico argomento “sensibile” a Boston) non torna. Incapace come è di interpretare i sentimenti di una piazza (di una tifoseria) mai cosi apertamente ostile da quando ne hanno assunto la direzione.

E’ questo il punto da chiarire, se prevale la logica ostinata del tornaconto economico, qualsiasi Presidente da ieri ne avrebbe dovuto prendere atto e cominciarsi a preoccupare seriamente dei “disastri” combinati dalla dirigenza, o (ed è lecito sospettarlo) ha garanzie che a noi non è dato sapere, circa la realizzazione dello stadio, che travalicano qualsiasi “deleteria” conseguenza delle parole di Totti. In ogni caso un quadro a tinte fosche dove anche le parole in libertà di Totti ieri, per tacer dell’affaire DDR, di certo non contribuiscono a smuovere niente. Con buona pace di noi tifosi rassegnati a vederci spogliare, uno ad uno, le figure più rappresentative della società. Soldi ed affetti. Ragione e sentimento.
A Boston, evidentemente, non stanno a cuore né l’una né l’altro.

#dimissioniTotti #ASROMA 

26/04/17

Le ultime lettere di Roberto Bolano.

Le ultime lettere di Roberto Bolano.
Tam tam da qualche in giorno in rete. Titolo “Il gaucho insopportabile”. Ne stanno parlando (scrivendo) amici che seguo. Gente che scrive. Non li leggo. Non voglio mai leggere prima le recensioni altrui. Niente di personale, è un vezzo che mi porto dietro da tempo. E poi con Bolano ho un rapporto particolare. Con la sua scrittura, certo, che purtroppo non è più tra noi ma su qualche stella distante, chissà importunato da Cassini.

Il Gaucho è la sintesi del bolanismo. Posto che sia possibile aggiungere un semplice ismo per tentare di definire una cosmogonia. Ma è il tono, qui, in questo testo scritto poco prima della morte nel 2003, arrivato grazie alla mano fatata di Ilide Carmignani, che ancora una volta, dopo il monumentale 2666 lo traduce in punta di dita, regalando una rara sensazione di continuità e coerenza di voce, dicevo del tono che si fa disteso e non meno lucido, considerando la consapevolezza della gravità della sua malattia, alla quale ha anzi il pregio di parlare senza interrompere (e non potrebbe essere altrimenti) la consueta vena ironica.

Questo buio feroce, di Harold Brodkey  è altro pianeta al confronto. In quel testo Brodkey suppura la sofferenza per l’avvicinarsi consapevole della sua fine quasi con anglosassone distacco. Bolano è il sud america. E’ il “teatro” come lo definisce di una commedia in replica da sempre. Ma non vi è nulla di fittizio, o di impostato. Ce ne parla (scrive) come stesse raccontando le gesta di un qualsiasi Amalfitano (suo personaggio “seriale”, presente su 2666 e in altri scritti, come I dispiaceri del vero poliziotto).

Per chi ama la sua scrittura, questo se possibile è un ulteriore atto d’amore. Nel Gaucho, la somma di tre storie prim’ancora di regalare la sensazione  di “un tanto al chilo” tipico di tanta superproduzione (spesso tale proprio per coprire la vacuità della scrittura) ha un’asciuttezza e una sua logica coerente. E i personaggi; il grande avvocato argentino che all’epoca del crack finanziario del paese se ne torna in un semi dimenticato rifugio sperduto nelle campagne, riscoprendosi altro da se [NO SPOILER: leggetelo!]. Cosi come le altre storie e soprattutto la serie dei capitoletti dedicati alla malattia. Un distillato di poesia, commovente quanto lucida e a tratti auto-ironica, tale da legittimare il sospetto che abbia voluto considerare questo suo, una sorta di commiato, un testamento apocrifo che lungi dall’inseguire qualsiasi forma di sacralità, si incarichi, fino all’ultimo di relativizzare, spolpare fino ad arrivare all’essenza pura, il senso della propria storia, per come si è lasciato conoscere, per le pagine che ci ha regalato.

Il Gaucho ci consegna l’ennesima prova della genialità e dell’umanità di un uomo che vorremmo ancora qui con noi, a raccontarci altro, senza una fine, impossibilitato ad avere un limite, sempre nel suo stile, mai urlato, mai sentenziante e quando mai lo diventa ne percepisci sotto il grande portato di condivisione, la generosità di una visione quasi sussurrata ma alla quale è impossibile, e ci mette in guardia da ciò, tentare di ascrivere altro da ciò che asserisce attraverso la sua scrittura. La complessità di questo autore richiede piacevoli riletture. E’ tanto il sub-strato che ci arriva attraverso le sue parole, forse al di la delle sue stesse intenzioni. Ma siamo noi distratti, confusi dal rumore di fondo, dai canti di sirene che cantano una notte sola. Bolano è una sinfonia che muove al passo delle onde. Come queste non cessa di arrivare sulla sabbia, in un ultimo rantolo riottoso e cancellare tutti i nostri preconcetti-disegni, per poi ricominciare.

Da leggere, per chi lo apprezza e per chi ancora non lo conosce ma ama la scrittura che fa soffrire e talora ridere insieme. Operazioni, ben inteso, da compiere con la stessa medesima grazia.


23/04/16

le nostre Auschwitz, prossime venture.












Sono sempre più frequenti i casi di maltrattamenti ai danni di anziani e bambini.
Anche qui, come per i cosiddetti “femminicidi”, anzi volendo includere anche quelli, danno il metro dei valori di una società, malata nelle fondamenta.

E’ lo scenario avvilente di quest’Italia degli “anni 10”. Complice l’occhio spietato di telecamere nascoste, quello che sta emergendo è un ritratto a tutto tondo del degrado morale dentro al quale è condannato a rimanere chi è in qualche modo espluso dal ciclo produttivo.
Un’idea distorta di welfare, che è diventato anch’esso un business. Nel totale vuoto legislativo, certo non casuale, la società che invecchia, l’imminente arrivo nella terza età della generazione dei baby-boomers (periodo a cavallo degli anni 50-60 del secolo scorso) fa fregare le mani di improvvisati imprenditori pronti ad arricchirsi nella sfera dei servizi. Ecco la nascita come funghi di case di riposo. Luoghi nei quali anziché trovare conforto, assistenza, solidarietà, condivisione, gli “anziani” vengono lasciati preda di personale raccogliticcio, ingaggiato con criteri opachi, formato in modo discutibile, lecito pensare anche sottopagato.

E la frustrazione aumenta. Vivere con fastidio il lamento del vecchietto, l’inevitabile errore o capriccio, in luogo di comprensione genera rabbia, abbiamo visto, spesso violenza. La peggiore perché esercita su un inerme, incapace di difendersi. Quella più brutale, rivoltante.
Le immagini che con via via maggiore frequenza di anziani malmenati da personale (fa niente qui apprenderne la nazionalità: la crudeltà non conosce latitudini, confini) fanno irruzione nel nostro quotidiano, inducendo a pensare a quale modello di società siamo destinati.
Non generalizzo. “Sono casi isolati” arriva presto l’assolutoria frase di circostanza con la quale scacciare questo tetro scenario di violenza pret-a-porter.

Già sarebbe da discutere un modello sociale nel quale le famiglie, incapaci di gestirle in proprio, espellono gli anziani, destinandoli in questi lager, più o meno edulcolorati. Perché?
La “crisi” sta contrastando questo fenomeno di abbandono. La pensione degli anziani il viatico col quale sopportare il fastidio di tenerli ancora in casa. Ma il fenomeno della crescita di queste “case di riposo” sta a dimostrare che evidentemente c’è anche tanto benessere in giro, e giù di rapporti sociologici che si incaricano di dirci come siamo, al solito, brutti, sporchi e cattivi. Si mettono lì gli anziani perché fa fastidio tenerli in casa, anche bene accuditi da una badante. Ed ecco come in questi luoghi, quasi fossero una soffitta, viene scaricato chi, esaurito ogni straccio di ruolo che ruota intorno alla possibilità di produrre reddito, inutile, un peso, finito. Un cronicario.

Il parallelo va all’estremo opposto. I bambini. Di pari passo ai casi di anziani malmenati, di scoperte di case di riposo che competono per sensibilità con Auschwiz, ecco i casi degli asili nido, nei quali stessa sorte capita ad un’altra fetta della popolazione inerme: quella dei bambini. Anche qui frequenti gli scoop. E sempre le onnipresenti telecamere ci restituiscono, impietose, un concentrato di umanità due punto zero. Stavolta ad opera quasi sempre di stimate connazionali. Fa paura. E si rimane basiti davanti a scene che documentano maltrattamenti contro chi non può, come gli anziani, difendersi. E il danno collaterale: in luogo di amore e attenzione, chissà i disagi e a quale idea di società formare questi “futuri cittadini”.

Arriva veloce l’assuefazione. Il pericolo è questo, il considerarli “episodi” e non figli di una cultura da provare a cambiare, e presto. E sempre questo maledetto rapporto con la capacità di produzione di reddito al quale abbiamo finito di delegare il titolo per appartenere alla società.
Entrambi, gli anziani cosi come i bambini, e aggiungerei in questo senso anche le donne vittime di “femminicidi”, sono l’espressione di un’incapacità di ri-progettare una società al cui centro ci sia una visione laica e di rispetto quasi “biologico” per la vita, quale che sia la fase nella quale si trova un cittadino. 

Paradossalmente l’enorme progresso scientifico, l’attenzione posta nella ricerca dei gangli vitali delle cellule, testimonia la sete di conoscenza del misterioso “moto a luogo” cui sono soggette le cellule, la loro riproduzione, confligge con l’incapacità di trasporre la stessa attenzione a chi, ospitando ancora questo concerto (fa niente se agli sgoccioli come nel caso degli anziani, o agli albori in quello dei bambini) porti l’uomo più che erectus, “produttore capace di reddito” (…presto, un acronimo please) ad ignorare che stiamo assistendo ad una degenerazione antropologica. 

Abbiamo consentito che in luogo di una mutua assistenza verso i più deboli, si sostituisse ad essa una fruizione della stessa in chiave speculativa. Asili nido privati che sorgono come funghi, grazie all’incapacità dell’amministrazione pubblica di gestirne di propri. Case di ricovero (o di riposo) che seguono lo stesso percorso. Affidati a personale chi sa come selezionato, che abbiamo visto di cosa è capace. La punta di un iceberg? Rischio di generalizzazione? Probabile.

In altri termini: ti scarico o non ti considero in quanto incapace di produrre reddito, ma ti trasformo, con sedicenti servizi rivolti a te, in un’opportunità di produrlo. Un ossimoro